I dialoghi di Emilio Scanavino

In Arte

Una mostra alla Galleria Robilant + Voena presenta l’attività del grande Emilio Scanavino (1922-1986), genovese innamorato dall’informale e di Lucio Fontana.

I Dialoghi inediti del titolo della mostra sono quelli che si tessono tra i disegni preparatori e le pitture, le sculture finite di Emilio Scanavino. Seguendo le loro voci, i rimandi delle immagini vediamo l’opera nel suo farsi, nel suo svilupparsi, il disegno che diventa dipinto, il dipinto scultura. E’ la storia di un percorso interiore che diventa immagine, corpo.

Il percorso che facciamo noi per vedere le opera di Emilio Scanavino si sviluppa attraverso le sale della GaIleria Robiant+Voena. Una palazzina in via Fontana 16, proprio dietro il Tribunale. Si entra salendo qualche gradino di marmo bianco e superato il pesante portone di legno nero si entra in un interno tipicamente inglese di gusto neoclassico. Le pareti tutte tappezzate di un azzurro polvere sono profilate da boiserie bianca. A ogni angolo delle pareti, poggiate su dei piedistalli, troneggiano delle statue classiche e rinascimentali di marmo bianco. L’accostamento di arte antica e contemporanea non è così diffuso da noi in Italia. Le statue sembra che siano lì messe apposta per scandire la successione delle opere di Emilio Scanavino e ci costringono a prenderci una pausa. Una pausa di silenzio per guardare e capire meglio.

L’idea della riflessione è anche sollecitata dai temi, dagli oggetti che Scanavino sceglie. Una delle sue immagini centrali è l’uovo, declinato in tutte le sue varianti sia come simbolo, che come oggetto, che come segno grafico. Mille possibili rimandi si affollano nella nostra mente. E’ l’uovo di Piero della Francesca, i cerchi perfetti di Giotto, le bombe, i crateri, l’origine di tutto, l’embrione perfetto.

Il Dialogo inedito potrebbe cominciare con una Serie  del 1965 di cinque fogli di carta di Fabriano ruvida con un cerchio al centro per ciascuno, disegnato con una matita grassa . I Cerchi sono fatti a mano libera, non sono perfetti, si vedono i diversi punti d’attacco della matita, lo spessore del segno diverso a seconda della pressione della mano sul foglio, un paio hanno delle sbavature, delle barbe, delle piccole fratture. C’è qualcosa che non va.

E le Uova si fanno sculture in ceramica smaltata a bronzo del 1964, racchiuse in una scatola di legno, foderata con pannelli in terra refrattaria. In questa scultura il dialogo si apre ai materiali diversi, che difficilmente troviamo assemblati insieme.

Il percorso da un medium all’altro non è lineare, come non lo è la nostra vita. L’assemblaggio di materiali diversi aggiunge incertezza al percorso. Insieme alla dimensione simbolica, il percorso acquista una dimensione esistenziale. E l’UOVO è la grande scultura in pietra refrattaria perlacea come un perfetto guscio che poggia su un rozzo tavolino di legno nero (1968).

Ma la contaminazione barocca e drammatica dei materiali e dei linguaggi si realizza nell’incredibile quadro-collage, dove su una superficie di tela dorata con tracce di graffiti poggia un’altra tela bianca, molto più  piccola, con sopra appoggiato un uovo; la composizione è colpita –come da uno schiaffo – da una violenta macchia di inchiostro nero. L’effetto è sorprendente, il contrasto tra l’oro e il bianco e nero, tra i rettangoli delle tele, la loro sovrapposizione, l’uovo perfetto e l’esplosione della macchia nera quasi spaventano, comunque disorientano.

Altri disegni raffigurano sfere un po’ schiacciate che si schiudono in delicati germogli, alcuni con tracce di colore rosso o rosato. E infine il tema si sviluppa nella grande Scultura in terracotta rosata del 1967.

C’è un altro bellissimo quadro a olio del 1970, Le due metà, che potrebbe introdurre un altro oggetto feticcio di Emilio Scanavino. Nella grande tela preparata bianca sono dipinte due metà separate di un cerchio che sembrano voler sfuggire al centro, alla ricomposizione; le due metà sono legate, trattenute insieme da un groviglio di corde sfilacciate, consunte, drammatiche, tese all’inverosimile. È violento il chiaro-scuro dei fili della matassa, denso di colore, che si staglia quasi in modo tridimensionale contro l’assoluta liscezza, la perfezione del cerchio, che è ormai solo un ricordo di perfezione; ormai è spezzato.

Anche le corde le troviamo declinate in tutte le loro allusioni e simbolismi. Compaiono in una serie di disegni, dipinti, ceramiche, di grovigli, di fili che passano attraverso crune di aghi.

C’è una grande scultura in bronzo, lunga 260 cm e larga solo 20  cm, che raffigura un lungo bastone poggiato su due sostegni , tutto avvolto da corde aggrovigliate, annodate, sfinite; si intitola Dio malato. Viene in mente Sartre, ma anche Clemente e l’Arte Povera.

 

Dialoghi inediti, Milano, Robilant+Voena, via Fontana 16, fino al 26 giugno 2018