L’Aterballetto al Piccolo: così si balla Goethe

In Teatro

Una delle realtà di danza più stabili in Italia arriva al Piccolo: la delicatissima poesia della danza smuove le corde di un sentimento che non ha bisogno di parole per esprimersi

Dal 1979 Aterballetto, una delle realtà di danza più stabili in Italia, grazie alla lungimiranza di comune e regione dell’Emilia Romagna ed ai numerosi coreografi ne hanno composto l’entourage è la principale Compagnia di produzione e distribuzione di spettacoli di danza con all’attivo spettacoli in più di 30 paesi.

Anche il Piccolo Teatro di Milano ha la fortuna e la lungimiranza di ospitare da diversi anni questa fortunatissima compagnia, arricchendo il tessuto culturale milanese di quelle forme espressive della danza, del teatrodanza e del balletto, che affiancano il panorama della lirica e della classica aprendo a un ambito di sperimentazione corporea e gestuale tra i più fecondi del nostro paese.

Il balletto come pratica coreografica si affianca nelle produzioni di Aterballetto a forme più contemporanee della danza, con lo scopo di esplorarla a tutto tondo e arricchirla di esperienza estetiche inedite, ma pur sempre mantenendo una forte tradizione tecnica, un impegno e una plasticità fisica da parte dei ballerini ad un livello di professionalità e qualità altissime.

La caratteristica che balza subito all’occhio è il poderoso lavoro di ricerca espressiva, che fonde forme stilistiche tradizionali con innovazioni sperimentali che sono in grado di accompagnare, guidare e aprire lo sguardo e il cuore dello spettatore.

Quest’anno al Piccolo Aterballetto presenta ben sette coreografie, tutte volte verso un linguaggio adatto far battere i piedi di chi, ballerino o meno si lascia trasportare dal dinamismo di quella musa muta ma irrefrenabile che è la danza. Con L’eco dell’acqua, Philippe Kratz si ispira al Canto degli spiriti sulle acque di Goethe e muove i corpi dei ballerini come fossero il flusso dell’acqua con la  pioggia si abbatte come un’anima sulla terra ritornando al cielo. In #hybrid l’intento è quello affiancare come un concerto coreutico forme espressive molto verse tra loro: dalla street-dance alla danza classica.  Eugenio Scigliano con Lost Shadows e Johan Inger con BLISS si addentrano rispettivamente in due duetti, l’uno raccontando la passione amorosa sui brani di Schubert e l’altro facendosi portare dal jazz improvvisato di Keith Jarrett e dando valore a quell’emozione spontanea che rende i corpi empatici, intensi, ritmici e immediatamente liberi di muoversi. Le coreografie che andranno in scena dal 24 al 26 giugno per l’ultimo appuntamento di quest’anno sono 14’20” di Jiri Kylian, coreografo contemporaneo tra i più fertili, capace dare senso ed emozione alla nudità di corpi che si espongono e si nascondono, prestando attenzione al tema del tempo, del nascere, del morire e dell’invecchiare. Giuseppe Spota in LEGO guarda invece alle relazioni, ai “legami” ai corpi si guardano, si perdono, si allontanano spersonalizzati da un’ingerenza tecnologica imperante e si ritrovano, mentre Michele di Stefano, vincitore di un Leone d’Argento alla Biennale di Venezia del 2014, con Upper East Side gioca con spazi e i movimenti, gesti veloci e ritmici, componendo coreografie sperimentali sulle musiche  già minimali, elettroniche ed evocative di Lorenzo Bianchi Hoesch.

La bellezza di Aterballetto, a mio parere, è la capacità di muoversi in bilico tra classicità e contemporaneità e grazie a collaboratori del calibro di Maurizio Bigonzetti, William Forsythe, Ohad Naharin, Johan Inger, Fabrizio Monteverde, Jacopo Odani è stato in grado di unire una forte disciplina tecnica del corpo a delle visioni umane, esperienze, immaginari artistici e gusti contemporanei che vanno a toccare direttamente la sensibilità del pubblico.

La delicatissima poesia della danza smuove le corde di un sentimento che non ha bisogno di parole per esprimersi, ma che è in grado di far comprendere le sue elaborate costruzioni attraverso la logica dell’emozione e della sensazione. Che si chiamino neuroni-specchio o moti dell’animo, il corpo muto si esprime e nella danza lo fa con un linguaggio profondo, passionale a volte sfuggente ma intenso e ben articolato, leggero ma chiaro, le cui parole universali sono i sempiterni vocaboli di quell’esperienza umana pre-verbale del suono e del gesto, in cui empaticamente con orecchie e sguardo ci riconosciamo.

(Immagine in evidenza di Nadir Bonazzi, per il video si ringrazia FNDAterballetto)

Al Piccolo Teatro Strehler dal 24 al 26 giugno 2016