“Le grand bal” e altri documentari: non si incontrano così anche i francesi?

In Cinema

Ogni estate da trent’anni e più, si radunano a Gennetines, paesino dell’Alvernia, migliaia di persone per danzare di tutto: polke, mazurke, gironde, quadriglie, valzer impari, circoli circassiani. Ci sono ricchi e poveri, giovani e anziani, seri e allegri. Laetitia Carton documenta tutto, come in un musical. In sala anche “Quando il mondo è in fiamme” di Roberto Minervini sulla rabbia dei neri americani, “La città che cura” di Erika Rossi e i ritratti del tennista John McEnroe e dell’artista/regista Peter Greenaway

Non dico che vengano in mente le drammatiche sequenze di Non si uccidono così anche i cavalli?, l’angosciante e bellissima maratona ambientata da Sidney Pollack negli anni della Grande Depressione, anzi Le grand bal di Laetitia Carton è un inno al potere gioioso della danza, che è fatto individuale e collettivo, fisico e psicologico, e soprattutto può favorire un’immediata socializzazione tra persone di luoghi, età, pensiero e ambienti sociali anche molti diversi. Ma vedere comunque migliaia di persone che per una settimana di fila si esibiscono giorno e notte (solo due o tre ore di sonno ogni tanto, confessano alcuni, non tutti per fortuna) tra volteggiatori provetti e mirabili a vedersi e absolute beginners pieni di entusiasmo ma all’ultima serata sfiniti alquanto, fa a tratti tornare in mente il famoso aforisma di Vincent Van Gogh per cui l’arte è 10% ispirazione e 90% traspirazione.

Scherzi a parte, nel vasto e variegato panorama di film a carattere documentario che in questi giorni debutta sugli schermi italiani, il film della Carton, specialista in reportage sulla realtà – in passato si è occupata di malattie genetiche degenerative, del mondo dei sordi e di quello del fumetto – passato a Cannes 2018, racconta soprattutto una grande festa popolare. Che ogni estate, da trent’anni e più, porta a Gennetines, paesino dell’Alvernia, regione da cui la regista, nata a Vichy, proviene, duemila persone da ogni parte del paese e del mondo, per danzare di tutto, dalle polke alla mazurke, dalle quadriglie alle gironde, dai valzer impari ai circoli circassiani. Non è un rave, nè una gara di resistenza, è il Grand Bal de l’Europe, dove giovani e anziani, francesi e non, formano un gran mucchio in movimento dalla mattina (per i corsi e le “lezioni di ballo” tenuti da esperti provenienti da tutta Europa, Italia compresa, con insegnanti di pizzica a taranta) alle tre della notte e anche più in là. Quando entrano in scena i  giovanissimi protagonisti del “boeuf”, la versione notturna del Grand Bal, che va avanti non stop fino al giorno dopo.

Sotto grandi tendoni, ogni ora e mezza si cambiano passi e musiche, suonatori di violino e clarinetto, contrabbasso, cornamusa e soprattutto fisarmonica, il più francese e nostalgico degli strumenti, che rimanda a matrimoni o feste sull’aia e di paese. Carton si piazza in mezzo ai danzatori, a volte sopra di loro a volte ai loro piedi, filmando i volti e i corpi, i sentimenti e l’energia, gli slanci d’affetto delle coppie e quelli, più atletici, dei gruppi. Poco a poco si supera ogni resistenza reciproca, e si perde un po’ la nozione del tempo, tra continui scambi di partner, uomini con donne, donne con donne, uomini con uomini. E il documentario, che racconta la convivenza di così tante persone tra bagni, grandi bevute e street food, spesso sconfina, anche per alcuni studiati movimenti di camera, nel musical. Una gran fatica per tutti, comunque, ci sono volute due troupes per alternarsi a girarlo. A molti ricorderà Ballando ballando di Ettore Scola o Lezioni di tango di Sally Potter, forse i film anglosassoni sulla street dance o più antiche sequenze, soprattutto europee, di balli novecenteschi, agresti o cittadini, felici e spensierati.

