Gavron e Haigh: L’Inghilterra di oggi (e di ieri) in tre film

In Cinema

“Suffragette” di Sarah Gavron con Carey Mulligan e Meryl Streep racconta gli anni delle donne in lotta, anche con metodi violenti, per il diritto di voto, all’inizio del Novecento. Charlotte Rampling e Tom Courtenay sono i bravi protagonisti, premiati a Berlino, delle cronache sentimentali ed esistenziali di “45 anni” di Andrew Haigh, autore anche di “Weekend”, storia d’amore gay dei nostri giorni, che alterna toni di forte passione e struggente malinconia

L’Inghilterra di oggi è alle cronache mondiali soprattutto per la Brexit, la sue ripercussioni economiche e politiche, e per le conseguenze che avrà su chi in quel paese con fiducia è andato a studiare, lavorare, costruirsi o rifarsi una vita. Ne ha parlata di recente su Cultweek Costanza Porro, raccontando di un film, Influx, che racconta tutto questo. Qui vogliamo riproporvi tre lavori fra i più interessanti della produzione british dell’anno, che raccontano il passato e i presente di Londra e del paese, tra movimenti politici, evoluzione dei rapporti sentimentali e lotte per i diritti.

DONNE IN GUERRA PER VOTARE MA NON SOLO

Delle Suffragette sapeva ben poco anche Carey Mulligan, sorprendente protagonista del film dI Sarah Gavron. Si ricordava giusto, ha raccontato Carey, la sequenza di Mary Poppins che tutti  abbiamo in mente, quella in cui la signora Banks torna a casa dalla marcia per il voto alle donne e deve fare i conti con la governante che se ne va e i bambini spariti, non prima di aver trascinato le donne di casa in un canto vibrante. Non casuale il riferimento, perché porta subito nel cuore del film e in uno dei suoi principali assi nella manica: il punto di vista scelto da Gavron per raccontare la storia magnifica e terribile di due anni cruciali, il 1912 e il 1913, per quel movimento. Il punto di vista non è quello di una donna borghese, come Banks (registro parodistico del film a parte), ma di una giovane lavandaia – Carey Mulligan – working class dunque, non quartieri bene ma Bethnal Green, East London che agli inizi del ‘900 era ben lontana dall’essere oggetto delle passioni hipster di oggi.

La giovane che, come generazioni di donne prima di lei, lavora da quando era piccola in una lavanderia gestita da un padrone viscido e molestatore, entra in contatto con il movimento. Che è tutt’altra cosa dall’immagine sbiadita e un po’ folkloristica che ne è rimasta in testa a molti: non violento prima, il movimento suffragista inglese guidato da Emmeline Pankhurst (Meryl Streep, che nel film infiamma con un comizio le donne chiedendo loro di prendere in mano il proprio destino), politicamente inascoltato e duramente represso, passa infatti ad azioni sempre più eclatanti. Il conflitto attraversa le strade di Londra – è la guerra delle vetrine del 1912, a base di sassi e anche di esplosivi – come la vita privata di Maud, il suo essere moglie e madre: diventare un’attivista significa prendere coscienza di ruoli e subalternità, confliggere con la famiglia quanto con i propri stessi sentimenti, passaggi psicologici e lacerazioni interiori ben resi dall’interpretazione di Mulligan. Convincente, ad alto tasso di drammaticità appare la restituzione cinematografica della repressione subita dalle suffragette inglesi – nel film, accanto a Maud ci sono la farmacista Edith (Helena Bonham-Carter) e la proletaria Violet (Anne-Marie Duff ) – tra botte, carcere, e alimentazione forzata. Fino all’epilogo, l’episodio più tragico di quel movimento: il film si chiude sul funerale di Emily Davinson, che si gettò sotto le  zampe del cavallo del re durante il derby ippico di Epsom.

Gavron ha definito il suo film una storia che sorprendentemente nessuno mai aveva raccontato e che rilancia una domanda sull’oggi: «Pochi ricordano quello che successe realmente in quegli anni. Le suffragette appiccavano incendi, bombardavano edifici e non avevano paura di niente. Voglio dire, oggi quante persone conoscete pronte ad affrontare uno sciopero della fame per una causa, e, per la stessa causa, essere poi sottoposte alla nutrizione forzata?».

