Il Maestro è nell’anima. Addio a Concetto Pozzati

In Arte

Nel cuore dell’estate se n’è andato Concetto Pozzati, artista, professore, uomo di lettere, di cultura, di politica e di sport. Lo piangono il mondo dell’arte e della cultura, che con lui hanno perso uno dei loro rappresentanti più poliedrici e attivi. Lo hanno pianto di lacrime vere, abbracciati in quel triste pomeriggio di agosto, i suoi parenti, i suoi allievi, i suoi amici, i suoi estimatori, tutti quelli che con lui hanno perso un padre, un compagno di viaggio e, soprattutto, un Maestro.

 

Raccontare Concetto Pozzati, per chi è stato suo allievo e amico, è una cosa molto difficile per la complessità che lo caratterizzava. La biografia racconta della formazione a Parigi nello studio dello zio Sepo, acronimo di Severo Pozzati, pioniere della pubblicità che gli darà quell’impostazione grafica che tornerà, in modo potente e intelligente, nella svolta pop “all’italiana” che seguirà il periodo informale. Il suo percorso ha toccato i generi del suo tempo, alludendo e citando la storia dell’arte senza mai rendersi però chiaramente definibile, senza mai farsi ingabbiare in un’etichetta.

Pozzati artista era un turbinio di citazioni, di sovrapposizioni di tecniche, di invenzioni formali e meccaniche, saldate tra loro con forza ed eleganza da un’ironia a tratti grottesca e sempre consapevole, accompagnata da uno sguardo sul mondo che andava al di là dello studio d’artista per esprimersi nell’azione sociale. Assessore alla cultura, fece sì che Bologna fosse nominata Capitale Europea della Cultura e mise in movimento l’opera di Giorgio Morandi perché non restasse impantanata in città. Quello stesso Morandi che, amico di famiglia, teneva in braccio il piccolo Concetto e gli regalava le gomme per cancellare e che, per Pozzati, fu ovviamente il grande artista che fu ma non un grande professore, perché poco avvezzo al contatto con i giovani.

Concetto Pozzati mentre dipinge

Pozzati invece era il contrario. Chi sostiene che i grandi artisti insegnino male e viceversa non fa che ripetere un luogo comune assolutamente falso. L’arte e l’insegnamento sono due talenti separati, sovrapponibili indipendentemente l’uno dall’altro, e Pozzati ne è stato un esempio perfetto. Protagonista del ‘900, con svariate Biennali, di Venezia e non solo, Documenta a Kassel, Quadriennale di Roma, Palazzo Grassi a Venezia e via citando dal curriculum, fu anche un grande, grandissimo professore. Un Maestro citato a paradigma di uno dei modi possibili di insegnare l’Arte nelle Accademie di Belle Arti, un modo empatico, avvolgente e seducente.

Al contrario di quell’alternarsi di aula vuota e critica individuale, con il professore che pontifica al centro e gli allievi attorno ad abbeverarsi, l'”Aula Pozzati” all’Accademia di Belle Arti di Bologna era un misto tra un convivio, una factory e un centro sociale. Pittura d’ogni stile si contendeva lo spazio con installazioni estreme, performance, oggetti, discorsi a braccio. Per ognuno, senza distinzioni, c’era un consiglio sul libro da leggere o sull’artista da guardare, un appiglio per allargare lo sguardo e, soprattutto, per dare senso al fare con le idee.

E poi, per qualcuno, i discorsi continuavano anche fuori dall’Accademia, nel suo studio di via Zamboni dove, tra uno spumantino e l’altro, pescava dal suo immenso repertorio di storie per raccontarci della faida tra Turcato e Vedova o degli sberleffi a Schifano assente alla Biennale perché arrestato il giorno prima. Così, tra una storia apparentemente leggera e un dibattito sui massimi sistemi, per noi la Storia dell’Arte si mischiava alla fenomenologia e al racconto da osteria, dandoci una visione sulle cose della Vita e dell’Arte esponenzialmente più alta e più ampia che con qualunque altro approccio didattico.

Concetto Pozzati con la maglia dell’ Accademia di Belle Arti di Bologna

Al tavolo dell’Osteria del Sole, dove abbiamo brindato alla sua memoria dopo la cerimonia,  con me c’erano altri ex allievi di Pozzati. Pierpaolo Campanini, straordinario pittore figurativo con un occhio sempre aperto al senso concettuale dell’opera, Cuoghi e Corsello, storica coppia di pionieri della Street art che dagli anni Ottanta hanno riempito la città dei bislacchi uccellini che chiunque sia passato per Bologna ha visto, Marco di Giovanni, autore di installazioni poderose e rugginose in cui lenti deformanti mostrano realtà sotterranee e inattese, Alessandra Andrini, artista poliedrica e autrice, tra l’altro, di quel geniale monumento a Pantani in forma di biglia che molti hanno visto all’altezza di Imola sulla A14 e Dado, writer di fama e grande bravura, modello per i writer più giovani in Italia e non solo.

E altri se ne possono citare, come Sissi, Eva Marisaldi, Italo Zuffi, Andrea Nacciarriti, Bertozzi e Casoni, Alessandro Pessoli… In un contesto di formazione artistica in cui si sono avute per decenni sfornate di “Vedovini” e “Garuttini”, artisti cioè fortemente influenzati dallo stile (di Emilio Vedova nel primo caso) o dalla visione concettuale (di Alberto Garutti nel secondo) del loro Maestro, c’è solo una cosa che accomuna gli allievi di Pozzati: il non avere niente che li accomuni.

Nel contesto di scambio reciproco, di amicizia e di sana rivalità che Pozzati aveva saputo creare, ognuno poteva trovare, anche grazie alla guida del Maestro, la propria strada espressiva e le soluzioni migliori per il proprio percorso, qualunque esso fosse. Forse la pecca è stata quella di non prepararci alle insidie della giungla che ci aspettava fuori da quelle solide mura, ma la gratitudine per il contributo dato da Pozzati alla costruzione del nostro libero pensiero vale più di qualunque affermazione mondana fine a se stessa.

Una bara di legno grezzo e tanti pennarelli, con cui chi voleva poteva scrivere un messaggio di estremo saluto. Questo è stato l’addio a Concetto Pozzati, Uomo, Artista e Maestro straordinario, nel cortile dell’Archiginnasio a Bologna, avvolti dalla melassa afosa d’agosto. Qualcuno ha scritto “Ciao Concetto, adesso ti do del tu”. Io non ce l’ho fatta. Non riesco a non dargli del Lei. E allora addio, Maestro. Grazie per tutto quello che mi ha insegnato. Mi mancherà immensamente.

 

Immagine di copertina: Concetto Pozzati nel suo studio di Bologna