Semele e l’Europa: Gardiner rilegge Handel al tempo della brexit

In Musica

John Eliot Gardiner assieme al Monteverdi Choir e agli English Baroque Soloists è in tournée nel vecchio continente (dopo Parigi, Barcellona, Milano, stasera a Roma) con un’opera inglese, scritta da un tedesco molto british, in una lingua musicale che suona italiana

Può un’opera scritta nel 1743 guardarci negli occhi come il reclutatore dello Zio Sam e strapazzarci sull’Europa di oggi? Sì, perché l’opera che plana in questi giorni in Italia come un’astronave antica – lunedì 6 alla Scala di Milano, oggi (mercoledì 8) all’Auditorium di Santa Cecilia – è nata a Londra da un musicista tedesco, Georg Friedrich Haendel, che a ventotto anni si fece inglese (dal 1712, George Frideric Handel), per diventare il più grande compositore della Gran Bretagna dopo Henry Purcell (1659-1694) e prima di Benjamin Britten (1913-1976). (Altri di pari grado, l’Albione non ne ha generati).

L’opera è su un testo inglese tratto dalle Metamorfosi di Ovidio, poeta romano. Non è proprio un’opera ma una miscela di teatro musicale e oratorio pagano che nemmeno esisterebbe se Haendel (ancora giovane e tedesco), non avesse compiuto il viaggio in Italia necessario per ascoltare e imparare nell’ombelico del mondo, Firenze e Roma, come si compone musica strumentale e vocale, e non avesse poi sintetizzato il tutto diventando egli stesso re dell’opera italiana. Molti gli anni, quelli di Mr Handel fino al 1742, in cui Londra non voleva ascoltare altro che la lingua dove il sì suona, vedere spettacoli di stupore post-barocco ispirate al nostro occhio figurativo, ascoltare arie spericolate, virtuosismi di cantatrici e cantanti, anche evirati, che venivano dall’Italia a ogni costo (prezzo).

Semele è un’opera inglese, scritta da un tedesco molto British, in una lingua musicale che suona italiana fin nelle fibre dell’orchestra, perché di che cosa fosse capace il violino, l’Europa l’aveva conosciuto da quel che facevano Arcangelo Corelli a Roma e Antonio Vivaldi a Venezia e Mantova. L’avevano imparato gli inglesi a casa loro da Francesco Geminiani da Lucca, che quasi nello stesso anno di Handel diventò un altro emigrante di casa a Londra, dove fondò una scuola di violino, dove scrisse un trattato che pose le basi e i vertici dello strumento prima di Paganini, formando solisti e orchestrali del Regno. Handel lo conosceva bene Geminiani, perché lo accompagnava al cembalo nelle improvvisazioni per le quali un altro genio dell’arco, Tartini, l’aveva soprannominato “il furibondo”. Last but not least: il Cimento dell’Armonia e dell’Invenzione, cioè le Quattro Stagioni, messe su carta da Vivaldi nel 1716-17, dove erano state pubblicate nel ‘25? Ad Amsterdam, appena sotto la Manica, poco sopra le terre di Germania.

Insomma Semele è un intreccio indistricabile di europeismi nato trecento anni prima dell’Unione, della quale qualche imbecille vorrebbe disfarsi come se non fosse mai stato tessuto, l’intreccio, nelle cose reali e proiettato in HD sugli schermi del Vecchio Mondo anche quando le nazioni si facevano la guerra.

L’ esecuzione-spettacolo di Semele che in una Scala quasi a lume di candela ha sedotto Giove e il pubblico lunedì notte, è anch’essa un intreccio di culture e di saperi d’Europa. L’ha confezionata John Eliot Gardiner ed è uno dei gioielli di cui la sua indagine sulla musica cosiddetta antica e barocca (termini entrambi di comodo) è capace: una esecuzione in forma di concerto ma non troppo, la cui prima arma di conquista sono le voci del Monteverdi Choir, gruppo creato da Gardiner negli anni Sessanta nel nome del più grande maestro che la Voce abbia avuto. Quando toccano la parola italiana, gli inglesi (ma non solo a loro) sono spesso costretti a imitare, simulare un suono che non è loro, ma quando hanno la parola inglese in bocca, cantano con pulizia, intonazione ed espressività che toglie il fiato.

