Milano e i suoi architetti: Viganò, per un’architettura etica

In Arte

Ecco la quarta puntata della rubrica “Milano e i suoi architetti”: ogni mese, un ritratto dedicato a un grande dell’architettura del Novecento che ha legato la sua vita e la sua opera a Milano. Oggi è il turno di Vittoriano Viganò: colto, anticonformista, elegante. Ma soprattutto calato con profonda coscienza sociale nella realtà del suo tempo. Il suo progetto più significativo? Un istituto per minori amato dai critici di tutto il mondo e – soprattutto – dai ragazzi che lo abitavano.

Gli anni della ricostruzione a Milano furono colmi di impegno, di tributo al rigore, di ricerca di un’inedita forma di bellezza, rude ma sincera. All’interno di questo vivace contesto si colloca l’architetto Vittoriano Viganò (1919-1996), milanese di nascita, distintosi per l’anticonformismo e l’eleganza intellettuale della sua architettura. Figlio del pittore Vico Viganò, dopo gli studi presso il Politecnico di Milano lavorò a stretto contatto con i BBPR e con Gio Ponti. Legittimo interprete ed erede della continuità del Moderno, fu abile cantore di uno spazio composito, dai volumi rigorosi e dai materiali puri ed essenziali. L’architettura per Viganò è campo di sperimentazione, di concretizzazione di energia, frutto di una ricerca ricca di tensione, povera di preconcetti, calata di volta in volta nella dinamicità del reale. Viganò è un elegante purista, la cui poetica si concretizza in architetture programmaticamente disadorne, ma non per questo prive di equilibrio formale e di eleganza.

marchiondi_1
Istituto Marchiondi

Formatosi nel diversificato ambiente del Razionalismo italiano del secondo dopoguerra, Viganò si confrontò con diversi ambiti della progettazione, procedendo col medesimo approccio, critico e in perenne divenire. Etica progettuale e ricerca artistica coincidono; ciò comporta che l’architetto si impegni con coerenza sul piano culturale, tecnico e didattico, affrontando da vicino, senza mediazione, le problematiche legate alla progettazione, nei più disparati ambiti: design, arredamento di interni, edifici, sistemazioni urbane rimandano a risposte proprie di un’architettura chiara e comprensibile, sia nei suoi intenti che nelle sue espressioni. Tali presupposti sono messi al servizio di una ricerca critica, volta alla formazione di un nuovo linguaggio, che rispecchiasse il nuovo stato democratico che stava formandosi in Italia. Questa concezione, calata nel proprio tempo, connota il mestiere dell’architetto di un rinnovato impegno civile; non a caso Viganò operò in contesti in cui tematiche paesaggistiche e urbanistiche si innestano su quelle sociali. Mezzo attraverso il quale esprimere il suo impegno civile fu un linguaggio architettonico denso di tensioni, di sovrapposizioni, in grado di sciogliere la complessità del reale in elementi chiari e precisi.

Ogni opera di Viganò concorre a definire un’estetica in continua evoluzione: gli interni ad esempio, realizzati tra gli Anni ’50 e ’60, solo apparentemente opere minori, ricchi di sperimentazioni volumetriche e di usi inediti di colori e materiali; o i progetti di risistemazione urbana, come quello del Parco Sempione, elaborato in occasione della X Triennale del 1953 e realizzato solo in parte, occasione di una complessiva e radicale riconfigurazione del rapporto tra città, patrimonio storico e verde urbano, inteso come valore inestimabile da rafforzare; o ancora le architetture effimere, tra cui spicca la Verticale in Piazza Duomo, realizzata nel 1961 in occasione della “Parata Luci”, un reticolo strutturale di 100 metri di altezza, torre compatta ma trasparente che, via via restringendosi, dialoga con le vicine guglie del Duomo.

