Piccoli omicidi tra serve (non risolte)

In Teatro

Convince, ma non del tutto, la visione simbolica di Anfuso sul testo di Genet. E la gara di bravura tra Bonaiuto e Mandracchia è vinta da… Vanessa Gravina

Signore nella finzione, serve nella realtà. E soprattutto assassine per gioco, anche se poi il morto ci scappa davvero. La crudeltà teatrale di Jean Genet, le inconvenienze da palcoscenico illustrate nelle Serve, in poche decine di pagine, produssero quello che Sartre definì l’esempio più straordinario di «mulinelli d’essere e d’apparenza». L’odio delle serve per la padrona, la loro danza di morte che nel testo oscilla continuamente tra quel che deve essere e quel che deve sembrare, si possono trovare al Piccolo fino al 15 ottobre in una produzione di Giovanni Anfuso, che può contare su un magnifico cast – Anna Bonaiuto, Manuela Mandracchia, Vanessa Gravina – per la ripresa di quella che il regista chiama una «favola nera».

In effetti una «favola» lo era anche per Genet, ma «che generasse disagio nella sala», scrive il “commediante e martire” – sempre Sartre lo chiamava così – in apertura del dramma, come indicazione preliminare al testo. Ma al di là delle derive sadomasochiste, dell’ossessione psicotica che cresce fino all’esasperazione nei monologhi finali di Claire e Solange, Genet gioca sui disequilibri che il teatro comporta senza eccezioni, sui naturali inciampi tra realtà e irrealtà di qualsiasi forma di recitazione. L’incantesimo delle Serve sta proprio nel fatto che la soluzione viene continuamente rinviata: un teatro in cortocircuito, che sembra dimenticarsi del fatto di cronaca raccontato per replicare al pubblico le sue ambigue, raffinate doppiezze in una cerimonia per se stesso – non a caso Chabrol ha intitolato La cérémonie il suo film con la Huppert ripreso da Genet.

Ma il metateatro in questo spettacolo non c’è affatto. Emergono piuttosto gli aspetti psicanalitici, le morbosità dei personaggi, le rivalse sociali riproiettate sul rapporto tra due donne: un rapporto fondato sulla vendetta per qualcosa che non è mai accaduto pur essendoci sempre stato.

Piccoli omicidi tra serve, mentre Madame scompare su un taxi, ben impellicciata, scampando a una tazza di tiglio velenoso ormai freddo che comunque non avrebbe mai bevuto. «Se la signora è innocente allora le serve sono colpevoli» dice pressappoco Solange con la sua logica inventata, rendendo in fondo equivalenti le cause e i loro effetti, le verità più palesi e le menzogne più feroci.

 

Eppure l’impressione è che la pazzia qui non c’entri. I personaggi piuttosto si rimescolano sul palcoscenico e si calano nel gioco delle parti che li intrappola, denunciando in questo modo una dipendenza scenica da un rituale che non può smettere di compiersi fino alla chiusura del sipario. Di certo a teatro la vita è sogno, ma non nel senso di Freud: per Genet a teatro si va per vedere se stessi, senza mai riconoscersi, o senza mai volerlo.

Di conseguenza, per quanto sia originale un finale che tende al simbolismo, per quanto tutto sia condotto con coerenza stilistica, grazie anche alla bella, claustrofobica scena di Alessandro Chiti – notevole che si esponga sulle pareti, sfacciatamente, la sensualità della Signora -, l’impressione è che lo spettacolo non sia del tutto risolto. Forse aver evitato il problema del teatro nel teatro ha portato alla rinuncia a una quantità di strumenti e di tecniche che avrebbero migliorato il ritmo, specialmente nella prima parte.

Anche le due attrici-serve, comunque bravissime, fanno quello che avrebbero probabilmente fatto per un titolo naturalistico: mancano i giochi dal palco, le allusioni, gli ammiccamenti. Nessuna delle due recita, per dirla con Moretti, “accanto” alla sua serva, nessuna fa sentire, per dirla con Strehler, “le virgolette” della parte: né la Mandracchia, che forse si concede troppe espressioni, né la Bonaiuto, pur meravigliosa nel monologo finale di Solange.

Forse solo la Gravina, con le sue lotte di dizione, riesce a cogliere la scena della Signora: non borghese ma nemmeno volgare, anche se al limite del buon gusto, come una maschera di Valentina Cortese portata sulla scena.

Le serve, al Piccolo Teatro fino al 15 ottobre (foto di Tommaso Le Pera)