Jovanotti nell’era della riproducibilità tecnica

In Musica

Jova torna con un nuovo album, e un libro, “Sbam!” a raccontare del nuovo disco, di Garcia Marquez, Zadie Smith e Rick Rubin con pensieri, parole, foto e fumetti. Dal 12 febbraio al Mediolanum Forum per dodici giorni. Puntando a diventare un jova-prodotto di successo, idolo di mamme, nonne, donne e ragazzini di tutte le età

Joe Vanotti

Jo Van Hotti
Jova Notti
quello lì, proprio lui

Oh, vita! è la quattordicesima candelina sulla carriera discografica di Lorenzo Cherubini, che torna alle origini ribattezzandosi “Jova”. Alzi la mano chi, dal primo dicembre 2017, data ufficiale della pubblicazione dell’album (la title track era già in circolazione dagli inizi di novembre), non ne ha sentito almeno uno pezzetto in televisione, alla radio o sul web.

Il bombardamento mediatico è martellante, d’altronde Lorenzo “batte dove duole il dente, dove passa la gente” in una spirale di citazioni, rimandi e partnership strategicamente studiate. Che Jovanotti fosse un grande comunicatore fu Claudio Cecchetto a capirlo, già nel lontano 1988, quando al Rolling Stone di Milano, sotto la sua ala protettiva, andò in onda la prima puntata di 1, 2, 3 Jovanotti.

“Ero un prete di campagna che veniva chiamato a lavorare alla Santa Sede. Ero un calciatore sconosciuto convocato in Nazionale. Così mi sentivo”. Da allora, di acqua sotto i ponti ne è passata: il fidanzamento, breve ma intenso, con Rosita Celentano – ma è vero che, quando si lasciarono, lei gli dedicò il penoso e unico singolo FDM? –, il rifiuto di condurre Bim, Bum, Bam! per dedicarsi alla Tribù che balla, il rap, la world music e le ballate romantiche, ma anche l’impegno pacifista contro la guerra in Kosovo e a sostegno di Emergency (Il mio nome è mai più, 2000) e la costituzione del gruppo Artisti uniti per l’Abruzzo all’indomani del terremoto dell’Aquila (2009). Musicalmente, definire il suo genere è un’impresa: pioniere del funky, dell’hip-hop e del rap in Italia, riesce a mettere insieme, per accumulo e stratificazione, influenze afro, acid jazz, disco, bossa nova, world music, elettronica e techno, mandolini e firsarmoniche, spalleggiato da musicisti eccellenti: Saturnino Celani è probabilmente uno dei migliori bassisti italiani in circolazione. Di Jova l’invenzione del “deejay come rockstar”, non come quei dj che stavano “piegati sui dischi al buio della consolle senza mai alzare gli occhi […] oppure facevano i tamarri ai microfoni senza ritegno”.

Ma torniamo al nuovo disco, Oh, vita!. Il nuovo album vede alla produzione il mitologico Rick Rubin, famoso per la sua arte maieutica che risollevò le sorti di un calante Johnny Cash e distillò i dischi di molti gruppi di grosso calibro (Beastie Boys, Metallica, Red Hot Chili Peppers, U2, Eminem…). Ma quanta novità c’è in questo album, che sembra un rimando a se stesso, un ritorno al perennemente diverso e sempre uguale che è questo bambinone di 51 anni? Alcune autocitazioni sono evidenti: i “fiori ribelli sul ciglio delle statali” di SBAM!, richiamano il “fiore cresciuto sull’asfalto e sul cemento” di Serenata Rap; ma l’impianto musicale ne esce rinnovato e subisce una distillazione e un arricchimento, sembra strano a dirsi, se parliamo di Jovanotti, abituato a stratificare e far dialogare canzone popolare e sound systems, dub e musica leggera.