Per la regista, che assai prima di girare il film aveva partecipato a diverse edizioni della kermesse di balfolk, alla base di tutto c’è “che mi è sempre piaciuto ballare. Mia nonna mi raccontava spesso che da giovane saliva sulla pedana all’inizio della serata e non l’abbandonava fino all’alba. Era trasportata dalla danza, il suo viso s’illuminava quando mi parlava di queste notti trascorse nell’ebrezza del movimento, dei suoni. Mi ha trasmesso il suo amore per i bal trad. E la mia prima esperienza è stata un colpo di fulmine. Un sabato sera di gennaio, in un paesino dell’Auvergne in una cascina piena zeppa, coi musicisti sul palco. Tutti ballavano! Una festa con centinaia di persone, tra cui, con mia sorpresa, tanti giovani! Giravano, battevano i piedi, si guardavano, si sorridevano. Altri erano seri, ballavano per davvero. Sorrisi, mani sudate, abbracci prima di lasciarsi per passare a un altro ballerino: un bel calore umano. Nell’arco di una danza, un legame particolare può intessersi col proprio partner, e crea un universo sottile, magico, unico. Si sa come si entra in una mazurka, non in che stato se ne uscirà. Libertà, un pizzico di follia, energia, convivialità, il piacere d’esser cogli altri: non li trovo altrove. Un film per non perder nulla di questo turbinio, un film come un turbinio”.

Tante occasioni, quindi, di documentare la realtà. Per esempio quella americana, che Roberto Minervini, tre anni dopo l’apprezzato Louisiana, ripropone in Quando il mondo è in fiamme, tornando sul luogo del delitto cinematografico, tra New Orleans e Baton Rouge, per parlare di razzismo ed esclusione, partendo dalla serie di brutali uccisioni di giovani afroamericani verificatasi nell’estate del 2017 per mano della polizia. Eventi che hanno scosso gli Stati Uniti e soprattutto la comunità nera del Sud, costretta di nuovo a fronteggiare gli effetti del passato in un paese che non sembra essere ancora dalla sua parte. Minervini col suo film, in concorso alla Mostra di Venezia 2018, premiato alla Viennale, al London Film Festival e a quello di Mar del Plata, è entrato in varie comunità africane-americane della Louisiana meridionale, in quartieri off-limits segnati dell’uragano Katrina del 2005 e dall’uccisione di Alton Sterling nel 2016, eventi riconducibili alla negligenza istituzionale, alle disparità socio-economiche, a forme di razzismo endemico. Per dare modo alla gente di raccontare la propria collera, le proprie storie. E di  incontrare persone che fanno musica, lavorano, lottano insieme in una capitale spaccata in due: il nord nero e povero, il sud bianco e agiato.

Il cinema racconta spesso anche occasioni di riscatto sociale, come in La città che cura, scritto, diretto e fotografato da Erika Rossi: in una periferia dove la solitudine e le difficoltà rendono la vita più difficile, Plinio, un anziano pianista ipocondriaco che non vuol più uscire di casa, Roberto impegnato ad affrontare la fatica di vivere dopo un grave ictus, e Maurizio il quale paga una vita piena di eccessi, ritrovano vitalità e fiducia grazie a un progetto di salute pubblica di quartiere: perchè “curare” significa aprire nuove opportunità e scenari di vita in cui tanti possono rimettersi in gioco, oltre a creare relazioni, conoscere le persone e i loro bisogni, condividere i problemi di ogni giorno.

Due personaggi diversissimi infine, ciascuno con i suoi fan ed estimatori. Il primo è il grande tennista americano John McEnroe, in arrivo sugli schermi italiani dopo i successi alla Berlinale e alla Mostra di Pesaro, in L’impero della perfezione del francese Julien Faraut, che ci invita a un flash back nel campionato parigino del Roland Garros 1984, rivelando i problemi di convivenza tra un campione perfezionista e gli arbitri del tempo, un pubblico desideroso di spettacolo e una troupe che vuol catturare ogni mossa dell’irascibile tennista. L’altro protagonista, è lo straordinario pittore e regista al centro di L’alfabeto di Peter Greenaway, che l’artista olandese Saskia Boddeke ha realizzato in uno stile intimo per ritrarre il marito – il cui motto è “La vita è arte e l’arte è vita” – in un viaggio immaginario/letterario che ne ripercorre l’arte multimediale e la vita, in compagnia della figlia Zoë, detta Pip. La sua poliedrica figura, spesso in lotta con il suo tempo, è raccontata con un occhio ironico e profondo che ne fa emergere passioni e debolezze. Dal Biografilm Festival di Bologna alle sale italiane, per ora solo dal 12 al 15 maggio.