Un Verdi di Bob Wilson che più Bob Wilson non si può

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Visto a Teatro Farnese di Parma Le Trouvère (versione parigina del Trovatore) è un prevedibile Verdi “on the Beach”. Mette d’accordo Brecht e Beckett, Puccini e Strauss. Ma i loggionisti hanno da ridire

Il fatto che Bob Wilson faccia ancora lo stesso spettacolo dagli anni settanta è un’ottima ragione per continuare a vederlo. Stavolta nel suo dispositivo raggelante, fatto di luci azzurre e pose da teatro orientale, è finito Le trouvère, versione parigina del Trovatore, quasi un grand opéra, con ballabili e chansons bohèmes, in scena fino al 20 ottobre al Teatro Farnese di Parma per il Festival Verdi.

Quello di Bob Wilson è, manco a dirlo, un prevedibile Verdi “on the beach”, con tutto il fascino espressivo che questo comporta. Come al solito si tratta di un teatro incorporeo, con contorni al neon, volti irrigiditi dal trucco, movimenti ripetuti ossessivamente: è un minimalismo, una “maniera” che rende ogni volta astratto il materiale drammatico con cui il regista texano ha a che fare.

Non sarà forse il suo spettacolo più riuscito: le idee sono poche e sempre un po’ le stesse. Eppure è innegabile che, con la sua impostazione, Bob Wilson riesca a mettere d’accordo quasi tutti: da Brecht a Beckett, passando per Puccini e Strauss. Restano esclusi solo i loggionisti di Parma, che hanno la straordinaria abilità di individuare il momento migliore dello spettacolo e fischiarlo: il balletto dei boxeur, in cui i contrasti sublimati nelle parti precedenti si sfogano, anzi fingono di sfogarsi, mentre la scena si trasforma in un ring. Per il resto siamo in tipico clima Bob Wilson, costruito su incessanti flussi visivi scanditi da cambi improvvisi di registro, con tragico, comico e grottesco che viaggiano insieme, senza disturbarsi, attraverso la patina bluastra della scena. La sorpresa è che questa atmosfera interiore, strana e straniante, funziona persino in un contesto di pire e conseguenti do di petto. Così i conti melodrammatici tornano anche con l’opera di Verdi più potente e passionale.

Fotografia © Lucie Jansch

Questa rara versione francese sembra più sofisticata dell’originale, almeno secondo la lettura raccolta di Roberto Abbado, che stempera esagerazioni e impeti sfrenati della partitura. Se George Bernard Shaw vedeva nel Trovatore una prova più musicale che intellettuale, non vale lo stesso per Le trouvère, che ha un carattere meno precipitoso. Nel finale ad esempio ci sono trenta battute in più, con una ripetizione del “Miserere” che smorza la tensione spasmodica della tragedia. E qui, come in altri passaggi – vedi il balletto –, il direttore interviene sforzandosi di impreziosire il suono dell’Orchestra del Comunale di Bologna, trovando un colore ben definito persino nell’incubo acustico del Teatro Farnese.

Se Abbado ha diretto con convinzione Le trouvère, i cantanti, francese e kabuki a parte, hanno partecipato a un Trovatore come tanti. Tra tutti emerge sicuramente per precisione e limpidezza della voce la Léonore di Roberta Mantegna. Nino Surguladze risolve bene canzone e racconto della zingara nella seconda parte, ma pare più affaticata nel seguito, soprattutto nel duetto finale con Manrique, interpretato un po’ fiaccamente da Giuseppe Gipali. Corretti il Comte de Luna di Franco Vassallo e il Fernand di Marco Spotti.

Teatro Farnese, Giuseppe Verdi Le trouvère. Dirige Roberto Abbado, regia di Bob Wilson (repliche: 12, 14, 20 ottobre)

 

Fotografie © Lucie Jansch