Sofia e le donne “libere” di Casablanca, un bel racconto tra dramma e satira

In Cinema

La giovane e benestante Sofia rimane incinta, ma nel “progredito” Marocco fare sesso fuori dal matrimonio è proibito e si rischia il carcere. Così partorisce di nascosto e finisce per accettare di convincere il padre (reale? presunto?) della piccola a sposarlo. In fondo anche lui, di famiglia povera, ha solo da guadagnarci. Giustamente premiato per la miglior sceneggiatura a Cannes, il film di Meryem Benm’Barek è ben scritto, diretto e montato. Una storia morale senza moralismi

Sofia (Maha Alemi), ha vent’anni ed è incinta, ma non lo sa. O forse ha deciso di non saperlo, negando a tutti i costi l’evidenza. Quando le si rompono le acque, una sera durante una cena di famiglia, solo la cugina Lena (Sarah Perles) si rende conto di cosa sta succedendo e la trascina in ospedale. La ragazza riesce a partorire, ma di nascosto, e con una neonata piangente in braccio viene letteralmente buttata fuori dai medici nel giro di poche ore. Nessuno vuole infatti prendersi la responsabilità di assistere una “fuorilegge”: siamo in Marocco, a Casablanca per la precisione, nelle vie la maggior parte delle donne non porta il velo e la condizione femminile sembra migliore di quella di molti paesi musulmani, però il sesso fuori dal matrimonio è punito severamente, può costare fino a un anno di prigione. E l’ospedale non potrà fare a meno di avvisare le autorità.

Sofia ha 24 ore di tempo per rintracciare il padre di sua figlia e convincerlo a sposarla. Insieme alla cugina Lena si dirige così verso il quartiere popolare di Derb Sultan e va a bussare alla porta di Omar (Hamza Khafif). Ma è davvero lui il padre? Quest’ultima domanda a noi sembra molto importante, anzi decisiva, ma per gran parte dei protagonisti del racconto è invece del tutto irrilevante. L’importante è salvare l’onore, a qualunque costo. E il sontuoso (ma ben poco festoso) matrimonio che chiude il film rende apparentemente felici tutti quanti: i benestanti genitori di Sofia, pronti a tutto pur di evitare uno scandalo che potrebbe rovinare un grosso, imminente affare in grado di renderli ancor più ricchi, esattamente come i miserabili parenti di Omar, ansiosi di cogliere al volo un’inaspettata occasione di riscatto sociale.

Da Meryem Benm’Barek, nata in Marocco ma cresciuta in Belgio, tornata nel paese di origine per Sofia, il suo debutto dietro la macchina da presa, ci si poteva forse aspettare un puro e semplice atto d’accusa contro l’arretratezza della società marocchina, pensando in particolare alla condizione della donna: un film magari coinvolgente ma inevitabilmente manicheo. Invece la regista sceglie di raccontare la storia della protagonista con partecipazione emotiva ma anche con distacco e spirito critico, sottolineando le tante sfumature di una realtà dove nessuno è davvero innocente. Sofia viene così descritta come una vittima, certo – doppiamente vittima, dell’uomo che l’ha messa incinta e del codice penale marocchino che criminalizza il sesso fuori dal matrimonio – ma anche come una ragazzina viziata che al riparo dell’ombrello protettivo della sua famiglia si muove nel mondo con falsa sicurezza e un pizzico di arroganza.

Dal suo angolo privilegiato semplicemente procede per inerzia: non studia, non lavora, non ha nessuna idea di cosa fare nella vita. Potrebbe fare tutto ciò che vuole, ma si ritrova ricacciata nell’angolo dal continuo confronto con le altre donne della famiglia (la madre, la zia, la cugina, tutte belle, tutte eleganti), mentre lei sembra un brutto anatroccolo, goffa e sgraziata, senza un posto nel mondo. Paradossalmente, ma non troppo, proprio quel figlio non voluto, da nascondere come un’indicibile vergogna, può diventare però lo strumento della sua rivincita. Nei riguardi della sua famiglia e del mondo intero.

Un mondo che in questo film viene descritto anche e soprattutto attraverso lo scontro di classe che oppone la famiglia di Omar a quella di Sofia, perché uomini e donne, nelle più retrive società musulmane esattamente come nella nostra liberale Europa, sono sempre profondamente definiti anche dal censo a cui appartengono. Un racconto morale che non pecca mai di moralismo. Un film complesso, intelligente, dal montaggio serrato, scritto e diretto con grande precisione, giustamente premiato per la miglior sceneggiatura l’anno scorso al festival di Cannes, dove era stato presentato nella sezione “Un certain regard”.

Sofia di Meryem Benm’Barek, con Maha Alemi, Sarah Perles, Lubna Azabal, Faouzi Bensaïdi, Nadia Niazi, Hamza Khafif.

 


film d’asia, africa, e america latina, Dal 23 marzo anteprime a Milano

Dal 23 al 31 marzo all’Auditorium San Fedele, allo Spazio Oberdan, all’Arcobaleno Filmcenter e al Wanted Clan, torna una delle rassegne milanesi più amate, il Festival del cinema africano, d’Asia e America Latina, quest’anno all’edizione n. 29. Saranno in programma oltre sessanta film divisi in tre sezioni competitive e quattro fuori concorso, e in più, come di consueto, ci saranno incontri con attori e registi, mostre, dibattiti, e in particolare molte iniziative rivolte al un pubblico giovane.

 

Tra i titoli più attesi dell’edizione 2019 ci sono tre campioni di incasso recenti che vengono da Cina, Egitto e Perù e che spaziano dalla commedia al dramma sociale. Il primo è Youth del regista pechinese Feng Xiaogang, ultimo di una serie di successi di critica e di pubblico che gli hanno regalato il soprannome di “Spielberg cinese”: la storia di un corpo di ballo dell’esercito cinese durante i tormentati anni della Rivoluzione Culturale si potrà vedere il 22 marzo alle 19 all’Arcobaleno e il 30 alle 21.15 allo Spazio Oberdan. Dall’Egitto viene Induced Labor  di Khaled Diab, sceneggiatore molto noto che qui è al debutto in regia, commedia esilarante con un fondo drammatico di denuncia politica, protagonista una coppia pronta a tutto pur di ottenere il visto per gli Stati Uniti: il film sarà il 29 alle 19 allo Spazio Oberdan e il 31 alle 15 all’Auditorium San Fedele. Completa il trio El abuelo, road movie diretto anche questo da un debuttante, il peruviano Gustavo Saavedra Calle, che racconta il viaggio del nonno Crisostomo che porta la famiglia alla scoperta le sue origini. Il film, che sarà il 30 marzo alle 19 allo Spazio Oberdan, fa parte del Focus Perù. I film dall’Egitto e dal Perù fanno parte dell’ormai classica sezione del festival “E tutti ridono…”