I vent’anni di OK Computer, ovvero l’arte della paranoia

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Fu vera gloria? Sì! In lode dell’album dei Radiohead che ci ha catapultato nel nuovo Millennio con tre anni di anticipo

Quando ho cominciato a pensare a come scrivere un pezzo sul ventesimo anniversario di OK Computer dei Radiohead – come fare, insomma, a rendere giustizia all’album che ha cambiato il panorama rock degli ultimi due decenni – mi sono messa a giocare con carta e penna e ho fatto una lista delle band che probabilmente oggi non esisterebbero, o non sarebbero le stesse, senza questo album. Per farvela breve, la lista è uscita lunga due pagine, e conteneva nomi come Foals, Arcade Fire, e – per quanto non condivida il paragone ossessivo che viene spesso fatto tra loro e i Radiohead – anche i Muse.

Nel maggio 1997, l’Inghilterra si preparava ad uscire da quasi venti anni di governo conservatore, e i Radiohead creano un album che sublima le paure più recondite di quegli anni, dipingendo una società in preda alla paranoia consumistica e tecnologica, una flotta di androidi consumati dalla routine. Con due album all’attivo e una carriera finora condotta all’interno della scena britpop, i Radiohead se ne escono con OK Computer; un album che cambiò la loro carriera e quella di tutta una generazione successiva di musicisti. OK Computer inaugura la sperimentazione e la continua espansione degli orizzonti musicali che ha fatto dei Radiohead la band di culto che sono oggi.

OK Computer è un disco tra il documento e il presagio, tra giornalismo e finzione fantascientifica – e pure un po’ horror – ma soprattutto è il disco che, nella stagione della semplicità britpop, è riuscito a portare la sperimentazione elettronica, talvolta oscura e complessa, nelle classifiche. E adesso che l’album compie vent’anni sta per uscire in versione ristampata (con il titolo OKNOTOK) con otto b-sides e tre canzoni inedite dalle sessioni studio di OK Computer – inclusa Lift, che per i fan di vecchia data è rimasta la grande esclusa dalla versione originale.

Si potrebbero spendere paragrafi e paragrafi a dissezionare ogni singola canzone del disco – dopotutto, OK Computer è uno di quegli album che si ascolta tutto d’un fiato, dove non si salta niente, tutto arrosto e niente fumo. Ho deciso di concentrarmi sui quattro pezzi che, a mio parere, meglio rappresentano l’innovazione che fa di OK Computer il disco che ci ha ha trasportato nel nuovo millennio con tre anni in anticipo.

A sentire la botta di riff che apre Airbag, si potrebbe quasi pensare che il disco segua la strada del rock un po’ grunge che li aveva caratterizzati fino ad allora. E invece Airbag fa in tre minuti quello che l’intera scena rock alternativa tenterà di fare per gli anni a venire: fondere rock e elettronica per creare musica di statura cinematografica. Nelle chitarre convulse e metalliche di Jonny Greenwood, la death drive incontra lo spirito di sopravvivenza. La relazione tra macchina e umano e il falso senso d’invincibilità che sembrano offrire (“I’m back to save the universe”) rivelano la loro assoluta debolezza (“I’m amazed that I survived”).

E poi, con quattro battiti sordi di sintetizzatore, arriva Paranoid Android. Sei minuti e mezzo che ti esplodono in mano con la rabbia e lo strazio della persona che subisce sempre e non sbotta mai. Questa è la loro Bohemian Rhapsody, la loro A Day in the Life. E come entrambe quelle canzoni, è diventata un classico del rock proprio perché va oltre la stretta definizione di rock. Qui dentro ci sono sì un sacco di chitarre violentissime, ma c’è anche una voce elettronica che parla da sola in sottofondo, un riff quasi giocoso, la voce di Thom Yorke che urla alla luna. Non a caso la band ha descritto il processo che ha portato alla canzone come il montaggio di varie parti di canzoni diverse in un pezzo solo. In Paranoid Android, pezzi di paure, visioni e litigi collidono nella necessità di trovare umanità nell’automatizzazione della vita. Con Paranoid Android i Radiohead creano un monstrum, nel senso latino del termine; un inno che, sfidando lo stereotipo da stadium rock che esiste tuttora, invece di glorificare la vita ne mette in questione i principi e le fondamenta. Trovatemi un’altra band che riesce a far cantare a squarciagola la frase “please could you stop the noise I’m trying to get some rest/ from all the unborn chicken voices in my head” facendo piangere mezzo stadio allo stesso tempo.

 

Parlando di sperimentazioni ben riuscite, a metà del lato B troviamo un altro colpo di genio chiamato Climbing Up the Walls. Per questa canzone, Jonny Greenwood – ho già detto genio? – dirige una sezione d’archi per la prima volta. Questa prima avventura orchestrale del gruppo (germe anche del lavoro nelle colonne sonore di Greenwood, come l’opera magistrale per There Will Be Blood), segnala la capacità del gruppo di misurarsi con tradizioni auliche come la musica sinfonica e renderla parte del proprio progetto indie, tirando fuori dagli archi una distorsione tra horror e sublime. Il pezzo, tra bassi spezzati e la traccia vocale modificata tanto da sembrar uscita da una cassetta ritrovata dopo anni in un bunker nucleare, diventa un po’ un manifesto per le atmosfere dei dischi successivi dei Radiohead: si può sentire la sua influenza in pezzi come Knives Out da Amnesiac (2001), Bodysnatchers da In Rainbows (2007) e direi tutto Hail to the Thief (2003).

Non si può parlare di sperimentazione senza menzionare Fitter Happier che, nella sua unicità, è forse la canzone che più di ogni altra dà al disco la sua identità. La traccia vocale è registrata usando il dettatore dei vecchi Macintosh – per quel tocco di freddezza extra-umana – e poi immersa in una traccia tra pianoforte e elettronica come una ninna nanna inquietante. Il testo, una specie di performance poetry piena di humour nero, riesce a combinare l’alienazione con un senso d’identificazione che ci fa realizzare che, forse, tutta questa frenesia verso la perfezione ci ha reso malati, schiavi, meccanici. “A pig in a cage on antibiotics”.

Ovviamente, OK Computer è anche tanto altro. Subterranean Homesick Alien, per esempio, una risposta postmoderna e post-umana a Bob Dylan, e Exit Music (for a Film), una ballata d’amore travagliato scritta per il film Romeo + Juliet di Baz Luhrmann che chiude con la frase magistrale “speriamo che voi soffochiate”. E poi, come se non bastasse, due capolavori come Karma Police e No Surprises che hanno re-inserito la sperimentazione e l’avanguardia come standard di un singolo radiofonico nell’era contemporanea. E da qui, dove si va?

Forse la cosa più notevole di OK Computer è che dopo un successo del genere, sia di pubblico che di critica, i Radiohead non abbiano fatto altro che continuare a salire: nel 2000 esce Kid A, disco complesso e sperimentale considerato come uno dei più importanti del 21esimo secolo ad oggi; e poi ancora, passando per album di intimità elettronica come In Rainbows e A Moon Shaped Pool, i Radiohead non hanno mai smesso di fare musica che non conosce divisioni di generi.

OKNOTOK verrà spedito il 23/6, disponibile per il preordine presso http://www.oknotok.co.uk

I Radiohead suoneranno a Firenze il 14/6 e all’I-Days Festival di Monza il 16/6