Si potrebbe dire che questo commento può avere, in tempi di fondamentalismi, una doppia lettura: ma è invece certo il messaggio sull’empowerment delle donne che dal film e dalla troupe – quasi interamente femminile – intende venire. Suffragette in Inghilterra, è stato comunque per certi versi anche criticato: persino le magliette promozionali con la frase di Emmeline Pankhurst “Meglio ribelli che schiave” sono state giudicate portatrici di un messaggio ambiguo e potenzialmente offensivo verso le donne che la schiavitù l’hanno vissuta. E si è notata l’assenza di donne nere, rilanciando la questione di un femminismo bianco e prevalentemente borghese, ad avviso di alcune anche con venature razziste. Qualcuno, poi, ha sottolineato un eccesso di semplificazione nella ricostruzione: secondo una corrente storiografica, infatti, alla svolta radicale del movimento delle suffragette (peraltro abbastanza diviso al suo interno) va imputato un ritardo nell’ottenimento del diritto di voto,  che divenne realtà compiuta nel 1928, sedici anni dopo gli accadimenti narrati dal film. Suffragette avrebbe potuto essere “molto più coraggioso”, ha scritto Leah Pickett qui.

Il film ottiene comunque il risultato di tessere un filo rosso che riconduce la questione del voto all’inesausta, complicata ed emozionante lotta per la libertà femminile sotto diversi cieli, attraverso le generazioni e fino a oggi. Chi scrive si è occupata qui della vicenda italiana, molto diversa da quella inglese e semmai più simile a quella francese. Non c’è dubbio però che il filo rosso tenga, eccome: l’ingresso delle donne nella sfera pubblica – per noi arrivò tardi, dopo la Seconda Guerra Mondiale in un passaggio che volle far sembrare il diritto di voto quasi più una concessione che una conquista –   attraversa e segna le vite, e conferisce alle donne una nuova postura anche nello spazio privato. Vale per le attiviste inglesi come per le donne italiane uscite dalla guerra.

Votare è quel vertiginoso ritrovarsi “all’improvviso di fronte a me, cittadino” di cui racconta la scrittrice Maria Bellonci e che tuttora ha da dire, e tanto, alle donne, la cui libertà sotto ogni cielo è sempre in cammino e spesso, per molte ragioni a seconda dei luoghi e delle circostanze, minacciata. Non per caso la madre di Valeria Solesin, la giovane ricercatrice italiana uccisa al Bataclan negli attentati di Parigi del 13 novembre, ha usato per lei un aggettivo e tre parole:  “meravigliosa figlia, studiosa e cittadina”.

 

QUANTo CI Vuole PER FARE UNA STORIA DI COPPIA?

45 anni è l’ultimo film del regista Andrew Haigh, protagonisti Charlotte Rampling e Tom Courtenay, che hanno entrambi vinto l’Orso d’Argento per la migliore interpretazione all’ultimo Festival di Berlino. Mai premio è stato più meritato.

Nella piatta e nebbiosa campagna dell’Inghilterra orientale vive l’anziana coppia formata da Kate e Geoff. Lei è una ex insegnante che mette ancora a disagio i vecchi alunni col suo sguardo penetrante, lui un ex sindacalista della fabbrica locale che probabilmente rimpiange le vecchie lotte contro il thatcherismo. La loro vita è quieta, prevedibile, a suo modo felice, come quella di chi va a dormire con la maglietta un po’ slabbrata e una tazza di camomilla sul comodino. Sono cose belle, a modo loro.

L’azione inizia a una settimana dalla grande festa che i due hanno deciso di dare per festeggiare i 45 anni di matrimonio. A sorpresa, Geoff riceve una lettera da un paesino svizzero, dove da giovane ha fatto una vacanza cinquant’anni prima. La lettera lo informa che il ghiacciaio ha restituito il corpo della sua ex fidanzata, Katya, caduta in un crepaccio durante una delle loro passeggiate.  La notizia mette in moto una serie di emozioni in Geoff, che inizia a ripensare al suo passato e alla sua storia con Katya, con l’indulgenza tipica di chi, ad anni di distanza, si chiede cosa sarebbe potuta essere la propria vita se le cose fossero andate diversamente. Se avesse sposato Katya invece di Kate, per esempio. E questo gioco è così bello che si allarga fino a diventare un’occasione per ripensare a sé stesso com’era un tempo: più giovane, più prestante, più vivo. Forse migliore.

Ma al regista Andrew Haigh, più che seguire le emozioni di Geoff interessa mostrarci la reazione di Kate di fronte alla trasformazione del marito. Determinata in un primo momento a non voler dar peso alla cosa, inizia poi ad avvertire la presenza di Katya nel comportamento di Geoff, e a sentirla come una crepa. E non si può mai sapere se una crepa si ferma lì o è l’inizio di una rottura più profonda. Non lo sa neanche Kate.  Però sente che Geoff sta pensando a un’altra, sta pensando ad altro. E a poco a poco la cosa inizia a indispettirla, come iniziano a indispettirla i comportamenti furtivi di lui, che di notte si rintana nel solaio a guardare le foto di quei tempi lontani. È un piccolo tradimento, che sembra dire che il passato conta più del presente e del futuro. E non c’è niente di più ingiusto del mitizzare un passato che non si è mai compiuto, a scapito di una vita trascorsa insieme.

