Parole d’amore, scritte a macchina: Clini, Rapino, Silvestri, Chemotti, Matronola.

In Letteratura

Amarsi, amare, amare comunque, amare nonostante, amare forse, amare e nascondere, amare e dimenticare. Cinque romanzi, stesso tema con variazioni: l’affetto dentro una famiglia romana tra secondo dopoguerra e boom economico; il bene degli ultimi; la passione che sfida gli eventi estremi (Storia compresa); l’amore negato; la rimozione.
Cinque autrici, un viaggio da un capo all’altro dell’Italia.
Sì: è la settimana di San Valentino. Ma è solo un caso.

L’amore, la guerra, la Storia.

Scappare da un Paese che ti perseguita. Costruirti una vita in un altro luogo. Diventare l’oggetto di una deportazione perché la tua nazione è entrata in conflitto con quella nella quale hai trovato rifugio. E tu rappresenti il nemico.
Oppure.
Desiderare l’amore, sopra ogni cosa. Irragionevolmente, senza alcuna protezione. Ritrovarsi madre, inventarsi un matrimonio, cavarsela da sola, non poter fare altro che mentire per continuare ad essere tollerata nella società dalla quale dipendi, ma che non ti appartiene. E che, se sapesse la verità su di te, ti cancellerebbe.

Il dispositivo di poli (opposti) di attrazione messo in atto da Chiara Clini nel suo romanzo di esordio, L’ultima crociera (Piemme), è costituito da una coppia di irregolari: Jacopo e Harriet sono entrambi, in forme differenti, apolidi, poiché le loro vite sono due cortocircuiti.
Si incontrano nel 1940, nella Londra tartassata dalla guerra aerea. Il loro destino si lega per un errore che li costringe ad allontanarsi e a cercarsi dentro i grandi eventi della Storia.
La guerra invade gli spazi pubblici e martella quelli privati. E nel profondo dei mari, dentro gli U-boat tedeschi, la vita appare come una catena di comandi che espropriano il margine di scelta: la realtà è filtrata dal periscopio, vivere o morire è il risultato di uno strabismo, una corsa alla decorazione, un capriccio.

“Tutto ha il suo momento, e ogni evento ha il suo tempo sotto il cielo”

Quella dell’Arandora Star è una vicenda che non ha incontrato cospicue narrazioni: è piuttosto un’ombra nel racconto degli accadimenti della seconda guerra mondiale. Di imbarazzi storici, del resto, ne è prodiga: perché nulla, degli elementi in gioco, è soltanto ciò che appare.
Così il lussuoso piroscafo sequestrato a scopo bellico viene caricato di messe umana che, in confortevoli cabine, è però destinata alla deportazione. E pure il carico ammassato sui suoi ponti è un pasticcio di guerra, conseguenza diretta della logica che antepone l’etichetta del potenziale nemico alla vita dei singoli: frutto di un rastrellamento operato in Inghilterra tra austriaci, tedeschi e italiani, tutti a priori sospettati di cospirazione benché proprio nel Regno Unito si fossero rifugiati, scappando dai loro paesi.
Poi c’è la faccenda del potere del mare: l’assurda competizione tra schieramenti sulle quote di tonnellaggio nemico affondate, proprio come un gioco da tavolo – peccato che dentro quelle navi ci siano vite, e che il prezzo di quelle vite valga, infine, la bellezza di un gallone in più da cucirsi sulla divisa. E, ancora – non fosse abbastanza – la doppia vergogna di un attacco sottomarino nei confronti di una nave con insegne civili, e il mancato soccorso ai naufraghi.
L’Arandora Star, e la sua tragedia rimossa, è il paradigma della sospensione di senso che la guerra ottiene come massimo bottino. L’amore l’unica ancora che, a prezzi spropositati, mantiene le anime ancorate agli esseri umani.

Un romanzo come un film: teso, preciso, nitido. Dove ciascuno, nelle proprie contraddizioni umane, è alla ricerca di un riscatto, e di una scelta.

Fuochi artificiali. E molto altro.

Il ritorno del figliol prodigo è una storia di compassione e liberalità. I Greci direbbero che è un esercizio di “epochè”, ovvero di sospensione del giudizio. Kristine Maria Rapino ne fa il dispositivo di un romanzo familiare (Scialacca, Sperling & Kupfer) ambientato in un luogo dove l’immobilità è, a seconda dei punti di vista, maledizione o farmaco a un male troppo devastante.
Così, quando Francesco ritorna in famiglia, dopo quattro anni di assenza, questo accade: il padre imbandisce la tavola, la madre rinnova le tenerezze e i giochi del loro lessico privato. Come se nulla fosse accaduto.



È delicato questo figlio smagrito, logorato, accompagnato a vista da una ragazza di cui non si sa nulla, non decifrabile, chiusa come una sentinella dietro un paio di occhiali scuri. Ma è sufficiente, anzi d’avanzo, che il figlio più piccolo sia tornato, perché a molto è sopravvissuta la casa.

“Il mare fuori stagione sa di restituzione”.

È autunno in un paesino di mare poco ambito: il tempo giusto perché, con lentezza, si inverta la direzione del destino quando qualcosa entra a modificare la stasi dei legami: i singoli non sono più tali, ma diventano agenti di un unico processo (combustione, comburente e innesco sono, non a caso, i titoli delle tre parti nelle quali il romanzo è diviso).

