Sud surreale. Rubini scappa sui tetti, si ammala, incontra Papaleo che fa l’indiano

In Cinema

“Il grande spirito”, nuovo lavoro diretto e interpretato da Sergio Rubini, incrocia discorsi politici (la povertà del nostro meridione, la fabbrica che uccide) e licenze poetico/filosofiche, nutrite di pellirosse canadesi e sogni di libertà. Tra una citazione filmica del “Cacciatore” e una letteraria di Wakan Taka, divinità dei nativi americani, un manifesto in favore dell’idea di essere se stessi e volare alti, senza legami. Magari anche verso un Dio, purché sia d’ispirazione panteista. E abbastanza spiritoso

Il grande spirito, il nuovo lavoro di Sergio Rubini, non è solo un film ma anche una dichiarazione poetica, un discorso politico e un manifesto per la libertà: d’essere e d’essere stati. Rubini interpreta Tonino, un uomo affaticato dalla vita, stanco di dover fare il ladro per sopravvivere, senza più amici e con poche speranze di riconquistare la donna che ama. Rocco Papaleo, il co protagonista di questa pazza storia, interpreta Renato, detto Cervo Nero, un indiano di una tribù canadese.

Tonino si ritrova a dover scappare per i tetti di una città non definita, non chiara. Un orecchio attento può capire qualcosa dall’accento di Rubini, o, sapendo da dove viene l’attore-regista, riconoscere la città. Ma è importante lasciare questo elemento chiave temporaneamente in disparte al fine di concentrarsi sulla magia del surreale. Tonino scappa sui tetti, luoghi che si possono vedere solo dall’alto, piatti come lo è la vita di un ladro, sempre in fuga, sempre indaffarato a nascondersi. È grazie a Renato che Tonino si salva da una situazione pericolosa, ma rimane ferito. E da qui comincia la sua avventura in un mondo poco conosciuto ai più, ma molto reale in alcune cittadine del Sud dell’Italia, quello in cui si patisce la sofferenza causata dall’industria, dal lavoro che fa ammalare.

Cervo Nero combatte i grandi fumi della fabbrica, ma in modo strano, da “mi-no-ra-to”, come direbbe Tonino. Nonostante questo, tra i due nasce un’intesa che cambierà la vita di entrambi, li renderà in un certo senso liberi di essere quello che sono veramente. Emarginati, sì, ma non più soli. Il grande spirito, o Wakan Taka, per i nativi americani era, ed è tutt’ora, una concezione panteistica di Dio, una guida che aiuta i pellerossa a connettere il tutto con la natura, ad andare avanti a combattere per quello che era proprio (contro gli yankee in quel caso) ma soprattutto a ricongiungersi con la natura, con lo stato originale delle cose.

Questo fa Cervo Nero nei confronti di Tonino: lo aiuta, attraverso le parole del Grande Spirito, a tornare coi piedi per terra, a vedere il mondo da un’altra prospettiva. Vivendo così, da emarginato solitario, viene però escluso dalla società moderna, che alla fine lo costringe a isolarsi ancora di più, a farsi curare in una clinica.

Il grande spirito è una storia di fuga e riscatto, quindi? Sì, ma non solo. É anche un omaggio al cinema d’autore, fatto da chi combatte per un mondo migliore. Osservando più da vicino Cervo Nero, infatti, si potrà notare che in testa ha una banda rossa, simbolo certamente di un copricapo indiano da rito sciamanico, ma anche ricordo di quella certa bandana rossa indossata da Robert De Niro in Il Cacciatore di Michael Cimino, epico film del 1978 in cui i protagonisti, mandati a fare la guerra in Vietnam, devono poi scappare da una tribù e per farlo sono costretti a giocare alla roulette russa. Preciso l’uso di Rubini di questo elemento simbolico: la banda rossa, la pistola e i bossoli mancanti, tolti proprio da Cervo Nero come a voler salvare ulteriormente il suo nuovo amico.

Il grande spirito è un film da vedere perché fa riflettere sullo stato attuale delle cose nel nostro Paese, sul modo in cui vengono trattati i “mi-no-ra-ti” (qui le virgolette non sono casuali, nè la parola va intesa con pre-giudizio, ma strettamente legata al film), sul come bisogna andare sempre più in alto verso il Cielo (i tetti), chiedendo aiuto a un Ente Superiore (che sia Dio o il Grande Spirito) per trovare la salvezza. Restando fino ai titoli di coda, infine, si potranno capire alcuni elementi del film all’apparenza insignificanti, ed altri di più difficile comprensione.

Il grande spirito, di Sergio Rubini. con Rocco Papaleo, Sergio Rubini, Ivana Lotito, Bianca Guaccero, Geno Diana, Alessandro Giallocosta