Sguardi su Pompeo

In Teatro

Davide del Grosso scrive e interpreta le follie espressive del grande disegnatore marchigiano Andrea Pazienza (San Benedetto del Tronto, 1956 – Montepulciano 1988) e su Pompeo, la sua ultima opera. Un mondo surreale e impenetrabile, grottesco ed inquietante. Un mondo popolato da una profonda sofferenza esistenziale, di cui si fa metafora la droga, che trascina l’artista in un inferno che non “basta mai”: lo spettacolo è stato in scena fino allo scorso 15 aprile a Campo Teatrale

Così anche il pubblico viene trasportato all’interno di questo mondo interiore.

Poltrone e oggetti di scena muniti di rotelle – il fascino delle rotelle e delle cose che si spostano e muovono magicamente, per alternare gli spazi – per una gestione sempre viva dell’ambiente e della narrazione che muove in esso. Un disegnatore come Andrea Pazienza, messo a nudo (letteralmente) sul palcoscenico.

Forse un tentativo legittimo di attraversare un percorso umano arduo e difficoltoso, portatore di temi esistenziali forti, come quelli che un giovane artista – un animo sensibile e rivoluzionario – si trova ad affrontare necessariamente nel corso della sua crescita personale.

Davide del Grosso, con il sostegno di una regia paziente e che ha saputo mantenere nei suoi decorsi il sacro valore del gioco teatrale – di Claudio Orlandini – entra in scena in maniera elegante, garantendo una presa sul pubblico non indifferente, che poi perde il suo fascino mano a mano che la storia della triste vicenda di droga dell’artista ci viene “spiegata”, forse in maniera un po’ troppo didascalica, perdendo quelle luci di suggestione che stimolano maggiormente la riflessione e l’attenzione del pubblico. Racconta Pompeo, l’ultima opera di Pazienza, in Vorrei dirti che basta l’amore.

Le proiezioni oniriche di Andrea Pazienza rivivono sulla scena, tratte dalle immagini di una delle sue graphic novel più fortunate e più densamente popolate da quel mondo macabro e lontano, ma mai estraneo alla poesia delle cose. Una poesia che trova spazio negli angoli di emarginazione cui i personaggi di Pazienza si trovano a vivere. La poesia del fallimento… La poesia degli emarginati, dei dimenticati, di chi procura ribrezzo e di chi vive male, una vita sporca e indefinita – sempre tesa fra la disperazione e la bellezza.

La vita degli animi sensibili che difficilmente, allora come oggi, riescono a trovare il proprio posto nel mondo. Il teatro diventa allora una porzione di spazio ritrovata, dove poter immaginarsi e ripercorrersi.

Che sofferenza…

Ma si resiste, vale la pena forse di andare avanti. Vale la pena di disegnare, di scrivere, di suonare… di tentare ad avvicinarsi ad un codice straordinario che consente a visioni inverosimili e sublimi, da vivere interiormente e profondamente… Solo così può esistere la verità. Una verità che non coincida necessariamente con il vero, ma che sia onesta e sincera: Una verità sensibile, la verità delle cose belle.

Purtroppo lo spettacolo forse ha il difetto di calarsi troppo a fondo nel declino fisico e psicologico di Pazienza – tossicodipendente, e si interessa mano a mano meno rispetto al rapporto che Pazienza – Persona e Artista – ha con il mondo circostante, minando ad una comprensione più unilaterale del suo contributo umano e artistico. Un contributo unico e sincero, per cui gli siamo tutti indubbiamente grati.

Non basta questo però a definire la problematizzazione di uno spettacolo che porta come titolo “Vorrei dirti che Basta L’Amore”. Non Basta il Teatro, forse, ma basta l’Amore… Basta l’amore a fare il teatro?

Basta il Teatro a fare l’Amore? In fondo nulla è sufficiente, come condizione necessaria…è l’amore a darci la capacità di cui abbiamo bisogno, la cifra del nostro sentire!

 

“Vivere non è abbastanza – disse la farfalla – uno deve avere il sole, la libertà ed un piccolo fiore”

Hans Christian Andersen

 

Ci si sarebbe dovuti concentrare maggiormente rispetto a questo mondo pulp – intriso di avvenimenti simbolici e che richiamano alla mente domande esistenziali cui la risposta giace sospesa implicitamente nella domanda stessa. Di questo linguaggio quasi inverosimilmente aulico vive il testo, scandito da due ottime trasformiste quali – Carola Boschetti e Cinzia Brogliato – che affiancano i deliri dell’Artista – Attore (Andrea Pazienza – Davide del Grosso) trasmettendogli un po’ di amore, un barlume scanzonato e malmesso di amor proprio, che come una flebile luce di candela galleggia nell’aria. Quel che resta di un uomo distrutto dalla droga, e consumato da quel gusto per l’inafferrabile che è proprio dell’artista e che fa soffrire, inevitabilmente.

Una meteora dunque, Andrea Pazienza, una stella piangente e sola.“Non vi faccio pietà? Schifo?” – ci domanda nel corso dello spettacolo Andrea (Davide).

 Caro Andrea, sei stato un disegnatore favoloso, di cosa possiamo più spaventarci? Hai sofferto… Non ti è bastato l’amore.

Basta il Teatro a renderti omaggio? Forse no, neppure quello. Bisognerebbe averti conosciuto per capirti. Ma la vita va avanti, con o senza l’Amore. Di tanto in tanto però nasce questo Amore, fiorisce, come un piccolo fiore, e rende bastevole la vita a chi la vive; a chi l’ha vissuta.

Persino tu ora, caro Andrea, basti a te stesso.