Il bagno di Diana: seduzione (e punizione) senza fine

In Letteratura

Oltre l’umano desiderare: sacrilegio da punire o esercizio di una impossibile seduzione? Pierre Klossowski ripercorre il mito del giovane Atteone, che posò gli occhi sulle carni nude della dea Diana, e pagò con la vita. Tra saggio, storia dell’arte e mitografia, una riflessione sulle pulsioni profonde, i limiti e la persistenza dell’antichità.

Ciò che l’umanità sognò nel suo cammino, ciò che attraverso gli occhi di Atteone vide nei suoi sogni notturni, fino a immaginare gli occhi stessi di Atteone, giunge fino a noi come da distanze siderali la luce di costellazioni spente per sempre: è dentro di noi che adesso sfavilla l’astro deflagrato, nelle tenebre della nostra memoria, nella vasta notte costellata che portiamo nel cuore ma che fuggiamo nelle nostre fallaci vite notturne.

Pierre Klossowski, mitografo esperto e accurato tessitore di corrispondenze artistiche, riavvolge all’indietro il filo di un mito persistente e seduttivo: il tema di fondo de Il bagno di Diana, pubblicato da Adelphi, è proprio la ricostruzione del senso archetipico dei miti e della loro memoria.

Il baricentro di questo percorso a ritroso è la storia di Diana e Atteone, due nomi che evocano ricordi mitologici di amori tra dei e uomini, di caccia, inseguimenti e bagni di ninfe raccontati da Esiodo, da Omero, da Ovidio nelle sue Metamorfosi, o in numerosi dipinti.

Klossowski rintraccia le origini, gli aspetti dei due personaggi, per condurci in un viaggio iniziatico dentro noi stessi, dentro il lato oscuro, dentro le nostre pulsioni, che la tragica fabula mettono in scena.

A tenergli bordone, un affresco di Parmigianino, intitolato appunto Il bagno di Diana e Atteone, che si trova nel castello Sanvitale a Fontanellato, vicino a Parma: nella prima scena si vede il giovane, bellissimo Atteone a caccia con dei compagni e una muta di cani. Nella seconda lo vediamo, nascosto tra le fronde, che scopre un’incantevole Diana che si bagna nuda a una fonte circondata dalle ninfe. Nella successiva il viso di Atteone è trasformato già nel muso di un cervo. Nell’ultima i compagni ignari istigano i cani a dilaniare il cervo in cui si è trasformato Atteone.

Il proposito di Pierre Klosswski è far riviere in noi, attraverso i nomi di Diana e Atteone, quel mondo sepolto che racchiude dentro di sé le nostre radici profonde: a cominciare da Diana, la vergine che offre e sottrae la sua prorompente nudità al giovane, che la spia. Seduzione e castità.

Diana ha posato l’arco d’argento con cui trafigge animali e uomini, ogni freccia si conficca in ogni desiderio, in ogni pulsione e la paralizza. Con quelle stesse mani morbide, rosate, paffute con cui va a caccia e porta la morte, ora Diana, mentre si bagna alla fonte, si tocca languidamente il seno, si copre con falsa modestia il pube.

Nel bagno Diana non ha però posato l’altro suo emblema, la mezzaluna, posta sul capo come una corona. Non è mai piena la luna, sempre a metà, mai compiuta, come una vergine che non sarà mai madre. In confronto, la nascita di Venere dalle onde del mare, che si offre sorridente, è una rassicurante certezza di piacere. Il bagno di Diana invece ci precipita nell’angoscia di aver solo intravisto il piacere divino e di non poterlo mai godere, di aver causato la nostra rovina solo per aver osato tanto.

E siamo diventati Atteone. Siamo, come lui, colpevoli o innocenti? Vogliamo penetrare il nostro aspetto divino o siamo sconvolti, atterriti, o ancora lo neghiamo?

Atteone ha scoperto per caso la dea o l’ha inseguita per violentarla?

Oppure, infine, ipotizza Klossowski, si può anche supporre che sia stato il delirio ispiratogli dai riti dionisiaci a dargli l’audacia necessaria per violare Diana:

Soltanto Dioniso poteva guidarlo, sostenerlo e assolverlo. Egli prepara il proprio crimine come sacrificio di sé ad Artemide; riceve la punizione della dea come una rivelazione: tramutato in cervo, penetra il segreto della divinità; dilaniato dai suoi stessi cani, prefigura il messaggio di Orfeo.

Il tema è seduttivo e non a caso, sottolinea l’autore, ha ciclicamente attirato l’attenzione di numerosi pittori, da Rembrandt a Tiziano.

Ma è ancora Parmigianino a suggellare il labirinto di suggestioni evocate da Klossowski.

Su un candido nastro ai piedi dell’affresco, infatti, il pittore ha posto in lettere d’oro una significativa epigrafe in latino:

 

«AD DIANAM / DIC DEA SI MISERUM SORS HUC ACTEONA DUXIT A TE CUR CANIBUS / TRADITUR ESCA SUIS / NON NISI MORTALES ALIQUO / PRO CRIMINE PENAS FERRE LICET: TALIS NEC DECET IRA / DEAS» «A Diana. Dì, o dea, perché, se è la sorte che ha condotto qui il misero Atteone, egli è dato da te come cibo ai suoi cani? Solo per una colpa è lecito che i mortali patiscano una pena: una tale ira non si addice alle dee»