Quell’intoccabile oggetto del desiderio: esce l’ultimo Orso di Berlino

In Cinema

“Ognuno ha diritto ad amare” dell’esordiente regista rumena Adina Pintilie, è un forte, complesso “reportage” sulle difficoltà di amare ed essere amati, e sui difficili rapporti col proprio corpo e con quello di chi ci è vicino. Un complesso mix di documento e fiction, sempre inscindibili, con attori e interpreti non professionisti capaci di interpretare se stessi con verve comunicativa e intelligenza

Ognuno ha diritto ad amare, titolo originale Touch me not, di Adina Pintilie, cognome importante nella storia del cinema rumeno che  ritorna a indicare una talentosa debuttante nel film a soggetto (appena 28enne portò nel 2007 al Festival di Locarno il suo primo documentario No te supera, dar…, reportage sulla vita dei pazienti di un ospedale psichiatrico del suo paese), ha vinto l’anno scorso l’Orso d’Oro alla Berlinale. Coproduzione franco-tedesca-bulgara-rumena-ceca è per certi versi il prototipo del film difficile, pensoso e ricco di contenuti complessi, sempre in bilico tra ragione e sentimento, anzi in qualche modo molto dentro ad entrambi. Un’opera “da festival” e “da critici”, che infatti l’hanno premiato, tra prevedibili e immancabili dissensi e polemiche.

Ma di una cosa non si può accusare Pintilie e il film: di essere freddo e solo cerebrale. Perché smentendo il suo secondo titolo quasi dalla prima immagine, ti “tocca” moltissimo, lanciando uno sguardo profondamente empatico sulle vite dei suoi protagonisti (Laura, Roman e Christian in primo luogo, ma non solo) e gioca senza remore o pudore la carta del coinvolgimento emotivo di chi guarda, ascolta, riflette sulle loro vite complicate, sul rapporto a volte anche estremo con la sessualità e il proprio corpo, anche sul modo che hanno di raccontare le loro relazioni con l’oggetto, anzi il soggetto del loro desiderio. Perché qui si ragiona innanzitutto, per dirla con le parole della regista, che molto del suo vissuto ci ha messo dentro e altrettanto ha chiesto di fare agli attori, non tutti professionisti, pronti ad assecondare con convinzione il suo input, su “comprendere la natura umana ed esercitare la capacità di percepire l’altro come un altro me, come un’altra possibilità di sé”. E su come questo “possa avere un potere di trasformazione essenziale, sia del nostro sé interiore che del modo in cui interagiamo con gli altri”.

Bene, ma il problema è che questo ambizioso obiettivo dista moltissimo dal punto di partenza del film, che non si discosta da un gran numero di esperienze degli appartenenti alla nostra specie. Spiega ancora Adina, “Quando avevo vent’anni pensavo di sapere tutto sull’amore, su come dovrebbe essere una sana relazione intima, su come funziona il desiderio. Dopo altri vent’anni di difficoltà, tutte le opinioni che avevo sull’intimità hanno perso la loro definizione, sono diventate sempre più complesse, stranamente contraddittorie. E di fronte alla vita reale, una domanda ha iniziato a tormentarmi sempre di più: perché l’intimità porta anche tanta paura, colpa, sfiducia, solitudine? Perché ogni momento di felicità è oscurato dalla paura che finirà presto? Il film fa parte di questa esplorazione personale, e mette in discussione prima di tutto le mie personali opinioni sull’intimità. Tutti i personaggi la desiderano, ma sono spaventati, bloccati in vecchi schemi, meccanismi di difesa, in uno scontro radicato tra dare e ricevere, tra la loro immagine di intimità e la sua realtà. Amare l’altro senza perdere se stessi: ecco il centro della mia ricerca, in questo film, che nella mia vita …”