C’è stato un lutto, c’è stata una indagine, c’è un processo che volge al termine – mentre, intorno, stanno la piccola comunità rurale, il mare che restituisce ricordi e detriti, l’Abruzzo aspro e selvatico.
E poi c’è Gillo, il maggiore, il figlio che non se n’è andato. Che da San Michele Lido, pur avendone tutti i motivi, non si è spostato di un passo. Anzi, continua a fare la stessa medesima vita di sempre: la fabbrica dei botti, la routine della giornata, il silenzio. È così che si è perduto: un Prometeo incatenato alla professione del fuoco, ferito a morte, che è rimasto privato di ciò che amava – e che non conosce il perdono, tanto meno nei confronti di chi ora ritorna, e non può più essere accettato come prima.
Prima è un tempo che non è più, e però è ancora, e sempre, dolore presente.

Una storia d’amore e di trasformazione, di fratture familiari e di restituzioni.
Bonus track: Zigeunerweisen, opera 20 di Sarasate, e molto celeste.

Restituirsi nel passato

Matilde fa l’archivista: il mestiere di chi rimette insieme i pezzi di vicende sopravvissute nel tempo soltanto per frammenti.
È allenata al dettaglio, a notare varianti e lacune.
Quando il nome di una zia sconosciuta, decide di riemergere quasi per caso nei discorsi della malattia di sua madre, non può non notare la discrepanza: la linea femminile della sua famiglia le era sempre stata chiara, del resto – Miriam, Lucia, Anna, e ora lei, Matilde. Chi è, dunque, questa Alaide che tutti si sono impegnati a eludere nelle proprie memorie, fino a quell’inciampo casuale? Più sua madre si chiude nel silenzio, più oscuramente, dentro di sé, Matilde capisce che non può non mettersi sulle tracce di quella vita: ricostruire il passato di quella donna in fuga sarà restituire un pezzo anche a sé stessa.


“Il fiume ritrova sempre il suo letto, l’acqua tiene memoria”



Nel romanzo di Francesca Silvestri, Figlie del silenzio, pubblicato da Les Flaneur edizioni, un racconto che ripercorre gli omissis di una intera comunità.

Nei primi decenni del Novecento, quella di Alaide si rivela una storia che è stata quella di tante, per la micidiale combinazione di ignoranza medica e volontà di potere: internamenti, cancellazioni, oblio. E la necessità di trovare salvezza dai propri stessi “affetti”.

Deviazioni che salvano

Quanti sono i romanzi, dentro il nuovo romanzo di Saveria Chemotti, Spegni questo buio (Il Poligrafo)?


C’è quello di Imma, che scarta, secca, dalla propria condizione di privilegio e sperimenta la vita degli ultimi – decidendo di non soccombere, e adoperarsi per un riscatto.
C’è quello di Nana, abbandonata sulla porta di una chiesa e salvata due volte.
C’è, ancora il romanzo di Lucio, deciso a mettere fine alla propria esistenza, che riguadagna un destino impensabile.
E poi ci sono Dafne, Silvio, Anna – e Mattia, Giulio, Paola… fino ad Aurora, l’ultima della serie.

“La tenerezza guarirà l’anima”

Tema e variazioni sulla possibilità di prendere in mano la propria esistenza, nonostante l’imbuto in cui la sorte costringe. Venezia, Calcutta, Roma e ritorno. Tra istituti, fondazioni, vite ultime, salvezze.

Nella testa della bambina

È il 1969: passeggiare per Cassino significa incrociare agli angoli di qualche strada gli autoarticolati abbandonati dalla guerra, passare davanti a mirini potenzialmente micidiali, stringersi alle mani delle madri e cercare di tenere a bada nella testa la paura di quei mostri di acciaio.
È il 1969: nelle case esistono ancora i tinelli, e la televisione è un rito collettivo. L’immaginario lo fanno le storie degli sceneggiati: La freccia nera, Un certo Harry Brent, Giocando a golf una mattina.
È il 1969: Lucetta si affaccia alla sua vita, dentro agli affetti, alle tensioni, alle passioni di una famiglia attraversata dalla memoria dell’opera, in un tempo in cui i genitori chiamavano i figli con nomi da melodramma (Ernani, Mimi).

Daniela Matronola scrive un romanzo di formazione ambientato tra le pareti di una casa e le aule di una scuola elementare, e lo fa scegliendo la prospettiva dei pensieri di una bambina, che poi diventa ragazzina:  

“Come se, sul serio, per tutta la vita, l’esistenza potesse continuare a consistere nella pellicola di sé stessa, nel proprio stesso spettacolo”.

Nelle pagine di In piena luce (Les Flanuers edizioni), la vita si forma da dentro, i pensieri aderiscono e si fanno strada tra i tavoli da pranzo investiti dalle cronache dei televisori sempre accesi, che sono quinte davanti alle quali vengono messe in scena infinite varianti d’amore, di segreti, di affetto.
È il tempo della scuola (le ricerche, le penne stilografiche, le merende), i compagni che accendono ferite e sfide, l’inglese avventuroso incontrato attraverso i programmi televisivi della BBC, le cronache delle imprese di Gimondi e un’Italia che emerge in controluce, carica di vitalità. C’è una (terribile, e incontrastata) Suor Fiore, che tiranneggia la sua classe finché un segreto non viene a galla. C’è un campo da gioco sul quale non si riesce a giocare una partita “vera”. C’è una Margherita con gli occhi verdi, grama per definizione, a cui sarebbe bastato un paio di guanti in gomma (e un po’ di protezione adulta) per avere un’altra esistenza.

E poi c’è Roma, che si inghiotte nella sua lontananza indefinita il tempo delle madri e dei padri che vanno al lavoro. E che, dalle vetrine di via del Corso, avvolge sogni vicinissimi di ricongiunzione e di identità: un vestito da Mary Poppins, in organza, troppo costoso, troppo perfetto, troppo impossibile.

Un romanzo che fa parlare un’infanzia affamata d’affetto, di segreti che entrano sottopelle, e di lampi di nostalgia.

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