Tutti questi sentimenti sono mirabilmente rivelati da Charlotte Rampling e Tom Courtenay. La loro recitazione è pura sottrazione, fino ad arrivare all’essenziale. E l’essenziale rivela un’intelligenza e una sensibilità rare, che Andrew Haigh rispetta e accompagna con una sceneggiatura che non ha bisogno di grandi eventi per conquistare. Eppure ognuno dei giorni, fatti di niente, che vanno componendo la settimana che porterà alla grande festa d’anniversario, costruisce un mondo. Il mondo che c’è intorno a qualsiasi relazione amorosa fra due persone, che nel tempo hanno imparato a conoscersi, ma forse mai fino in fondo. Ci si abitua, ci si ama, ci si sopporta o ci si completa, ma esiste sempre la possibilità che in un attimo la coppia svanisca e restino due individui separati, quasi estranei.

È forse questo senso d’improvvisa estraneità che Kate avverte durante il party dei 45 anni; e nel suo gesto nella scena finale, c’è tutta la rabbiosa delusione di chi ha scoperto una triste verità.

45 anni di Andrew Haigh, con Charlotte Rampling, Tom Courtenay, Geraldine James, Dolly Wells, David Sibley

RUSSEL E GLEN, L’AMORE gay È DESIDERIO E SOLITUDINE

Andrew Haigh, 43enne regista, sceneggiatore e produttore inglese torna sugli schermi italiani, dopo l’assai ben accolto 45 anni, con il suo film precedente (2011) Weekend, da noi distribuito solo ora nonostante ottimi commenti internazionali. Le vicende narrate sono quelle di Russel (Tom Cullen) che incontra in un locale gay Glen (Chris New), durante un normale fine settimana. Ilrandez vous tra i due, da principio mosso da un ammiccante desiderio fisico, poco a poco si trasforma nel confronto di due persone dai punti di vista e dalle visioni prospettiche piuttosto differenti, accomunati però ciascuno da un bisogno latente e non ancora intercettato. Dopo un primo momento di soddisfazione, i sentimenti tra i due si intrecciano in modo più profondo, generando, sotto l’apparente esperienza di una sola notte insieme, quesiti esistenziali, sociali e affettivi, che li mettono uno di fronte all’altro con le rispettive concezioni di vita e i problemi ad esse correlati.
Glen, più attivista e disinibito, è incurante delle convenzioni sociali che impongono altri modelli prevalenti e non gli permettono un pieno riconoscimento di dignità: lavora a un progetto artistico che comprende le registrazioni delle opinioni dei suoi amanti, e Russel si trova così coinvolto a realizzarlo. Questi, all’opposto, più nevroticamente inibito dall’ambiente in cui vive, non ha il coraggio di esporsi ma conserva la tenacia di ricercare, dentro se stesso e nella sua vita, quei valori che possono portarlo alla felicità. Le intenzioni dei due si scontrano poi anche con le visioni e le restrizioni imposte dall’esterno, mentre all’interno le loro concezioni e personalità, che pure trovano punti di contatto pieni, talvolta si perdono nella frammentazione del desiderio, in un nascondimento timoroso che porta agli estremi vicinanza e solitudine.

Andrew Haigh comprende e riprende benissimo, con intimità e profondità umana, una situazione di coppia che, partita da un apparente e positivo colpo di fulmine, sconta poi non solo le problematiche di incomprensione connesse alla non accettazione da parte della società, ma anche, dramma forse ancor più lancinante, l’impossibilità individuale di venirsi incontro, di ricongiungersi al di là dei rispettivi confini. E lo fa con uno stile che avvicina lo spettatore alle vicende singole dei personaggi portandolo a “ridisegnare” lo sguardo, empatizzando in modo efficace con le dinamiche narrative. Mentre Glen è fautore della sua vita, si costruisce e la costruisce, Russel forse si lascia vivere più passivamente: ma entrambi sono mossi da un bisogno che, pur celato dalle rispettive resistenze, ambisce a non rimanere soltanto ricordo, ma a trovare prima o poi la sua terra promessa. Lo spazio fugace di una relazione occasionale si scontra con l’impossibilità di darle una forma più duratura, in una ripetizione che sembra l’ennesimo epilogo di un già ampiamente sperimentato abbandono, sia esso voluto oppure no.

Già forte per l’abilità di aver girato il film in soli 17 giorni, Haigh mostra anche la saggezza, e il talento di saper riportare, con nudità e puntualità essenziali, temi e problemi dal carattere quantomai contemporaneo: arricchiti in parte da una melanconica e problematica nostalgia, in parte da una rinnovata, inestinguibile speranza.

Weekend di Andrew Heigh con Chris New, Tom Cullen, Laura Freeman, Vauxhall Jermaine, Jonathan Rice