Rosalind, per due…

In Teatro

Donne che raccontano le donne, a teatro. Due nostre collaboratrici sono entrambe andate a vedere Il segreto della vita al Teatro Franco Parenti. La storia di una mente unica, attraversata da molteplici tonalità d’animo: ambiziosa, vigliacca, contradditoria, geniale. Il suo nome è Rosalind Franklin…

Cosa sarebbe successo se… di Chiara Palumbo

“È quello che desideriamo e ancora non siamo riusciti a ottenere, a definirci”. Rosalind Franklin potrebbe essere racchiusa tutta qui. Ma non si tratta di re-clusione, bensì di quella infinita possibilità di rifrazione che si può scorgere osservando con l’esattezza di un microscopio elettronico un oggetto apparentemente piccolo e che invece apre mondi a chi lo sa leggere. Contiene, perfino, Il segreto della vita. Come il DNA.

È questa tensione a muovere e a dare forza alla resa teatrale della storia degli ultimi anni di Rosalind Franklin. È una creatura del desiderio, quella in scena al teatro Parenti. Nell’accezione nobile e profonda di cui il termine viene spesso privato. Non la cupidigia di fama, di gloria, di serenità borghese che consuma Watson e Crick, consegnati agli annali da un furto intellettuale che li lascia vittime grottesche di se stessi, come la resa di Dario Iubatti e Paolo Zuccari – che ben riescono nella studiatissima impresa di rendersi insopportabili – evidenzia.  

Non il bisogno di pacificazione con sé e di gratificazione dal mondo che muove il Maurice Wilkins di Filippo Dini, imprigionato lui sì dentro a un maschile prevaricante per passività e obbedienza, senza neppure la coscienza reale di esserlo, perché in quel tempo e in quel luogo, l’Inghilterra in cui le ferite della seconda guerra mondiale  erano ancora tutte aperte e irrisolti gli strascichi dei conflitti morali, una donna, un’ebrea, una scienziata come Rosalind Franklin è una scheggia impazzita che quel mondo di uomini di potere intellettuale e sociale non ha gli strumenti per gestire fuor da eccessi di guasconeria talora stridenti – in cui sono tutto sommato coerenti alcuni eccessi di ammiccamento al pubblico che Dini si concede – destinati a presentare il conto quando ormai non restano che i rimpianti.

Non è neanche il desiderio sentimentale del fine Don Caspar di Alessandro Tedeschi, cui si sarebbe  portati ad attribuire un connotato sensuale e invece offre uno squarcio su un altro  maschile, quello che può essere, pronto a riconoscere ciò che ha davanti liberamente, e forse per questo a farsene affascinare. E non è neppure la tensione all’equilibrio che il giovane Ray Gosling prova a offrire alla miscela esplosiva, con la goffa verità di un dottorando che sa di maneggiare strumenti prossimi alla deflagrazione, cui l’interpretazione  consapevole e matura di Giulio Della Monica rende giustizia.

Il desiderio di Rosalind Franklin è il piacere profondo della scoperta che apre alla meraviglia del mondo, la devozione e dedizione al lavoro fuori da ogni logica di competizione, che non è certo priva di ambizione ma conosce a sufficienza la potenzialità rivoluzionaria di ciò che compie da sapere, meglio e prima degli altri, quanto è più importante la solidità di ciò che si scopre, così che il mondo intero ne guadagni.

In uno spettacolo che non trascura e non semplifica al di là del necessario alla compressione l’aspetto squisitamente scientifico della vicenda, a emozionare il pubblico fino alle lacrime è però la ricchezza espressiva di un personaggio in cui a una simile professionalità coesiste una disarmante e potente umanità, che si lascia vedere fulgidamente a tratti ma che informa l’intera esistenza di una donna  mai disposta a concedere tregua a se stessa, perché non sa o forse non le è permesso farlo. A rendere possibile una simile ricchezza è la prova magistrale di Lucia Mascino, capace di spogliare del tutto un carattere tanto complesso della monolitica durezza sul filo della quale una lettura superficiale del testo poteva farlo correre, rendendo invece un grandioso tributo – al di là di una riduttiva lettura di scontro di genere – alla rivoluzionaria personalità che Rosalind Franklin è stata e a tutto il suo portato di genio e solitudine.

La natura ormai rodata di questo spettacolo ha concesso ai suoi interpreti di arrivare a delineare con assoluta limpidezza le parabole dei loro personaggi, aiutati da una regia – firmata Dini – che rifiuta la staticità e da una scenografia di potente impatto in cui un uso non banale dell’immagine e della commistione di mezzi rovescia le percezioni e apre gli orizzonti, rendendo velo ogni muro e ingigantendo ciò che è infinitesimale.

Ne emerge un lavoro di valore assoluto, la cui efficacia trova un prezioso alleato in uno spazio, il Teatro Franco Parenti, dove la prossemica può essere colta meglio, la prossimità con la scena eleva la temperatura emotiva e – cosa altrove impossibile –  la conformazione rispetto all’acustica concede agli attori di rimodulare anche vocalmente la propria recitazione.

La Mascino in particolare può così permettersi – con il procedere delle repliche – di lavorare in sottrazione e di centrare così la misura emotiva esatta perché il sentire del personaggio emerga con naturalezza e sincerità e senza venire forzato. Così il climax ascendente che sfiora il lirismo in una struttura conchiusa – che si concede persino l’elegante vezzo del metateatro – si può dipanare senza strappi, lasciando che a definire le vicende portate in scena sia la stessa natura e ragione profonda del teatro medesimo: ciò che non è stato (ancora) raggiunto. La spinta inesauribile che sottende alla domanda: “cosa sarebbe successo se..?”