verticale
Verticale, Piazza Duomo, 1961

Il progetto più rappresentativo dell’estetica di Viganò è però un altro, quasi inclassificabile per la sua particolarità, che attirò l’attenzione e l’ammirazione della critica italiana e straniera: si tratta della nuova sede dell’Istituto Marchiondi, dedito all’educazione di ragazzi difficili, concepito da Viganò come un complesso di edifici-sculture dalle inedite soluzioni strutturali e compositive. La sede precedente, sita in via Quadronno, era stata pesantemente danneggiata durante i bombardamenti della seconda guerra mondiale; era pertanto necessario ricostruire l’intero istituto, che fu trasferito nel quartiere di Baggio e terminato nel 1957. Mai come in questo progetto si esplicita il profondo impegno sociale di Viganò: l’architetto infatti non concepisce un riformatorio ma una vera e propria scuola di vita, che favorisce la socializzazione e la condivisione degli spazi. Tale scelta progettuale rispecchia una concezione educativa ben precisa, che respinge il controllo e la repressione per  valorizzare l’individuo all’interno di un contesto sociale controllato ma positivo, a misura di ragazzo. L’architettura del Marchiondi si cala in questo spirito: Viganò si serve di un linguaggio rude, grezzo ma liberatore, inteso a denotare in modo trasparente un’istituzione comunemente ritenuta repressiva. Tale concezione educativa ben si concretizza nella scelta di una struttura portante semplice e immediatamente comprensibile, elemento unificante di un sistema comprendente destinazioni eterogenee: convitto, scuole elementari e medie, laboratori, spazi comuni, edifici amministrativi, residenze per i docenti. La struttura, composta da pilastri e travi in cemento armato a vista, scandisce modularmente i vari edifici che compongono l’istituto, variando in altezza a seconda della funzione. La chiarezza strutturale permette di coglierne ogni elemento nella sua totalità e si estende fino all’esterno degli edifici, andando ad individuare aree di sosta, di gioco e di incontro.

marchiondi_2
Istituto Marchiondi

Viganò aggredisce l’ordinaria concezione di edificio inteso come scatola muraria bucata da finestre: l’architetto plasma un armonico complesso di oggetti plastico-spaziali, intimamente interrelati, scomposti in elementi semplici e per questo immediatamente comprensibili. Tale dispositivo è arricchito all’interno dal sapiente uso di colori primari quali giallo, blu e rosso, che si fanno largo tra le travi e i pilastri di cemento, andando ad amplificare la vitale esuberanza di questa sapiente composizione volumetrica. La rude bellezza dell’Istituto fu apprezzata non solo dalla critica ma anche dai suoi giovani fruitori: come ricorda lo stesso Viganò “chi ha veramente compreso il Marchiondi non sono stati gli organizzatori, le autorità scolastiche e pedagogiche, i colleghi, i critici di architettura che pure mi hanno fatto tanti complimenti: sono stati i ragazzi. Non potrò, credo, dimenticare il grido di gioia con cui sciamarono dentro, l’entusiasmo con cui presero immediato possesso della attrezzature, degli armadietti, dei porta-abiti.”

La vivace vita dell’Istituto ha però subito una brusca frenata: da decenni ormai l’imponente complesso vive in uno stato di totale abbandono, e molte sue parti risultano irrimediabilmente danneggiate. Nonostante la struttura sia stata posta sotto vincolo architettonico, l’ipotesi di un restauro rimane ancora lontana a causa della mancanza dei fondi necessari a recuperare il delicato complesso.

La rigenerazione concretizzata nel progetto del Marchiondi, intesa in senso architettonico e sociale, condensa un profondo significato civile; l’architettura per Viganò non diventa così sterile ripetizione di un personale linguaggio, codificato e riconoscibile, ma potente mezzo di discussione, di messa in gioco, di contestazione, in grado di riscattare e di ricomporre città e paesaggio. La straordinaria varietà delle risposte di Viganò alle più svariate tematiche progettuali corrisponde all’elasticità di pensiero di un progettista in grado di adattare il suo linguaggio alle condizioni in cui si trova ad operare. Tale flessibilità, non certo frutto di un’incertezza di intenti, è da ricondurre nel solco di un’integerrima concezione del mestiere dell’architetto, consapevole artefice calato nella realtà del suo tempo.

 

Immagine di copertina: Vittoriano Viganò, Istituto Marchiondi Spagliardi, Milano (1953-1958) © Daniele Zerbi