Non è eutanasia! La favola nera dell’Accabadora

In Teatro

Foto di Marina Alessi ®

Fino a domenica 7 aprile al teatro Franco Parenti, Anna della Rosa ci racconterà di Tsia Bonaria, l’Accabadora sarda che ha fatto vincere il premio Campiello 2010 al romanzo di Michela Murgia. I temi sono ovviamente delicati, ma trattati neutralmente e senza stravolgere il pensiero più o meno conservatore degli spettatori. Non un testo sull’eutanasia, bensì un’ode che parla maternità indotta e solitudine dell’anima

Un palcoscenico semivuoto e colorato da sfumature bluastre, una donna sola e confusa dalla vita, e infine – ironia della sorte – l’alter ego di quest’ultima: la non-vita, la morte.

Una morte che diventa docile e arcaizzata, una Thanatos senza Eros e con tanta Agàpe che viene declinata come si come si fa con le lingue antiche, con metodo e ritmo. Una morte raccontata diversamente e in grado di eleggersi come una tematica che guida delicatamente la sacralità femminile di tutto lo spettacolo.

A primo impatto si respira appena, si rantola persino nel minimalismo delle scene circondate dalle luci led.

Lo spettatore sa a che cosa sta andando ad assistere, e si sorprende sin da subito perché immagina un prosieguo di una vicenda vacua, attraversata a piedi e in un atto unico dalle parole di Maria, la figliastra adottata dall’Accabadora, da “colei che pone fine” alle sofferenze dei malati.

C’è chi l’avrà già vista in azione nella noiosa pellicola di Enrico Pau (2015); mentre la signora Urrai asfissiava coi cuscini coloro che non riuscivano a “campare”, e il film in questione asfissiava con un deciso impatto emotivo lo schermo, ora qui a teatro le cose sono state miracolosamente ribaltate e plasmate attraverso nuove riflessioni, nuovi spunti. G

Grazie a un tratteggio drammaturgico diverso e monologico, merito della penna di Carlotta Corradi e della regia di Veronica Cruciani, l’amore ha vinto ancora una volta la morte.

Qui non ci sono curaro, fiele mista ad aceto, cicuta o iniezioni letali, nulla di tutto ciò. Come sempre tuttavia arrivano le parole ad anestetizzare i presenti, quelle battute estrapolate dall’opera omonima della Murgia e recitate dall’unica attrice che comanda la scena: Anna Della Rosa.

La Della Rosa è un’interprete che non può divincolarsi facilmente, data la lentezza e la pesantezza costante dello spettacolo, ma che ci riesce comunque, incarnando il physique du rôle della prodiga figliola che “rimpatria” nel suo piccolo paesello sardagnolo.

I costumi vengono cambiati in scena poco a poco, a dosi rapide e indolore; sono abiti differenti da quelli che Maria indossava da piccina, quando aveva ancora sei anni e aveva deciso di fuggire via da Tzia Bonaria (nome che più antifrastico di così non poteva scegliersi!).

Il ritratto spiegato e dipinto di Tzia Bonaria, non viene spalmato di terrore e malinconia, ma della reverenza e dell’affetto che sono mancati troppo velocemente; Maria non ci presenta la vita di una sarta di paese come le altre, racconta piuttosto l’esistenza di una sarta dei paesani, che invece di tagliare cappe e vestiti, recide come una “parca mitologica” le vite degli afflitti terminali.

Come ovvio che sia, questo racconto scandito da tempistiche a rilento e dalla sempiterna attualità delle tematiche, rilegge l’eutanasia senza scioccare, usando invece una terribile audacia nel raccontare una storia d’amore familiare difficile da mandare avanti ed estrema da accettare.

Non vi aspettate l’apologia dell’eutanasia, un manifesto radicale alla Welby o all’Englaro, ma neppure una pubblica inchiesta in difesa della vita!

Questo spettacolo difende ed eviscera soltanto un amore semplicissimo tra due figure femminili, che hanno imparato ad abbandonarsi al dolore come fonte di opportunità esistenziali.

Siete ancora in tempo per assistere a una pièce difficile, abbastanza intensa e non scontata per fare i conti con le attualità di ieri e di domani, senza però collidere con quelle di oggi.

Una lotta all’ultimo sospiro che parla di diritti umani e di umani diritti, ma che come ogni diritto umano non si può mettere in pratica in solitaria.

All’indomani del motto “LIBERI FINO ALLA FINE”, nulla come l’Accabadora può apparire più coerente al nostro contesto nazionale, un argomento che va trattato ancora sia con la mente che con il cuore, e mai solo con una o solo con l’altro.