 

 


 

 

La verità su Rosalind: mai, di Elisa Ghidini 

Siamo nel 1951: la Guerra di Corea è cominciata, negli Stati Uniti dilaga il maccartismo e la Libia a fine anno conquisterà l’indipendenza dall’Italia. Il mondo si trova in equilibrio precario, la Guerra Fredda rallenta e dilata i rapporti mentre al King’s College di Londra Rosalind Franklin e Maurice Wilkins si incontrano per la prima volta.

Lei è una biofisica e cristallografa britannica, nata in un’antica famiglia ebrea e formatasi al Newnham College di Cambridge; lui è un biofisico e biologo molecolare neozelandese, ricercatore del Progetto Manhattan e successivamente responsabile del laboratorio dedicato alla diffrazione dei raggi X al King’s College.

Lo spettacolo al Teatro Franco Parenti (in scena fino al 15 aprile) inizia con questo primo incontro. Al centro della scena vediamo il laboratorio, posizionato su una piattaforma rotonda isolata dal resto del palcoscenico; tre tende bianche la scoprono alternativamente e modificano il nostro punto di vista.

I due scienziati si conoscono e subito emerge l’equivoco: Wilkins (Filippo Dini, commovente nella sua evoluzione del personaggio) pensa di trovarsi di fronte un’assistente, Franklin (Lucia Mascino, sempre eccellente anche se in certi passaggi troppo trattenuta nel lavoor sulla voce) è convinta di incontrare un collega.

Fin dal primo momento si apre tra di loro una distanza enorme, tangibile, viva: e non è soltanto la differenza di genere, l’imposizione di non poter mangiare con i colleghi uomini (al King’s College la mensa era riservata agli scienziati e le donne non potevano accedervi), l’imperdonabile fardello di Rosalind di essere ebrea e di non ringraziare costantemente per la sua buona sorte. A dividerli è prima di tutto l’assenza di fiducia, un’empatia che sfugge, una continua ironia che punge e non riesce mai a convincerli della loro comune volontà: la scienza.

A mediare tra i due protagonisti c’è il giovane dottorando Raymond Gosling (Giulio Della Monica) che, tra ilarità e frustrazione, assiste Rosalind nel suo lavoro e tenta di conciliare il suo rapporto con Maurice.

Ai lati del laboratorio vediamo in scena due ambientazioni diverse: da una parte, il salotto dove James Watson (Dario Iubatti) e Francis Crick (Paolo Zuccari) discutono delle loro ricerche e dei modelli che aspirano a realizzare, dall’altra la scrivania dove il giovane Don Caspar (Alessandro Tedeschi) difende il ruolo fondamentale di Rosalind nella scoperta della doppia elica del DNA.

Tutto, infatti, dall’impostazione delle scene alle luci e alle forme che proiettano, dalla musica fino agli scambi a tratti sessisti degli scienziati protagonisti, sembra convergere e letteralmente avvolgersi intorno a una sola verità: la famosa fotografia 51, il risultato che ha cambiato per sempre la storia della scienza, venne scattata da Rosalind Franklin. È stata lei a modificare gli strumenti che aveva a disposizione per poter ottenere un’immagine nitida, sempre lei ad esporsi ripetutamente ai raggi X e a rimanere in laboratorio per giorni e notti a elaborare nuove soluzioni che dessero risultati migliori.

Il testo di Anna Ziegler mette in luce questa verità e tutti gli intrecci che l’hanno nascosta per anni: le confidenze di Wilkins all’amico Crick, la caparbietà e l’arroganza di Watson, la sua insinuante ricerca del modello perfetto. La regia di Filippo Dini mescola tutti questi elementi in maniera quasi cinematografica, con repentini salti temporali e frequenti battute che caricano e scaricano sapientemente una trama fitta di eventi: il pubblico precipita infatti con i protagonisti in una vera e propria lotta contro il tempo.

Nel 1953, l’anno della fine della Guerra di Corea, della morte di Stalin e dell’incoronazione della Regina Elisabetta II, Watson e Crick compaiono sulla copertina di Nature, la celebre rivista scientifica che li consacrerà alla storia. Nella foto li vediamo con il loro modello di DNA, la famosa doppia elica di cui tutti abbiamo letto sui libri di scienze: è una vera rivoluzione, nelle loro vite ma soprattutto nel mondo scientifico.

Sono passati 65 anni e riassumerli è incredibilmente difficile, oltre che doloroso: Rosalind Franklin è morta nel 1958, a soli 37 anni, per un cancro ovarico dovuto all’eccessiva esposizione ai raggi X. Crick, Watson e Wilkins hanno vinto il Premio Nobel per la medicina nel 1962, proprio grazie al modello a doppia elica del DNA. In quei quattro anni che dividono la morte di Rosalind dal successo dei suoi colleghi c’è stata la Rivoluzione Cubana, John Lennon e Paul McCartney si sono incontrati e Steve Jobs è già nato: la storia ha continuato a fluire, lenta e inesorabile.

Nella scena finale dello spettacolo Wilkins ci pone proprio il dilemma del rimpianto, il terribile dubbio che assale chi rimane quando qualcuno muore: avrei potuto fare di più? Avrei saputo cambiare qualcosa e imporre una nuova strada al destino? Non sapremo mai la verità su Rosalind Franklin, ma questo spettacolo ha il pregio di interrogarci sul valore della fiducia e sull’importanza del rapporto umano, anche e soprattutto in campo scientifico.

FOTO DI BEPI CAROLI 

Il segreto della vita, fino al 15 aprile al Teatro Franco Parenti