Salvati dalla musica: c’è un “Idolo” a Gaza, la California dei Beach Boys

In Cinema

Hany Abu-Assad narra il riscatto sociale di Mohammed Assaf, cantante palestinese reso famoso nel 2013 dallo show tv “Arab Idol”; Bill Pohlad mette in immagini, con doppio protagonista (John Cusack/ Paul Dano), la parabola del leader della band di “Good Vibrations”, dai trionfi anni 60 alla crisi negli 80

È ambientato a Gaza The Idol del regista palestinese Hany Abu-Assad, in parte girato nei luoghi veri, senza bisogno di ricostruire in studio case sventrate e cumuli di macerie, strade devastate, paesaggi bombardati, e tutte le infinite sofferenze quotidiane di un popolo rinchiuso e massacrato, condannato a un’infinita ripetizione dell’uguale, a un dramma senza via d’uscita.

Anche la storia al centro del film è assolutamente vera: è quella di Mohammed Assaf, il popolare cantante palestinese diventato famoso nel 2013 grazie alla vittoria nel talent show televisivo Arab Idol. È proprio questo elemento di verità ciò che rende il film commovente fino alle lacrime, soprattutto nella parte finale quando il giovane protagonista riesce a superare incredibili ostacoli e a raggiungere Il Cairo in tempo per partecipare alle selezioni per la trasmissione. Puntata dopo puntata, sbaraglia senza fatica tutti gli altri concorrenti, fino alla vittoria finale in diretta tv, davanti a milioni di persone festanti che hanno finalmente trovato qualcuno in grado di dare voce (letteralmente) alle loro sofferenze, e soprattutto al loro desiderio di riscatto, al bisogno di continuare a coltivare i propri sogni, anche quando la realtà intorno sembra volerli in ogni modo soffocare.

L’idea di trasportare sullo schermo cinematografico una storia di questo genere espone inevitabilmente al rischio di cadere nella retorica, o alla tentazione di spingere un po’ troppo sul pedale del sentimentalismo, ma Abu-Assad, già regista dell’ottimo Paradise Now e di Omar, tiene la barra dritta e riesce a non deragliare, mantenendo fino alla fine il controllo.

C’è però da dire che la parte veramente appassionante del film è la prima, quando protagonisti sono i bambini: il piccolo Mohammed, già dotato di una gran voce ma ostacolato dalla timidezza, gli amici Ahmad e Omar, e la sorellina Nour, una vera forza della natura che trascina tutti, riuscendo a mettere in piedi con zero soldi e tanto entusiasmo una vera e propria band musicale.

Mohammed Assaf adulto che trionfa sul palcoscenico di Arab Idol è giustamente diventato un simbolo di speranza e di pace, con la sua voce di incredibile potenza e gli occhi schivi da bambino fragile, ma l’immagine davvero indimenticabile del film è quella della piccola Nour che corre impavida e felice incontro ai suoi sogni. E se non farà in tempo a realizzarli, non importa, perché la sua risata contagiosa rimarrà, insieme al sorriso sfrontato e al passo spavaldo, il simbolo di un’energia vitale e di una libertà che nessun muro è in grado di distruggere.

The Idol, di Hany Abu-Assad, con Tawfeek Barhom, Nadine Labaki, Ahmed Al Rokh, Hiba Attalah, Kais Attalah, Abdel Kareem Barakeh

Marina Visentin

“LOVE AND MERCY”, la doppia storia di Brian wilson

È un biopic decisamente interessante e anomalo Love and Mercy di Bill Pohlad, produttore di gran caratura (da Brokeback Mountain a Into the Wild, da The Tree of Life a 12 anni schiavo) prestato qui alla regia per passione e sensibilità generazionale. Intanto ha due protagonisti, entrambi in parte, Paul Dano e John Cusack, per lo stesso personaggio, Brian Wilson, la mitica mente e voce dei Beach Boys, band californiana che inventò il sound del Pacifico con pezzi rimasti celebri, da God Only Knows a One Kind of Love, leit-motiv del film, fino all’album Pet Sounds, da più di un critico inserito nella Top 5 dei migliori dischi (così si diceva) della storia del pop. In secondo luogo, e ciò spiega la doppia interpretazione, il film si concentra solo su due momenti chiave della vita del musicista, tanto lontani, però, tra loro, da suggerire la presenza di diverse generazioni di attori: e questo anche per sottolineare uno dei temi forti del film, quello della rinascita, di una nuova vita (che prevede un nuovo attore), a chiusura di un periodo giunto ormai alla fine, e di cui non si vede la via d’uscita.

Nella prima fase, complice la freschezza di Dano, la sua aria svagatamente carismatica, vediamo l’ascesa e l’apogeo dei Boys, band assolutamente di punta della scena californiana e in qualche modo loro inventori, giunti in quel 1966 al massimo del successo grazie all’uscita di Good Vibrations, il loro singolo di massima popolarità, e appunto di Pet Sounds. È proprio Brian a mettere tutto in questione, lasciando il tour della band per chiudersi in studio a provare nuove sonorità, atmosfere orchestrali, assoldando grandi professionisti di sala d’incisione per rafforzare il tasso artistico del gruppo. Come dire, in qualche modo contro i suoi amici e sodali, a immaginare la fine del mood e dei ritmi “surf’n’sand”.

Il secondo momento di crisi, dove altri due ottimi protagonisti entrano in campo (Elizabeth Banks e Paul Giamatti), scontrandosi sordamente tra loro , vede Wilson (divenuto nel frattempo, nel film, John Cusack, convincente e comunicativo come sempre) a fine anni 80, in piena débâcle esistenziale, ancora ricco ma senza ispirazione, vittima di alcol e droga, immerso in una crisi depressiva da fine della scena (ma non solo) e salvato da un medico folle che per tirarlo fuori dalle sue dipendenze lo rinchiude in una casa-prigione senza vie d’uscita. Dalla quale lo libererà la bella Melinda, modella convertita col passare di qualche anno alla vendita di automobili di lusso, che s’innamora, ricambiata, di lui, e ingaggia una guerra decennale con il tirannico terapeuta. Dalla quale uscirà vincitrice, e sposa di Brian, nel 1995 della seconda rinascita del musicista.

Pohald allestisce la sua antiretorica biografia, costata 10 anni di lavoro e realizzata con l’aiuto costante di Melinda e Brian, tornato trionfalmente in scena grazie allo splendido album Smile (2004), con un montaggio parallelo che tiene uniti i due periodi, forse a volte con qualche schematismo di troppo, ma suggerendo, al di là del passare del tempo, una reale continuità psicologica fra quell’eterno ragazzo che sognava, ventenne, il plauso dell’arcigno padre, e quel maturo e sofferente artista che si avvinghia a un amore sincero, quasi da ultima spiaggia. In cerca di una pace interiore che sente, finalmente a portata di mano.

Love and Mercy, di Bill Pohlad, con Paul Dano, Paul Giamatti, John Cusack, Elizabeth Banks

Gabriele Porro