Mastandrea racconta la morte di un operaio. E fa un bel film sulla vita

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“Ride” è il debutto nella regia dell’attore romano, che stavolta sullo schermo però non c’è. Ci sono invece la brava Chiara Martegiani, vedova senza lacrime ma piena di ricordi, Renato Carpentieri, padre con tanti anni di lavoro alle spalle nella stessa fabbrica, combattivo e disperato. E il figlio di dieci anni che ancora non ha ben capito le dimensioni del dramma che gli è piovuto addosso

Ride, ovvero la terza persona singolare del verbo “ridere”. Egli ride. Ma in realtà è una lei la protagonista del primo film diretto e sceneggiato da Valerio Mastandrea. Si chiama Carolina (Chiara Martegiani), è giovane e bella, ed è appena rimasta vedova. Suo marito Mauro è morto a 35 anni, un incidente sul lavoro, uno dei tanti – purtroppo – che hanno scandito la storia di una grande fabbrica da cui sono passate almeno tre generazioni di lavoratori, a partire dal padre di Mauro, Cesare (Renato Carpentieri), operaio comunista fiero e antagonista: in pensione da anni, è ancora pronto a rispolverare il vecchio pulmino, con altoparlante incorporato, per partecipare alla cerimonia funebre trasformata in rito collettivo, e urlare in faccia ai padroni tutta la rabbia e la coscienza di classe che sono stati il sale della sua vita, ma che non sembrano minimamente in grado di offrire risposte di fronte al cadavere di un figlio.

Risposte, verranno forse sollecitate dai giornalisti, che certo accorreranno in massa. E magari arriverà persino la tv. Eventualità che Bruno (Arturo Marchetti), il figlio di Carolina e Mauro, paventa e al tempo stesso desidera spasmodicamente, perché l’idea di rilasciare interviste, portando la sua testimonianza di figlio dell’eroe morto, gli sembra l’unico modo possibile per dare un senso, a dieci anni appena, a una tragedia che gli cambierà la vita, certo, ma di cui per il momento non sembra riuscire a vedere fino in fondo i contorni, tantomeno la profondità.

E Carolina? L’abbiamo definita la protagonista, ma non ne stiamo più parlando. Carolina cerca di piangere. Nient’altro. E non ci riesce. Tutti sembrano piangere e singhiozzare con la massima facilità, persino una vecchia fidanzata di Mauro sbucata dal nulla, che nella parte della vedova inconsolabile sarebbe semplicemente perfetta. Lei invece no. Nonostante una lunga serie di patetici tentativi. Per una giornata intera, quella che precede la cerimonia, la vediamo girare per casa con gli occhi sbarrati e asciutti, mentre sfoglia fotografie del suo amore morto e ascolta quella che consideravano la loro canzone, scoprendo che è una gran brutta canzone. Forse è per questo che non riesce a piangere?

Il tutto sullo sfondo mesto di Nettuno, cittadina distesa sul mare a pochi chilometri da Roma. Un microcosmo descritto con pazienza e rigore, ma senza alcun furore sociologico, inseguendo gesti e volti, occhi, mani e piedi, dettagli di possibile senso all’interno di un universo fatto di tante solitudini incapaci di comunicare. E d’improvviso irrompe il surreale, e increspa la superficie delle cose, la frantuma, la reinventa. Prende la realtà e la ribalta, la distrugge e la ricrea tutta diversa, e però uguale. Forse finalmente sopportabile.

Può sembrare una scelta rischiosa, quella di andarsi a misurare sul terreno difficile e magnifico del realismo magico, nel momento in cui si sceglie di raccontare la vita e la morte in una fabbrica e il passaggio del testimone da una generazione operaia all’altra. Ma Valerio Mastandrea non si è lasciato intimidire e ha osato, affrontando la sfida della sua prima regia con coraggio e talento. Il risultato è un film dolente ma mai mortifero, sfaccettato ed emozionante. Non un capolavoro ma un film pieno di vita, anche se parla di morte e di funerali. Soprattutto perché parla di morte. Ed è dedicato a chi resta. A chi è chiamato a sopravvivere. Comunque.

Ride di Valerio Mastandrea, con Chiara Martegiani, Arturo Marchetti, Renato Carpentieri, Stefano Dionisi, Milena Vukotic