Il suono della solitudine? Vita.

In Letteratura

Novanta pagine in punta di penna: l’ultimo libro di Michele Marziani è quasi un manuale per ragionare di solitudine, vita, scelte. Da assorbire con calma.

Un distillato di riflessioni poetiche sulla solitudine, i suoi benefici e i suoi rischi. Lo si potrebbe definire quasi un manualetto, l’ultimo libro di Michele Marziani, giornalista, scrittore ed editor dalla lunga esperienza. Il suono della solitudine, pubblicato a fine 2018 da Ediciclo di Pordenone, è edito nel delicatissimo formato tascabile della collana “Piccola filosofia di viaggio”.

Un libretto di 90 pagine in cui l’autore parlando della solitudine – intesa non come condizione di sofferto isolamento ma come una stato privilegiato utile alla mente per liberarsi da pensieri e abitudini inutili o malsane, per dare respiro alla creatività (e alla diversità), per ritrovare se stessi – non può che parlare di sé e del proprio modus vivendi, del proprio percorso di vita e della propria formazione intellettuale disordinata e non canonica. Il manualetto diviene così una piccola autobiografia raccontata con una scrittura ben ritmata grazie a un andirivieni sempre fluido tra presente e passato, che si arricchisce di un’ironia mai forzata. Si rimane così velocemente avvinghiati alla lettura, che però, nonostante la brevità dello scritto, data la capacità dell’autore di affondare la sua lama sottile nella materia del discorso, necessita di tempi lenti per apprezzare e far sedimentare le osservazioni mai banali che Marziani fa su questa specifica condizione esistenziale, su di sé, sulla società.

La ricerca della solitudine, condizione anche difficile e certamente non per tutti (realisticamente, dice Marziani, non per i malati, né per gli anziani), diventa un modo per trovare una propria strada, per valorizzare la propria diversità, per sottrarsi alle convenzioni, alla “chiacchiera” come direbbe Heidegger, che ingabbia e impoverisce il pensiero e in generale ciò che ci rende unici. Ed è una condizione utile soprattutto per chi si dedica seriamente e come mestiere ad un’attività artistica, alla scrittura ad esempio, proprio come accade all’autore.

Marziani  parla con acume della propria specificità di essere umano senza mai prendersi troppo sul serio, dialogando di tanto in tanto con alcuni artisti a lui cari provenienti dai più diversi ambiti -come Picasso, Fitzgerald, De Andrè, Renzo Casali, Ishiguro, Bianciardi, Jannacci, Tondelli, Thoureau, Jünger, Manganelli, Bacchelli, Pasolini e altri ancora.

Ma forse ciò che colpisce di più in questo libro è la capacità dell’autore di aderire agli aspetti minimi della nostra vita quotidiana, la sensibilità agli scambi emotivi con le più svariate persone e alle realtà più umili e piccole (quella dei paesi e della provincia, in particolare, da cui l’autore proviene e in cui ha deciso di vivere, dopo anni trascorsi in città). Colpisce la grande umanità di Marziani, visibile dall’attenzione ai segnali di sofferenza umana nella realtà che lo circonda; la sua capacità di introspezione, di sondare se stesso con onestà senza mai peccare d’egocentrismo, anzi risultando sempre interessante per il lettore (e non è questa l’arte? La capacità di rappresentare qualcosa di proprio, di intimo, trasformandolo in qualcosa di condivisibile e universale?); la capacità di concentrazione sul dettaglio, di tratteggiare con pochi colpi di penna (o con pochi schizzi, come da sempre fa nel suo taccuino, seguendo l’innata passione per il disegno) personaggi, situazioni e soprattutto paesaggi, di cogliere i limiti e l’ipocrisia della società che comprime inevitabilmente l’originalità dei singoli, che fa chiasso, che si muove continuamente. E poi la grande passione per la scrittura, bisogno incomprimibile e vocazione scoperta sulla propria pelle. Ne viene fuori un’analisi poetica, a volte malinconica, altre ironica, di se stesso e delle proprie vicissitudini esistenziali, un viaggio introspettivo che trasuda un grande amore per la vita.