L’album si apre con il singolo Oh Vita!, rap “vitalistico” in stile melodico, e continua con le belle chitarre malinconiche di Sbagliato (che fanno pensare a una biciclettata in campagna) spogliate dei fiati o dei violini che ci saremmo aspettati in un disco precedente. Chiaro di luna, terza traccia, è uno di quei pezzi romantici sognanti e molto jovanottiani, ma anche qui asciugata da qualsiasi sound elettronico o sintetico, solo acustica. I fiati e le trombe, imbevuti di un potente afro-beat, ritornano nel brano In Italia, sintesi del primo e del più recente Jovanotti. Da segnalare anche Le canzoni, pezzo dance synt-pop dalle forti eco anni ’80. L’onda da dance floor arriva anche in SBAM!, uno dei pezzi più sorprendenti del disco: parte con un raggae jamaicano molto ritmato e dirompe improvvisamente in un techno-disco energizzante.

Da segnalare assolutamente è Fame, 8 minuti di rap e funky accompagnati da un basso spettacolare:

La vera novità del disco non è tanto da cercare nei temi, che anzi si fanno sempre più rarefatti e generalistici così da mettere d’accordo un po’ tutti: l’infanzia, il viaggio, il divertimento, i tempi difficili, l’amore che trionfa: “il mondo è sbagliato, ma noi siamo una bella banda” (Sbagliato).

Eh sì, passati i cinquanta, sono lontani i tempi in cui Lorenzo canta Cancella il debito in una piazza come quella di Sanremo 2000, prendendo una posizione netta e invitando i capi di stato mondiali ad annullare il debito nei confronti dei paesi in via di sviluppo. Trascorsi gli inni alla “grande chiesa che passa da Che Guevara e arriva fino a Madre Teresa”. In Oh, vita! anche un tema come quello dell’immigrazione, così attuale e bruciante, viene trattato, ascoltare Affermativo, con estrema delicatezza lirica, ma è più il racconto di un cantastorie che la protesta di un rapper che impugna il microfono per provare a cambiare le cose. Qui il contrasto con Dobbiamoinventarciqualcosa, o Barabba, entrambi datati 1994, è lampante. È lo stesso Lorenzo a dirlo tra le righe: “Ormai sono uno standard, un grande classico, quickstone rock’n’roll, Mister Fantastico” (Oh, vita!). Uno standard nazional-popolare che vuole compiacere tutti e attira fiumane di gente di tutte le età, bambini, mamme e adolescenti, con 12 date già programmate al MilanoForum di Assago durante il mese di febbraio e un tour di 50 concerti in Italia e in Europa.

Eppure, una novità prorompente c’è, e sta nel lancio di un apparato marketing ben oliato, e nella creazione di un jova-prodotto ossessivo e multimodale: l’uscita di Oh, vita! è uno studiato marchingegno di promozione musicale e paramusicale, in cui vengono lanciati un album, un libro e un film allo stesso tempo, a tre settimane da Natale. Non si salva nessuno: anche Saturnino lancia un brand di occhiali. E Rick Rubin entra a far parte di questa gigantesca storia, da perfetto personaggio strambo e misterioso che allena Jovanotti ad avvicinarsi all’essenza, e a partorire un album “scarno” ma vero. Contestualmente, si inaugura il Jova Pop Shop, un negozio temporaneo in piazza Gae Aulenti a Milano, che a detta di Jovanotti è un “locale e uno spaccio di figate” ma è in realtà un vero e proprio temporary shop in cui si vendono visiere, tazze, sticker e dischi con il jova-brand, mentre lui, nel tardo pomeriggio, sale sul palco improvvisando jam session con altri artisti (Federico Zampaglione, Francesca Michielin, e anche Toto Cutugno, per rimanere sul nazional-popolare). What’s next, Jova, dopo il film, il fumetto e il pop shop pizza e mandolino? Mi aspetto grandi cose da te, magari come ospite a Sanremo 2018. Che, guarda caso, finisce due giorni prima dell’inizio del tuo tour.

Nel frattempo, si accettano scommesse: non è forse Viva la libertà destinata a diventare uno dei tormentoni dell’estate 2018, con quella leggerezza latinoamericana e le mani a battere il ritmo?