Un palco in festa con la Supersonic Blues Machine

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La macchina del blues va fortissimo, grazie a un italiano trapiantato a Los Angeles e allo zio americano, Billy Gibbons: un concerto ricco di ospiti e di grande musica

Una vera e propria celebrazione del blues, del rock ‘n’ roll e dei musicisti che ne hanno costruito la storia. Il concerto di Supersonic Blues Machine a Carroponte è stato soprattutto questo. Ma è stata anche l’occasione per scoprire alcuni musicisti di tutto rispetto, per riabbracciare vecchi amici e per vedere sul palco, in un colpo solo, artisti mai così vicini. Proprio questa capacità di avvicinare musicisti diversi grazie alla passione comune per il blues è la qualità migliore della super-band californiana dalle origini italiane.

Sì, perché il bassista Fabrizio Grossi, occhiali da sole, foulard al collo e bandana in testa, è nato e cresciuto a Milano prima di trasferirsi negli Stati Uniti, a Los Angeles, per inseguire il sogno di una vita fatta di rock. Grossi fa gli onori di casa, e non perde occasione per chiedere al “suo” pubblico di fargli fare bella figura con i suoi “amici americani”. La Supersonic Blues Machine, infatti, è alimentata dal suo basso, dalla batteria di Kenny Aronoff, che vanta collaborazioni con artisti mondiali del calibro di Elton John, Smashing Pumpkins, Alice Cooper, John Mellencamp e Vasco Rossi, e dalle chitarre di Lance Lopez, che però sta lavorando al suo prossimo disco solista e non prende parte a questo tour.

Qualsiasi band avrebbe problemi a presentarsi per un tour europeo senza il proprio frontman. Non la SBM: a prendersi il centro del palco è il musicista inglese Kris Barras, senza dubbio la scoperta più interessante di questo concerto. Ad affiancare il trio, le coriste Francis Benites e Andrea Grossi, il tastierista Alex Alessandroni e il chitarrista Serge Simic.

Un pieno di energia che scalda il palco fin da subito, complice la presenza di tre special guests di primissimo livello. A partire da Fabio Treves, che sale subito sul palco con la band per I Am Done Missing You e torna subito dopo per  L.O.V.E.: il Puma di Lambrate e la sua armonica riempiono l’aria di blues e riportano la band dritta alle sue radici musicali. Il concerto si arricchisce dei duetti a sei corde tra Simic, con il suo stile alla Richie Sambora (non solo per il capello e il talkbox), e Barras, che è una vera sorpresa: parte in sordina, ma una volta scaldato il motore viaggia lungo il manico senza mai strafare, e senza mai perdere di vista l’obiettivo finale, quello di far divertire tutti e di far parlare lo strumento. Ha uno stile tutto suo, a metà tra Zac Brown e Steve Lukather. Uno stile che non lo fa sfigurare quando viene invitato sul palco Stef Burns, il chitarrista storico di Vasco Rossi, che aggiunge il suo tocco distintivo a  Hard Times.

Ma è solo a questo punto che la serata assume i contorni di una festa vera e propria. Grossi racconta del suo arrivo a L.A. e di quando “uncle Willie” lo ha aiutato a sistemarsi e a costruirsi la sua carriera. “Uncle Willie” altri non è che Billy F. Gibbons, che fa il suo ingresso trionfale sul palco. Neanche il tempo di attaccare il jack e parte subito con  La Grange , storico successo dei suoi ZZ Top. Il pubblico si infiamma, e da lì in poi è un crescendo di puro divertimento rock. E così, dopo  Dust my Broom  di Robert Johnson e gli originali  Broken Heart  e  Running Whiskey  cui Gibbons collabora anche su disco, il barbuto chitarrista attacca con un altro pezzo storico,  Sharp Dressed Man , prima di richiamare sul palco anche Stef Burns e Fabio Treves per l’emozionante finale tutto rock ‘n’ roll con  Got My Mojo Working  e  Going Down. A questo punto è proprio Gibbons a fare il direttore d’orchestra, chiamando uno a uno i musicisti a prendersi la scena con una serie di assoli che chiude la serata in festa e dà il giusto tributo a ciascun membro della Supersonic Blues Machine, prima dell’inchino finale e dell’abbraccio dei fan.