Letti ieri, letti oggi (15): Finzioni

In Letteratura, Weekend

Quello che al tempo Borges con la sua distopica Babele aveva donato, ovvero la sensazione vertiginosa di entrare nella Letteratura, oggi, al tempo delle fake news e della post verità, suona più verosimile e angoscioso e toglie alla rilettura la sua necessaria leggerezza

Ma chi me l’ha fatto fare di proporre per le Riletture di Cultweek di riprendere in mano Borges? L’idea era rileggere decenni dopo un autore che ho frequentato da ragazzina, forse un po’ troppo presto, disarmata e poco attrezzata per orientarmi nei labirinti, per l’appunto, borgesiani, nei quali ero felicemente rimasta intrappolata. A volte mi sembrava di capirci poco ma pazienza, perché l’importante era quella sensazione eccitante di trovarmi completamente immersa nella “Letteratura”, ossia l’arte di combinare parole per riprodurre una realtà di finzione senza necessariamente raccontare una storia. Una scoperta che poi ha portato con sé la passione per la letteratura fantastica in genere e per quella argentina in particolare.

Scavallato il millennio, tra allora e oggi nel mezzo c’è stata tanta altra letteratura, il filtro di parecchio Bolaño con i suoi dedali polizieschi e metaletterari, il lieve fastidio per le posizioni politiche contraddittorie di Borges nei confronti della dittatura di Videla. Ma su tutto il dato di realtà, che ha trasformato il racconto fantastico e metafisico in metafora o paradigma di qualcosa di molto, troppo vicino. Ho ripreso in mano Finzioni, la raccolta tra l’altro di La lotteria di Babilonia, la Biblioteca di Babele, Il giardino dei sentieri che si biforcano, Pierre Menard autore del Chisciotte, Congegni letterari perfetti.

Ma impossibile rileggerli senza tener conto dello spirito del tempo, quella retorica dei dati in cui siamo immersi h24, dove tutto è traducibile in un algoritmo e la distopia della biblioteca di Babele, universo soffocante rappresentato come infinita serie di gallerie esagonali rivestite di scaffali di libri con tutte le possibili combinazioni di lettere e segni ortografici, oggi sembra meno fantasiosa e più realistica. Tra l’altro, provare per credere, da qualche anno quella biblioteca esiste davvero su internet e l’ha realizzata uno scrittore americano, tale Jonathan Basile: basta digitare Library of Babel e si migra dal fantastico letterario alla prosaicità ipertestuale delle url. Come un pop up irriguardoso.

Quel continuo gioco di rimandi, manipolazioni, quella ridondanza di testi e ipertesti, quel sovraccarico di informazioni e di citazioni false ma verosimili è, fuor di metafora, l’ambiente in cui ci troviamo a galleggiare quotidianamente, come nella biblioteca del racconto, dove alla fine in mezzo a troppa roba, ci si perde e non si trova più niente. Borges non avrebbe mai usato parole brutte come post verità e fake news, ma entrambe delineano i contorni di un mondo descritto bene dall’aggettivo borgesiano, in cui quella sensazione di smarrimento e di disorientamento, di gioco di specchi continuo tra reale e irreale ci porta diffidare continuamente di tutto, pervasi da un lieve senso di angoscia esistenziale.

Nel racconto La Lotteria di Babilonia una grande riffa decide per ragioni imperscrutabili il destino di ciascuno, senza tener conto di meriti o demeriti. Chi c’è dietro? Impossibile saperlo, una volta forse la Compagnia, ma poi nel racconto Borges ipotizza che il meccanismo stesso del sorteggio si autoriproduca misteriosamente. Reduce dalla recente lettura, che non è fiction ma analisi storico-sociologica, di Homo deus di Yuval Noah Harari, sulla nuova ideologia dei dati che governa la nostra vita, dalla bioingegneria alla finanza e trasforma l’uomo in un algoritmo imperfetto , obsoleto ma tecnologicamente perfettibile, il cui destino è in mano a entità sempre più remote e sfumate, in effetti non sono riuscita a rileggere Borges con la leggerezza necessaria. Il gioco letterario mi è apparso meno innocente e più gravido di foschi presagi. Uno sgarbo immeritato da parte mia allo scrittore argentino, ma i tempi sono questi.