Teatro a Milano, one night stand

In Teatro

Oggi nessuna pianificazione tradizionale: raccontiamo due spettacoli già «conclusi», consumati in poche ore. Uno fa parte della rassegna lecite/visioni; l’altro è un progetto musicale a cura di Camilla Barbarito, leader della rock band milanese Nina Madù e Le Reliquie Commestibili, ed Ernesto Tomasini, attore dall’ugola d’oro. In tutti i sensi: la sua voce ha un’estensione di 4 ottave…

Non solo grandi titoli da teniture infinite. Oggi vi raccontiamo due spettacoli che sono andati in scena solo per una sera…

Ombre folliIl cunto del Garruso

di Chiara Palumbo

Sono cupe e oniriche le visioni che, per il sesto anno, tornano al Teatro Filodrammatici per raccontare la comunità LGBT a teatro. Visioni che un passo avanti sulla strada dei diritti ha reso lecite, ma che, viene da pensare non casualmente, iniziano indagando aspetti dolorosi e lugubri. L’apertura della rassegna è affidata a un testo inedito di Franco Scaldati, che si immerge dentro  un incubo abitato da ombre, il cui status di esistenze corre su un filo di incertezza. Figure che rivendicano, sulle prime, la propria incorporeità, mentre come in un sogno fumoso e buio una persona anziana veglia un corpo morto, composto. L’identità di queste figure è incerta, lo è la loro essenza e persino il loro genere, mentre la voce che racconta il sogno si rifrange e si sdoppia, tra il siciliano arcaico di Scaldati e un italiano che sottolinea le parole, prima che tradurle.

Quello che si svolge in scena è un vero e proprio cunto: i termini dialettali risuonano, imprimendo un proprio ritmo alle immagini prologo del testo, grazie a una scrittura lirica e sospesa e alla capacità di affascinare narrando.
Lirismo posto però al servizio della morte, della dannazione e della carnalità nei aspetti più estremi. E che si spezza spietatamente, con l’irrompere violento della realtà, in cui alcune delle duplicità prima evocate, si fanno concrete. Su tutte, quella di genere.


L’ombra che a questo punto prende corpo e si racconta, confessandosi come allo specchio, ha la passione di indossare una parrucca vistosa, truccare il viso, dar colore alle labbra, vestire una gonna il più corta possibile, calzare i tacchi alti e offrirsi agli uomini di passaggio, maestra nell’arte di dar loro piacere. “Garrusu sono”, dice, “sono frocio. E me ne vanto”. E tuttavia, del finocchio e delle sue abilità erotiche poste al servizio di chi passa nessuno deve sapere. Almeno fino alla fine dell’amplesso, perché a questo punto, è solo dall’agnizione che colui che si racconta ricava il sommo piacere. Un piacere che costa caro a chi chiede i suoi servigi: è a questo punto che il garrusu dalla parrucca rossa uccide, sventrando crudelmente i propri amanti di una notte.

Anche quelli che ama o sembra amare: come se questo spietato assassinio, truculento e angoscioso, fosse rivolto a una parte di sé stesso. Da questo estirpare sembra prendere le mosse la creazione di un altro da sé che va via via concretizzandosi, fino ad assumere le sembianze definite di un collega di lavoro, che scopre il protagonista nel pieno di una delle sue notti di perdizione e decide di prenderlo con sé, per redimerlo.

Vivranno così fino alla vecchiaia una vita condivisa, che il secondo chiama fraterna, ma che è piuttosto un rapporto tra detenuto e carceriere. Per tutta la sua vita il garrusu non uscirà mai di casa, “per il suo bene”, chiarisce l’altro, perché “la malattia può tornare”. Dentro casa, però, potrà ritrovare la sua parrucca rossa e gli abiti da donna. Niente altro, gli chiarisce l’amico. Perché lui è stato con gli uomini, ma una volta sola. Le altre non sapeva quello che faceva.

Enzo Vetrano e Stefano Randisi danno corpo con un’intensità ambigua e inquietante a un testo potente, violento, dove ciascuno dei personaggi si specchia in ciò che in fondo, forse, vorrebbe essere e non può. La sessualità esasperata e disperata  dell’uno fa da contraltare al preteso controllo dell’altro, la vita nascosta a una esibita fierezza senza la quale, anzi, non esisterebbe godimento. Un gioco di opposti all’apparenza inconciliabili ed estremi, che si specchia anche in un linguaggio in cui i passaggi poetici sono posti al servizio dei termini gergali del sesso, in cui le stelle e i pompini coesistono senza soluzione di continuità.

