Stabat Mater – Maria dei reietti

In Teatro

Una straordinaria Maria Paiato “glorifica” lo spettacolo scritto da Antonio Tarantino e diretto da Giuseppe Marini

Bocca di Rosa poco lontano si porta a spasso per il paese l’amore sacro e l’amor profano. Nella sera in cui Fabrizio De André diventa protagonista di una fiction televisiva, al Piccolo Teatro va in scena una vicenda che strizza l’occhio a una delle sue eroine, e al suo stare al mondo.

La protagonista di Stabat Mater è una donna che dell’amore ha fatto professione, ma non ha perso sotto la coltre dell’abitudine e del risentimento la capacità di provarlo. E così aspetta Giovanni, sposato con un’altra donna. Il suo andare a spasso, come la sua attesa, è però circolare; chiusa in un fosso, intrappolata, si dibatte impotente senza curarsi di chi la circonda: dando le spalle a chi la osserva.

È solo di lui che le importa, il suo Giovanni amato e odiato. Ed è a lui che rivolge una lunga invocazione, una preghiera, decisamente insolita. Alle parole impalpabili della sacralità se ne sostituiscono altre concrete, corporali, volgari, grevi, in un italiano zoppicante che però come in ogni preghiera si compongono di formulari, di frasi ripetute ossessivamente, e si aggrappano a simboli imprescindibili: tutto fa al caso, persino un vecchio orologio.

La Maria del testo di Antonio Tarantino con la Madonna ha da spartire soltanto il nome, e parte della sorte: ragazza madre di un figlio che la soverchia, che ammira e non può controllare. Per il resto alla figura diafana delle icone si sostituisce qui una donna grezza, che ha in bocca un linguaggio da bassifondi o, in questo caso da argine del fiume, (quegli stessi fiumi che hanno visto la morte della giovane, con lo stesso nome e professione di quella di Tarantino, che De André ha trasformato in Marinella), in una Torino che si svela poco alla volta venata di altri accenti.

Così come poco alla volta si svela la vita di Maria, giovane invecchiata dalla vita, madre di un figlio che “c’ha una testa che è tutta una poesia”. Una donna che non ha nulla, e ogni giorno è costretta ad arrabattarsi come può, per sopravvivere. Una donna senza appigli, che deve cercare angeli estremamente terrestri.

La signora Tabucco, addetta dei servizi sociali preoccupata della salvezza della propria anima e don Aldo, un prete umano, troppo umano.

Maria, che di cognome fa Croce, si trasforma così in una Madonna capovolta, che non solo non sa proteggere ma non ha nemmeno nessuna intenzione di accogliere, e anzi, nella sua personale visione del mondo ne ha per tutti. marrochini, (gli stranieri in generale), e cupi (voce dialettale piemontese per omosessuale). Una Madonna che però ha una sua personale legge da riferire agli uomini, che suona più o meno “siamo tutti uguali su questa terra, tutti una manica di farabutti”.

A incarnare questa Madonna degli straccioni una Maria Paiato che dimostra tutto il proprio talento moltiplicandosi in un monologo a più voci, che fa ridere di una risata amara e da caserma, almeno fino a quando la storia non prende finalmente avvio e cambia tono in un più credibile grido di dolore, quello di una madre a cui il figlio, arrestato come terrorista, viene strappato.

Tornano così a legarsi sacro e profano, mentre il giudice Ponzio condanna “il Cristo di mio figlio”, traviato dalla dissoluta Maddalena, lavandosene poi – prevedibilmente – le mani, e lasciandone la sorte nelle mani del giudice Carafa (l’assonanza con Caifa è nuovamente vistosa). Dopo di ciò, il buio, in cui si potrebbe anche intuire – nonostante non venga sviluppata oltre – la eco della voce di quelle madri, sorelle, mogli, i cui cari, dopo un arresto, non sono mai tornati. A loro, al contrario che alla Madonna, che pure ha conosciuto lo strazio della madre dolente, non è data la speranza di una resurrezione, tutt’al più l’immersione in un’acqua che sa di morte, più che di rinascita.

La regia di Giuseppe Marini è minimale fin quasi alla dissoluzione, si premura soltanto di mostrare il dibattersi a tratti convulso della Madre dentro il degrado, prima, il dolore e infine la solitudine di chi non ha più santi ai quali votarsi.

L’attualizzazione della figura mariana, ancorché non sempre originale, ha una sua ragione di essere, e un suo valore suggestivo e tuttavia la intelligente scena circolare di Alessandro Chiti è una efficace metafora di un lavoro che finisce presto con l’avvitarsi su se stesso, e quando finalmente la storia prende avvio e si dipana – mostrando in nuce la forza che contiene – è già trascorsa gran parte dell’ora e mezza di durata di un lavoro che, forse, senza l’abilità attoriale di Maria Paiato, non dimostrerebbe la stessa solidità.

Luci e ombre per quello che è un saggio di politicamente scorretto venato di misticismo, che ci si domanda se sia stata una sfida o un azzardo portare in un contesto come il Piccolo Teatro anziché in una scena off.

Stabat Mater di Antonio Tarantino, al Piccolo Teatro fino al 18 febbraio

FOTO DI FEDERICO RIVA