Papa Francesco e la foca monaca: nuovo “miracolo” di Winspeare

In Cinema

Ambientato a Disperata, immaginario paesino iper-realista di una Puglia remota, “La vita in comune” allinea vizi e tic italiani e meridionali, pubblici e privati, sociali e politici, per rilanciare un messaggio di convivenza e amore del creato, naturale in primo luogo. Tra un sindaco buono ma inetto, due rapinatori senza sprint e successo che finiscono per pentirsi e un adolescente a dir poco “babbasone”

Edoardo Winspeare, nato a Klagenfurt ma cresciuto a Depressa, provincia di Lecce, è dal suo primo successo, Il miracolo (2003), e fino al recente In grazia di Dio, il campione della commedia fantasy italiana, anzi meridionale, uno stile di racconto fatto di personaggi e movenze molto realistiche, a tratti anche iper-realistiche nel loro rimarcare gli immutabili tic e vizi di un certo tipo di piccola città. Nell’ultimo La vita in comune, passato a Venezia Orizzonti, siamo a Disperata, il nome è tutto un programma, in una sonnolenta Puglia marina, lontanissima dall’imperante Salento trendy. Ma è la struttura del film ad essere, al contrario, assolutamente immaginifica, una trama capace di ospitare con una certa qual credibilità le apparizioni della foca monaca e perfino di Papa Francesco, qui vero e proprio, è il caso di dirlo, “deus ex machina” della situazione.

È la sua voce telefonica suadente, il suo eloquio semplice ma efficace a convincere il riccioluto Angiolino (Antonio Carluccio) che la sua carriera di piccolo rapinatore di banche di provincia e benzinai squattrinati non solo non funziona ma è poco morale, perché ciò che ogni buon cristiano al contrario dovrebbe fare è il bene degli altri e del grande e bellissimo mondo (naturale in primo luogo) che ci circonda. Il film si apre con uno di questi improbabili e fallimentari “colpi”, che in realtà porta in carcere Patì (Claudio Giangreco), il socio-fratello di Angiolino: nella piccola prigione, dove si pratica la rieducazione letteraria dei detenuti, lui si redime diventando buono (ma in fondo ci capisce subito che lo era già) e poeta, nonchè più caro amico del sindaco (è lui l’insegnante dei galeotti), che a fine pena lo fa assumere come bidello della scuola, suscitando proteste a non finire.

Non è un gran che come primo cittadino, Filippo (Gustavo Caputo): non ha la stoffa del politico, litiga in primo luogo con l’opposizione affarista ma anche il suo partito, presumibilmente progressista, lo fa fuori per manifesta inattività. L’unica a difenderlo, pur litigandoci sempre, resta Eufemia (l’espressiva Celeste Casciaro, moglie del regista), moglie del detenuto modello di cui Filippo è, neanche tanto segretamente, innamorato.

Alla fine i due riuniranno tutti i “matti” del paese, per seguire a modo loro le direttive bergogliane, immaginando, al posto della speculazione edilizia che dovrebbe distruggere una splendida zona costiera per far posto a hotel e attrazioni turistiche, uno zoo degli animali del luogo, foca monaca compresa (lato mare): un’idea abbastanza irreale che costerà il posto al sindaco ma gli assicurerà l’affetto e la stima (Eufemia in testa) delle persone che ha imparato a conoscere e stimare.

Insomma Winspeare, dopo aver tratteggiato ogni sorta di incredibile inadeguatezza umana e socio-politica del nostro profondo Sud, attraverso quegli stessi personaggi che poco o nulla nella realtà sanno fare (c’è pure Biagetto, adolescente ingenuo e babbasone, direbbero più o meno da quelle parti, cui dà volto Davide Riso, stregato dalla graziosa Alessandra De Luca) finisce per farne comunque dei piccoli eroi, dal cuore grande così, di un’etica un po’ puperista e anti-global che in fondo ha ancora molto seguito: certo non risolverà la questione meridionale, che peraltro è lì, dai tempi di Gramsci, mai seriamente affrontata da partiti di ogni colore e inclinazione, anche “sudista”, ma almeno ha il coraggio di far sognare un futuro dove soldi e new media non sono l’unica realtà.

La vita in comune di Eduardo Winspeare, con Celeste Casciaro, Alessandra De Luca, Gustavo Caputo, Antonio Carluccio, Claudio Giangreco, Davide Riso