Manchester, Massachusetts, dove Casey Affleck incarna vizi e fragilità d’America

In Cinema

L’attore, candidato all’Oscar per “Manchester by the Sea” di Kenneth Lonergan, incarna nel tormentato personaggio di Lee i classici drammi del Grande Paese e insieme le piccole tragedie della provincia e dell’individuo, come l’alcolismo e il bigottismo cattolico. In un film, ricco di musiche evocative, che riesce a mixare i pregi narrativi del romanzo americano e la finezza psicologica del cinema europeo

Un certo tipo di cinema d’autore americano si è soffermato spesso a raccontare le storie delle sue provincie più nascoste, cercando di partire da lì per tratteggiare le caratteristiche più ambigue e problematiche insite nell’intera società Usa. La differenza tra il raffigurarlo in una grande città o in una remota comunità del Massachussets sta nell’essenza di queste parti d’America, nelle quali gli abitanti sono più esposti alle vulnerabilità della tradizione nazionale e ai vizi di cui il cittadino medio è sempre stato vittima e incarnazione, più o meno consapevole.

Accade anche in Manchester by the Sea di Kenneth Lonergan. Proprio questi vizi, queste vulnerabilità vengono passati sistematicamente in rassegna durante tutto l’arco drammaturgico dell’opera, fungendo da agenti sociali che causano gran parte dei problemi del protagonista interpretato da Casey Affleck – che per questa prova è candidato all’Oscar – dalla dipendenza dall’alcool alla visione sport-centrica dell’intrattenimento, passando anche per il bigottismo cattolico come risposta unidirezionale all’interno di un mondo costantemente con il paraocchi, che vede la vita come un povero circuito a doppio senso tra divertimento e punizione.

Come contrappunto, però, viene volutamente e manifestamente rifiutato un altro grande “elefante nella stanza” Made in Usa, l’uso di armi da fuoco, che sono fatte vedere in una scena iniziale ma subito relegate e cimelio e vendute per poter rimettere a nuovo la barca di famiglia: come a voler dire che la lente d’ingrandimento qui vuol essere posizionata sull’autodistruzione, e solo indirettamente sul danno che essa può arrecare ai nostri cari o a chiunque altro.

Il film dichiara i suoi intenti sin dal titolo. Come in Paris, Texas, anche in Manchester by the Sea si punta a “importare” quel grado di ispirazione che il cinema americano intento a raccontare le periferie del suo territorio prende dal realismo europeo, anche se più o meno ampiamente rimaneggiato durante gli anni. Il film viaggia costantemente tra romanzo americano (Auster, Dubus, in parte Roth) e messa in scena ispirata a un’impostazione essenziale, che punta tutto sui propri personaggi, scavandone le intenzioni più intime attraverso le pieghe dei loro silenzi, cosa tipica appunto dei grandi film del vecchio continente.

Una nota a parte merita poi la musica e il suo ruolo all’interno del film. I piani lunghi che riprendono tutta la cittadina, accompagnati dalla Sonata per Oboe e Pianoforte di Gerhard Kanzian e Ed Lewis o dall’Adagio per archi e organo in sol minore di Tomaso Albinoni eseguito dalla London Philharmonic Orchestra, tradiscono non tanto l’idea di perseguire un’empatia con lo spettatore, che è già conquistata attraverso la sceneggiatura e le interpretazione degli attori, quanto piuttosto il tentativo di elevare situazioni indicative di un microcosmo che di solito nella realtà viene completamente ignorato. Se Pierpaolo Pasolini in Accattone inseriva un’aria di Gustav Malher durante una scazzottata tra ragazzotti di borgata, Kenneth Lonergan in Manchester by the sea ci mostra come la bilancia del disagio si sia spostata dalla classe operaia e contadina alla classe media, in una nazione che per tanti anni ha fatto proprio della difesa di quest’ultima uno dei suoi orgogli più sfavillanti.

Non è importante sapere se Manchester by the sea voglia proprio mostrare la distruzione del sogno americano o semplicemente narrare uno spaccato di realtà degli Usa, quanto capire che questa realtà è rappresentata più che fedelmente: facendone discendere l’inevitabile conclusione che una libertà totale e arbitraria non è per forza l’unica via per autoconservarsi, ma anzi finisce forse proprio per essere la causa di tante visioni sbagliate di ciò che giusto e di ciò che non lo è.

Manchester By The Sea, di Kenneth Lonergan, con Casey Affleck, Michelle Williams, Kyle Chandler, Lucas Hedges, Gretchen Mol