‘Libere’: la Resistenza delle donne tra pubblico e privato

In Cinema, Weekend

Un film firmato da Rossella Schillaci racconta, attraverso la voce di quelle che c’erano, la storia delle resistenti durante la guerra di liberazione e nel dopoguerra che le riportò dolorosamente tra le mura domestiche, dopo avere sperimentato una inedita libertà di sé che riapparirà sulla scena pubblica, molti anni dopo, con il femminismo

Libertà dal nazifascimo e libertà di sè: è tra questi due poli, uno necessario all’altro per comprendere in profondità la relazione tra la grande storia e le storie singole, che si muove Libere il documentario firmato da Rossella Schillaci che esce nelle sale in occasione del 25 aprile.

Libertà di sè è quella che segnalano come molla imprescindibile della propria scelta di entrare nella Resistenza le donne  – i loro nomi in chiusura e, tra loro,  Ada Gobetti, Marisa Rodano e Bianca Guidetti Serra – i cui racconti  scorrono accanto a immagini provenienti dall’Istituto Luce e da numerosi e preziosi archivi. In 76 minuti di documentario, viene ricostruita – ed è questo il primo pregio del lavoro di Schillaci – non soltanto la straordinaria stagione in cui aderirono alla lotta di liberazione – ‘Tutti avevamo paura, ma il coraggio sta precisamente nell’andare avanti lo stesso anche se si ha paura”, sintetizza con grande lucidità Giuliana Gadola Beltrami – ma anche i primi anni di un dopoguerra che fu assai meno luminoso di quanto, nel tempo buio e freddo della guerra, si fosse sperato.

Fu infatti il momento in cui emerse con chiarezza, e le interviste recuperate dagli archivi lo testimoniano, una sorta di doppio svantaggio: non solo l’essere state partigiane mentre l’Italia del dopoguerra voleva dimenticare in fretta quella vicenda e non certo premiare i suoi protagonisti, ma anche l’essere donna in un paese che tornò rapidamente alla visione tradizionale dei ruoli di genere e ricondusse le donne nell’alveo della famiglia. Un passaggio sentito in maniera ancora più bruciante dalle protagoniste del film: non c’era più lavoro per le donne, raccontano, perché dovevano cedere il posto agli uomini tornati dalla guerra e, tra le mura domestiche, persino mariti che erano stati compagni di lotta non intendevano lasciar cadere lo scettro patriarcale. Una doppia restaurazione, pubblica e privata, secondo le parole di una delle protagoniste.

Sono quelli gli anni anche della conquista del voto,  dell’approdo delle prime donne italiane ‘là dove si decide’ , ovvero all’assemblea Costituente prima e in Parlamento dopo ma, anche in questo caso, il documentario ha il pregio di restituire un’immagine mossa  e non oleografica del dibattito sul voto femminile, dando voce ad una delle intervistate che racconta come lei stessa temesse – ed era a sinistra preoccupazione diffusa e fu ciò che accadde – che le italiane avrebbero votato in massa per la Democrazia cristiana dando retta all’indicazione dei parroci, vere autorità morali per tante .

Si farebbe torto a Schillaci se si rubricasse il suo lavoro soltanto nell’alveo della testimonianza pure preziosa di una stagione della nostra storia, oltre a riconoscerle il merito di far vivere gli archivi che hanno custodito i racconti delle partigiane e tutti i materiali visivi e restituircene la ricchezza. Si rintraccia invece in ‘Libere’, come di diceva all’inizio, un doppio filo rosso: quello comune a uomini e donne che in prima persona si impegnarono a liberare l’Italia dal nazifascismo e che sostanzia l’approdo alla democrazia dopo la guerra  e, accanto, la prima ‘ mossa’ di quel femminismo che negli anni ’70 avrebbe poi scompaginato ruoli pubblici e privati. Ci siamo state prima noi, rivendicano, rispetto alle donne venute dopo, le protagoniste, raccontando, si potrebbe dire, non solo le armi, ma anche l’amore di quella stagione.

E ciò che il documentario lascia è questa eco profonda: complessa, contraddittoria è la libertà femminile e soggetta a mille agguati, talvolta portati da noi stesse. Saperne tenere il filo tra le mani, saperlo riconoscere nelle occasioni che la vita offre, è  per questo motivo un compito che mai finisce. In qualche momento – in questo caso, per paradosso, in quello durissimo della guerra – restituisce però una pienezza e un senso del vivere che è solo invidiabile.