In Ognuno ha il diritto di amare tutto parte dalla crisi di Laura (la interpreta Laura Benson, attrice inglese di teatro e cinema che vive dal 1981 a Parigi e ha recitato con Chereau, Altman, Resnais, Frears, Doillon), che ama il suo partner ma non riesce ad avere rapporti intimi con lui: a letto, il suo corpo rifiuta il contatto diretto e si limita a guardarlo mentre si masturba. Ciò diventa il primo tassello dell’indagine filmica di Pintilie, il più delle volte sullo schermo nel suo specifico ruolo di regista, che documenta la vita e intervista i sui personaggi ma in qualche momento, a testimoniare quanto l’insieme di queste problematiche l’abbia messa in gioco in prima persona, anche a sua volta intervistata, “oggetto” dell’indagine” al di là della cinepresa. Poi entra in scena Tomas, che ha il volto puro, quasi astratto e un poco inquietante di Tomas Lemarquis attore islandese 42enne con interessi sciamanici, scoperto in patria dal film Noi albinoi e poi emigrante di lusso a Hollywood con ruoli in Blade Runner 2049 e X Man: Apocalypse.

I due condividono la frequentazione di una sorta di workshop in cui molti sono chiamati ad esprimere sensazioni e problemi relativi al sé, al proprio corpo, alle loro relazioni, e in cui facciamo la conoscenza del personaggio forse più riuscito, Christian, interpretato nel ruolo di se stesso dal tedesco Christian Bayerlein 43 anni, paraplegico a causa della SMA, sviluppatore web che ama la fantascienza e nella realtà è un attivista politico che combatte per i diritti delle persone disabili (“Ho gran interesse per la sessualità e la disabilità e gestisco un blog sull’argomento, chiamato kissability”, spiega). I tre, più altri personaggi di primo e secondo piano (per esempio Grit Uhlemann 42 anni artista ceramista tedesca, che ha un bel rapporto con Christian) s’incontrano e si separano, si inseguono e si descrivono, e magari cercano di risolvere i loro problemi con professionisti del sesso o in locali sadomaso. Con poco successo. Finché il film in qualche modo li (e ci) porta alla conclusione che certo di emotività e pulsioni si parla, ma soprattutto di comprensione e riflessione, di corpo e testa insieme.

Ognuno ha diritto ad amare è un film che dà molto ma richiede attenzione e partecipazione quasi più al pubblico che guarda e cerca di capire, a tratti sovrastato da chi si esprime e svela se stesso/a nella sua programmatica diversità, fisica, psicologica, cinematografica, a tratti con una certa smania di dimostrare al mondo di aver capito tutto di sé e del rapporto con gli altri, e sforzandosi di dire ciò che si aspetta che gli altri (la regista in primo luogo) desiderino sentirsi dire. Adina Pintilie guida il gioco nel suo ruolo di osservatrice e stimolatrice mescolando temi e stili in una finta fiction in cui i personaggi si mettono in gioco sul serio, alcuni per condizioni fisiche oggettive, alcuni per volontà, altri per ruolo comunicativo. Ma Touch me not è ancor di più un finto documentario, perché Adina per prima sfugge e contrasta qualunque estraneità della cinepresa, pretendendo in ogni momento d’essere dentro le relazioni tra i suoi personaggi da testimone attiva (di parole, racconti, atti), e come titolare di reali rapporti con gli attori/soggetti in scena. E non se lo nasconde: “Come regista sono sempre stata particolarmente interessata al mio rapporto intimo con la realtà. Non credo che esista un confine tra realtà e finzione: c’è solo il cinema, come esperienza soggettiva della realtà”.

Nell’attuale frenetico mondo dei social media l’intimità può facilmente essere persa nel vuoto delle relazioni, e il discorso della sessualità, in continua evoluzione, è soprattutto esibito e messo in scena, ma subito anche attaccato e criticato brutalmente, spesso con forme di contro-esibizionismo che sono quasi più discutibili di quelle che pretendono di criticare. Pintilie però non è affatto interessata “a un inventario della solitudine: ciò che mi affascina, mi commuove profondamente sono i modi inaspettati in cui le persone cercano di uscire dalla loro prigione interiore, di rimettersi in contatto con il proprio corpo e le emozioni. Esprimendo il loro reale, profondo e spesso inespresso bisogno di amare ed essere amati”,

Ognuno ha diritto ad amare – Touch me not, di Adina Pintilie, con Adina Pintilie, Laura Benson, Tómas Lemarquis, Dirk Lange (II), Hermann Mueller, Christian Bayerlein,Grit Uhlemann, Irmena Chichikova, Fdaeji, Rainer Steffen, Seani Love, Georgi Naldzhiev