Papillon, remake decoroso, ma si rimpiangono Dustin Hoffman e Steve Mc Queen

In Cinema

Lo sconosciuto regista danese Michael Noer riporta sullo schermo, con gran dovizia di esotiche ricostruzioni ambientali, le mille evasioni dell’ergastolano più famoso della storia cine-letteraria francese. Ma le star televisive Charlie Hunnam e Rami Malek (più in parte) non sono all’altezza dei leggendari protagonisti dell’emozionante film diretto nel 1973 da Franklin J. Schaffner

È nata prima l’icona o la serie tv? È l’attore a fare grande un personaggio, o il personaggio a fare grande un attore? Tra uovo e gallina, cinematograficamente parlando, si colloca il modesto ma interessante Papillon di Michael Noer, remake dell’omonima pellicola del 1973, classico film da intrattenimento estivo a investimento ridotto e senza troppe pretese. Anzi, è probabile che, nonostante l’accurata riproduzione delle colonie penali francesi anni Trenta e il cospicuo dispiegamento di comparse, buona parte del budget di produzione sia finito nel cachet dei due protagonisti, che (almeno in teoria) avrebbero dovuto essere le principali attrattive per lo spettatore, assieme alle due ore abbondanti di aria condizionata nella sala di proiezione a inizio luglio.

L’operazione, diciamolo subito, riesce alla fine soltanto a metà. Sì, perché se già di partenza non era affatto facile rimpiazzare due mostri sacri come Steve Mc Queen e Dustin Hoffman, protagonisti della versione originale di Franklin J. Schaffner, la scelta di farlo con Charlie Hunnam (Sons of Anarchy) e Rami Malek (Mr. Robot), superstar per acclamazione nelle rispettive serie tv, è una mossa furba ma azzardata, ripagata soltanto in parte. Se Malek, già apprezzato main character nell’ottima fiction The Pacific e prossimo Freddy Mercury nel biopic Bohemian Rapsody, si conferma decisamente un attore poliedrico e un volto da tenere d’occhio per gli anni a venire, lo stesso, con buona pace del pubblico femminile, non si può dire di Hunnam: ciuffo biondo, mascella squadrata, aria ribelle e sguardo di sfida come da manuale alla voce “belloccio hollywoodiano”, svestiti i panni del motociclista in favore del pigiamone a strisce perde inesorabilmente ogni carisma o credibilità (perlomeno quella rimasta dopo il tamarrissimo e fallimentare King Arthur di Guy Ritchie), come un Tom Hardy con meno fascino, o un Channing Tatum con meno autoironia.

Peccato che tocchi proprio a lui vestire sul grande schermo panni e storia vera (pare) di Henri “Papillon” Charrière, delinquente comune accusato ingiustamente di omicidio e rinchiuso, a partire dal 1931, in alcune tra le più temibili colonie penali di massima sicurezza dell’epoca: professatosi sempre innocente, da ognuna di quelle prigioni Papillon riuscirà a evadere rocambolescamente con l’aiuto dell’abile falsario Louis Dega, diventando una figura leggendaria, una bandiera contro gli abusi nel sistema carcerario francese del primo Novecento.

Il film, come la zattera usata dai suoi protagonisti in uno dei loro innumerevoli tentativi di fuga, pur non procedendo a vele spiegate e imbarcando acqua da qualche buco qua e là, tutto sommato si tiene a galla dignitosamente. Merito probabilmente della cura per la ricostruzione storica di ambienti e costumi, della regia pulita ed efficace del danese Michael Noer (all’esordio sulla scena internazionale), o della scrittura di Aaron Guzikowski, già sceneggiatore di Denis Villeneuve per Prisoners e capace qui di riproporre senza scossoni una vicenda che, a conti fatti, pare vendersi da sé. Se è vero che l’autobiografia di Papillon è ancora oggi uno dei romanzi di maggior successo nella storia dell’editoria francese, il risultato di questa ennesima trasposizione cinematografica è infatti proprio un feuilleton alla Conte di Montecristo (complici anche argomento e ambientazione), dalla narrazione non eccelsa, forse, ma accattivante quanto basta per avere una sua utilità. Occupando senza strafare un pomeriggio a prezzo ridotto o una serata di zapping casalingo.

Papillon di Michael Noer, con Charlie Hunnam, Rami Malek, Yorick van Wageningen, Roland Møller, Christopher Fairbank, Nina Senicar, Ian Beattie, Michael Socha, Brian Vernel, Eve Hewson