Keira-Colette, quant’è difficile fare un biopic

In Cinema

Portare sullo schermo la vita di un personaggio famoso sconta spesso il rischio dell’elegante e piacevole superficialità. Tanti anni da raccontare, in questo caso tra libri di successo, Belle Epoque e trasgressioni sessuali, spilluzzicando di tutto un po’. Due ora che filano via in compagnia di belle immagini e ottimi attori (Knightley e ancor più Dominic West): ma, in fondo, non molto di più

Mamma mia, quant’è difficile fare un biopic. Portare sullo schermo la storia di un personaggio famoso è cosa ben faticosa. Uno va subito col pensiero all’originale e il più delle volte lo trova migliore. Spesso, dopo qualche scena, già la mente corre a quando si potrà consultare Wikipedia e riempire quei gap che non si riescono a comprendere o, peggio ancora, a cercare risposte migliori di quelle che il film dà. Non è un’idea brutta di per sé stessa, è bello farsi una cultura, per carità. Ma certo, qualcosa deve essere mancato se il brivido maggiore della serata lo può garantire solo Internet a casa. Dove va a finire quel po’ di magia che il cinema può dare, ci si chiede?

Colette, per la regia di Wash Westmoreland con Keira Knightley e Dominc West, fa un po’ parte di quei biopic enciclopedici – corretto, ben fatto, belle immagini e ottimi attori – che però si mantiene sulla superficie, pattinando con la grazia didascalica nel solco di pellicole già viste. Questo non vuole dire che il film non sia godibile, ma da qui a uscire dal cinema arricchiti di una qualche emozione, oltre al facile nozionismo, ce ne passa.

 

 

Tutto inizia quando Colette, al secolo Sidonie-Gabrielle Colette, ha diciannove anni e vive ancora in campagna a Saint-Sauveur con i genitori. Va spesso a trovarla Willy, al secolo Henry Gauthier-Villars, amico di famiglia e più vecchio di lei di quattrodici anni, che fra fronde e pagliai, riesce a sedurla, e l’anno dopo a impalmarla, strappandola agli amati campi e regalandole un biglietto di sola andata a Parigi. Il cambio non è poi così male, tant’è vero che Gabrielle si adatta in fretta alla nuova situazione e soprattutto al demi- monde bohemien che frequenta Willy. Il quale si guadagna da vivere grazie a una casa editrice che impiega una serie di ghost writers, i (e le) quali sperano sempre di emanciparsi dalla sua sfera rassicurante senza riuscirci. A Willy ci vuol poco per rendersi conto che la moglie ha qualità che possono essergli utili, e pur di farle scrivere qualche paginetta la chiude a chiave in una stanza. Il risultato sono una serie di deliziosi libretti al sapor di erba e ruscelli che formeranno la serie di Claudine. Ovviamente tutti pubblicati con la firma di Willy.

Si sa, l’amore acceca e all’inizio Gabrielle è ben contenta di metterci il suo nell’impresa di famiglia, soprattutto perché nel frattempo si gode i piaceri della Belle Epoque. In cambio dell’usurpazione della sua arte, il marito la ripaga di emozioni e le permette una libertà difficile da trovare in altri uomini a quel tempo. Così quando all’orizzonte si profila un’attraente signora americana che la invita chez elle, Colette non si fa pregare, con la benedizione di Willy. La bella americana è la prima delle avventure bisessuali di Gabrielle, ma non l’ultima. Sempre con il beneplacito del marito, che ha il buon gusto di non essere geloso e l’accortezza di pensare che tutte queste esperienze omoerotiche potranno un giorno diventare materiale per nuovi capitoli della saga di Claudine, che nel frattempo è diventata un successo.

Senza capire però, povero Willy, che arrivando a conoscere meglio se stessa, Gabrielle, ormai diventata per tutti Colette, giungerà a mettere in discussione anche il suo ruolo di scrittrice per conto terzi. L’emancipazione è una brutta bestia. Non vado avanti nel raccontarvi l’arco dei vent’anni nei quali si snoda il film, perché altrimenti cosa vi rimane? Il problema però con queste lunghe vite (e in realtà quella di Colette sarà ancora più lunga) è che tutto viene toccato di sfuggita, senza mai scendere nel dettaglio e quindi nell’emozione.

Cosa resta? Una buona interpretazione della Knightley, per una volta meno propensa alle mossette e più al succo delle cose. E un’ottima prova di Dominc West, che riesce a dare umanità anche a quell’impenitente donnaiolo che è Willy. E poi bei costumi, bel mondo, bella Parigi, belle luci e bei colori per un film che fa passare due ore piacevoli, in compagnia del brivido di un’epoca trasgressiva e di una donna-personaggio, di cui conoscete già l’equazione a memoria – donna intelligente e indomita in un mondo patriarcale – che il cinema potrebbe trasformare in una nuova icona pari a quello che fece con Frida Kahlo. Vi ricordate il film con Selma Hayek? All’inizio hanno anche lo stesso taglio di capelli.

Colette, di Wash Westmoreland, con Keira Knightley, Eleanor Tomlinson, Dominic West, Fiona Shaw, Aiysha Hart