Con l’originalità e il fascino che hanno reso amatissimo Scaldati, e due interpreti che ne indagano con cura le possibilità del testo, Ombre folli scuote, sfida lo spettatore e si inoltra a indagare gli abissi dell’umano, le fenditure in cui a tratti sembra però trovare spazio un filo di “luce di luna”. Nella drammaticità che passa prima di tutto dal non poter essere mai liberamente se stessi, resta un retrogusto di amara, malinconica, tenerezza.

FOTO IN COPERTINA DI METRONEWS.IT 

 

BEATO CHI CI CREDE – Rivista astrattista esibizionista. Un duello a tacchi pari 

 di Andrea Meroni (fotografie di proprietà di Andrea Bordoni)

Oggi che il Gender sta conquistando il Mondo, Fred Astaire potrebbe calzare a sua volta i tacchi per dimostrare a Ginger Rogers di essere alla sua altezza, anche senza i vantaggi derivanti dalla maschilità. In attesa della reincarnazione della celeberrima coppia hollywoodiana, due performer di lusso come Ernesto Tomasini e Camilla Barbarito hanno pensato bene di sfidarsi in un duello “a tacchi pari” dal titolo Beato chi ci crede, sotto l’egida del Danae Festival, giunto alla sua XIX edizione.

Ma a dispetto dell’affinità tra le calzature, i due hanno differenze notevoli: nei tempi comici, nello stile vocale, nel modo di appropriarsi dello spazio scenico e di formulare le proprie battute. Lui (che abbandonò i cabaret palermitani per l’avanguardia londinese) è più diretto e sovreccitato, più impetuoso nel dare l’assalto alla platea con la sua maschera spalmata di cerone che sembra generata dall’unione tra Jack Lemmon e Hannibal Lecter… ma anche con qualcosina di Pee Wee Herman! Lei è più lunare e tortuosa, devota a quello stesso stile surrealista, pieno di immagini precisissime prese dalla vita reale ma combinate in modo improbabile, con cui confeziona gli spiritosi intermezzi dei concerti del suo alter-ego canoro, cioè l’ammaliante Nina Madù.

Ciò che li unisce – rendendo questa prima collaborazione un successo – è l’intelligenza del loro umorismo, che permette a Beato chi ci crede di filar via senza intoppi e senza momenti di stanchezza. Gli sketch di cui si compone -trainati indefessamente dalla chitarra di Fabio Marconi – sono collegati molto debolmente dall’idea di esplorare la crudeltà implicita nella vita di coppia (o più in generale dei rapporti donna-uomo). Alcune delle invenzioni più memorabili però sono svincolate da questo fil rouge, come nel caso di due assoli di Tomasini che incarna prima un feticista dei gomiti (sic!) e poi un cocco di mamma che pregusta il momento in cui la madre gli lascerà in eredità la sua collezione di abiti firmati, con cui andrà a sedurre lavoratori del settore primario e secondario.

La Barbarito rilancia con momenti di raffinato humour nero, incarnando distaccate vedove nere che attentano alla vita del coniuge, una col proprio peso spropositato e l’altra col veleno per topi nel tè. La stessa esilarante malevolenza promana anche dai siparietti tra i due, a cui riescono particolarmente bene le interpretazioni di coppie o altolocate e birignaose, o intellettualoidi e inclini alla crudeltà psicologica, un po’ alla Woody Allen.

Logicamente i due artisti non potrebbero non dare almeno un saggio delle loro specialità: Tomasini duetta con se stesso, ricorrendo al suo doppio registro baritenorale e sopranile (come faceva un tempo la sua conterranea Georgia O’ Brien), mentre la Barbarito viene posseduta da un improvviso attacco di acuti compulsivi mentre parla con ripugnanza di un marito ingordo.

Beato chi ci crede è giunto al Danae Festival, sul palco del Teatro Out Off, in anteprima assoluta, e non si sa come e quando ritornerà in scena… c’è da sperare vivamente che ci torni, magari con qualche limatura qua e là, giusto per dare un po’ di respiro agli spettatori, alternando con maggior sapienza le grasse risate che distruggono la milza con quelle sottili e maligne dei momenti più cerebrali. Un altro augurio è che lo spettacolo possa essere riproposto con un’opulenza più da gran varietà che da avanspettacolo, e con mezzi non dico da Ginger e Fred, ma perlomeno da Sandra e Raimondo, come auspicato anche dallo stesso Tomasini!