© Brescia/Amisano – Teatro alla Scala

Seconda lezione: il teatro. Gardiner e i suoi portano in giro una Semele che è troppo poco dire “in forma semiscenica”: grazie al tocco minimal di Thomas Guthrie (regista molto “brit”), le luci di Rick Fisher e i costumi di Patricia Hofstede, contiene più teatro di una lunga fila di regie viste anche alla Scala. Non solo i “coristi” (brutta parola) di Gardiner cantano una loro civiltà inimitabile, ma si concedono anche il divertimento di una gestualità che fa scorrere le tre ore e mezza di musica come fossero tre minuti; e se ne vorrebbe ancora di più, come diceva la sala gremita (per destinazione benefica all’Opera di San Francesco, che sfama gli affamati) in grandi applausi di quasi mezzanotte.

I solisti di Semele sono anch’essi cantanti di scuola pragmatica che hanno il teatro dentro. A Louise Alder, soprano di viso un po’ alla Kate Middleton “in Windsor” (not Meghan, please) bastano sguardi allusivi e pochi gesti per far innamorare Giove e il pubblico; Lucille Richardot (francese, per rimanere in tema) è un mezzosoprano quasi geniale nel dividersi in due personaggi diametralmente opposti: Ino, sorella remissiva di Semele, e Giunone, moglie di Zeus scatenata in invettive da donna tradita e disposta a tutto. A muoversi con disinvoltura pensano anche i maschietti: il tenore Hugo Hymas (inglese che il cognome tradisce non discendente in linea retta dai sudditi della Regina Vittoria), il controtenore Carlo Vistoli e il basso Gianluca Buratto (italiani, ovvio), che nei rispettivi registri si fanno quanto mai rispettare.

Non parliamo di voci che lanciano per l’aria grandi fendenti, ma di voci leggere che giocano di fioretto sulle agilità, ben impostate, sempre sul fiato e in maschera. Voci che si legano con naturalezza al suono morbido dell’Orchestra di Gardiner, gli storici English Baroque Soloists, che non hanno bisogno di percentuali rosa per mettere due terzi di donne ai leggii, che esibiscono con esperienza e civiltà non straordinari virtuosismi ma una consapevolezza di suono, di legato e di staccato che almeno ci fa intuire in che cosa consistesse l’insegnamento di Corelli, di Vivaldi e dell’inglese Geminiani quando stupiva i nativi dell’isola con le sue “inattese accelerazioni e decelerazioni” (Burney).

E questa è la terza lezione. Il teatro interno alla musica di Handel nasce proprio nello strumentale, nella elasticità degli English Baroque Soloists che, in accordo stretto con la tecnica vocale del Monteverdi Choir e dei solisti-attori, compone un modello di civiltà musicale che scende paradossalmente dalla terra di un colossale infortunio storico: la Brexit.

Da tutti questi elementi combinati insieme, non c’è nemmeno bisogno di leggere il libretto di William Congreve per capire l’opera con cui Handel lasciò la nevrosi del mondo operistico all’italiana. Il plot è semplice e universale: è la storia di una seduzione, quella che l’umana Semele fa scattare verso il dio degli dei per diventare anche lei divina e liberarsi dai dolori del mondo. Per conquistare insomma una specie di reddito di immortalità destinato a rivelarsi un’illusione: sogno troppo ambizioso per diventare realtà, commentato dal coro con parole toccanti: “il nostro presunto fuoco si perde in fumo”. Un verso sul quale Semele tocca il suo zenit e Handel scrive la musica sublime in cui era maestro.

Riassumendo: Semele in tournée con John Eliot Gardiner, il Monteverdi Choir, gli English Baroque Soloists. Dopo Parigi e Barcellona, appunto Milano (6 maggio, Teatro alla Scala), e Roma, Auditorium di Santa Cecilia (questa sera, 8 maggio). Un regalo di storica bellezza europea all’Europa di oggi, dalla nazione che da tre anni non sa sciogliersi dal penoso viluppo in cui si è per orgoglio cacciata. Come Semele alla ricerca di Giove e dell’eternità, che in terra non esiste.

Immagine di copertina © Brescia/Amisano – Teatro alla Scala