Storie di Librino, periferia di Catania, e della malarazza dannata che ci vive e ci muore

In Cinema

La bella e orgogliosa Rosaria, il fratello Franco e il figlio Antonino sono vittime delle angherie del declinante boss Tommaso (marito della donna) e del nuovo capomafia Pietro, detto U’ Porcu. Cercheranno senza fortuna di cambiare il loro destino di predestinati, incatenati a cognomi terribili che sanno di malavita, fuggendo da quel quartiere fatto di degrado, morte, crimini piccoli e grandi. Giovanni Virgilio firma un film d’autore sincero, che racconta senza sconti e con più di una tenerezza i suoi “vinti”, stretti tra paure ataviche, ossequio ai potenti e desiderio disperato di una vita migliore

Portando sullo schermo il degrado e il disagio della periferia catanese, con Malarazza (Una storia di periferia) Giovanni Virgilio denuncia la crisi della legalità in quei territori marginali, esclusi e dimenticati dal nostro Paese, in cui l’incremento della microcriminalità è chiaramente legato a un progressivo decadimento del tessuto sociale e urbano. Il film racconta in maniera cruda e diretta la storia di chi, ancor prima di nascere, è vittima e responsabile di qualcosa che non ha commesso, dato che l’unica “colpa” che ha è portare un cognome “importante”, o ancor di più ereditare la ‘ngiuria di una potente famiglia mafiosa, che è già una condanna (o una marcia in più).

E insieme a questo vive la sventura di crescere in un territorio ai margini della società, in cui il destino di ogni singolo individuo è segnato, senza possibilità di riscatto o fuga. Ambientato a Catania, nel sobborgo di Librino e nel quartiere degradato di San Berillo, Malarazza ci porta dentro un mondo senza speranza, in cui la crescente disoccupazione giovanile tende a produrre quasi in automatico comportamenti anti-sociali, e dove ogni strada può essere un confine tra ultimi e penultimi.

In questo affresco di umanità disperata, pieno di figure vanitose, lascive dinanzi al potere e invasate dalla voglia di dominio e distruzione, Rosaria, una giovane madre (interpretata da Stella Egitto) e suo figlio Antonino (Antonino Frasca Spada), assieme a Franco, il fratello della donna (Paolo Briguglia nei panni di un transessuale), sono vittime del potere malavitoso rappresentato dal boss (e figlio di boss) in declino, nonché marito di Rosaria, Tommasino Malarazza (David Coco), ma soprattutto da chi ha ormai preso il suo posto, il nuovo capomafia Pietro (Cosimo Coltraro), detto “U Porcu”. Per Rosaria e Antonino non c’è speranza, la loro esistenza è sottomessa, intrappolata in quel quartiere in cui “o mangi o vieni mangiato”. Solo quando Tommasino uscirà di scena si aprirà una possibilità di cambiamento, ma purtroppo non tutti abbiamo diritto alla libertà, che spesso è impossibile da ottenere, soprattutto per chi ha visto o sa troppo, proprio come il giovane Antonino.

«È da una vita che faccio questa vita, senza sapere se domani andrà. Anche se è vero che non è finita, sono una farfalla che non sa volare»: in queste strofe, cantate da Franco, c’è tutta la caducità della vita, l’abbandonarsi al destino, la rassegnazione dei protagonisti di Malarazza, sottomessi e incapaci, per paura, di alzare la testa. E la colonna sonora del film gioca un ruolo fondamentale:  Giuliano Fondacaro ricorre a diversi stili musicali, dal rap alla bossanova, fino al neomelodico, genere molto ascoltato nella periferia di Catania, soprattutto dai più giovani; sono motivi, accordi  che scandiscono i tempi, il ritmo della narrazione, raccontano quel vissuto sfortunato e tormentato, si trasformano in uno specchio nel quale guardarsi, incontrarsi, riconoscersi e soprattutto riflettere.

Ognuno di loro ha una colpa: Rosaria quella di aver sempre accettato tutto, Antonino di non essere abbastanza maturo e forte da riuscire a cambiare il suo destino, Franco di essere un trans; ma la loro colpa più grave è quella di non essere in grado di ribellarsi alle minacce e ai soprusi subiti, in attesa che qualcosa cambi, finché non accade il peggio.

Con un cast composto sia da attori professionisti sia da ragazzi presi dalle strade, ragazzi di vita che realmente vivono in quel contesto, Giovanni Virgilio si introduce in punta di piedi nei quartieri della periferia fino ad arrivare al ventre, al cuore pulsante di quei luoghi in cui di solito non è concesso entrare perché sono nascosti, isolati, vietati, a meno che tu sia un Malarazza: e le immagini, i movimenti di macchina morbidi, fluidi, dimostrano la capacità del regista di fondere in modo sublime finzione e realtà. Nel buio fitto della sala, che ricorda quello di una notte all’apparenza serena, in cui si sentono solo le onde del mare che s’infrangono sulla spiaggia sconfinata e sabbiosa della Playa, l’occhio di Giovanni Virgilio, senza sconti né omissioni, segue le fila di quella invisibile ma fitta ragnatela, che non lascia via di scampo a nessuno.

Film d’autore, ispirato alla vera storia di un boss decaduto e di una donna in cerca di vita migliore, Malarazza con le sue luci, le sue ombre, le sue zone grigie, racconta la realtà di quella periferia, e i suoi protagonisti, definiti dall’autore dei “vinti” (come quelli, diversissimi, di Giovanni Verga), vivono nel desiderio di migliorare la propria condizione: vorrebbero cambiare, evadere, rifarsi una nuova esistenza. Lottano per sopravvivere, ma nessuno di loro riuscirà ad evitare il suo implacabile destino di “vinto”.

Malarazza (Una storia di periferia) di Giovanni Virgilio con Stella Egitto, Paolo Briguglia, David Coco, Cosimo Coltraro, Antonino Frasca Spada e Lucia Sardo.