Non gattaro. Gattolico, invece. Un libro sulla eterna devozione ai felini

In Letteratura, Weekend

Colto, spiritoso, ovviamente ‘musicale’, ma soprattutto sfrenatamente amoroso. E’ il saggio firmato dal giornalista ed esperto d’opera Alberto Mattioli dedicato alla passione per i gatti. Nel suo caso gatte, Violetta e Isolde, padrone incontrastate della sua vita e oggetto di una dedizione di cui elenca le molte ragioni. Da quelle filosofiche a quelle social

Dopo il successo del suo “librino” su Verdi dello scorso anno, Alberto Mattioli, giornalista della Stampa e operomane tra i più sofisticati in circolazione, ha ora pubblicato un nuovo saggio che tratta dell’unico altro argomento di cui lo si vorrebbe sentir parlare quanto o più dell’opera: il gatto, come ente fisico e metafisico.

Il gattolico praticante (Garzanti) è un inno all’amor felino: uno spiritoso, colto pamphlet che affronta il capitale argomento non dal punto di vista del gatto, ma da quello dell’umano in deliquio per il suo quadrupede dotato di fusa.

È certo che tra i grandi meriti di Mattioli ci sarà quello di aver posto le condizioni per un salto sociologico e antropologico fondamentale. Si considerino superati per sempre “gattara” e “gattaro”, termini vagamente dispregiativi che rimandano a zitelle inacidite e scapoli disperati che, all’ennesimo fallimento sentimentale, ripiegano sui gatti. Il senso implicito ed esplicito del libro è che un gatto non sarà mai un ripiego. Semmai un gatto è un privilegio tra i più grandi: una piccola e pelosa divinità da venerare. Da qui “gattolico”, e “gattolicesimo” come unica religione che abbia oggi un senso.

Il saggio si articola in diverse sezioni, dalla storia alla geografia, dall’arte alla musica passando per la politica, a testimonianza del ruolo crescente che il gatto ha avuto negli ultimi secoli nel cervello umano, fino ad appropriarsene completamente attraverso rete e social, che gatti e gattini controllano assai più degli hacker russi – del resto, che altri motivi ci sarebbero oggi per avere un profilo su Facebook? Tra un capitolo e l’altro compaiono alcuni spassosi elenchi: i cento «non» del gatto (tra gli altri, “non deve essere portato fuori a fare pipì”, “non dice mai sciocchezze”, “non ascolta – nell’ordine – Giovanni Allevi, Andrea Bocelli e Ezio Bosso”), i luoghi comuni da sfatare (il gatto è “anaffettivo”, “infedele”, “ladro”, “rancoroso”…bisognerebbe vergognarsi solo a pensarci), un vademecum per non farci licenziare dal nostro unico vero padrone (“non negargli il cibo se lo chiede”, “non negargli il cibo se lo chiede alle due di notte”). Tutto per aiutare noi devoti a raggiungere una felicità che, manco a dirlo, “dipende da quella del nostro gatto (e non viceversa)”.

Nucleo teorico del saggio è il “paradosso del gatto”, animale da compagnia inventato dalla borghesia e, allo stesso tempo, simbolo di quella componente anarchica che nella borghesia è sempre latente. Salvo poi esplodere in quei contesti sessantottini cui l’autore guarda con sospetto, allineandosi così all’amato corsaro Pasolini. Anche se il gattolicesimo di “PPP” è tutto da provare, e questo dovrebbe spingerci tutti a citarlo con meno entusiasmo, almeno finché il dubbio non sarà risolto. Tra le divagazioni artistico-feline quella musicale è, come prevedibile, particolarmente raffinata per la rassegna di composizioni gattesche più o meno note: dal duetto dei gatti che Rossini non si è mai sognato di scrivere, a quello sublime dell’Enfant et les sortilèges che invece Ravel ha scritto veramente, passando per il gatto-clarinetto in Pierino e il lupo di Prokof’ev, fino al divino Cats di Lloyd Webber da Thomas Stearns Eliot, con quella Memory  che ci fa sempre piangere tutti.

 

Ma quello che forse rimarrà di più di questi “esercizi di devozione felina” – un sottotitolo che è degno del titolo – sono gli squarci biografici dell’autore che si insinuano negli aneddoti sui gatti, pardon gatte della sua vita. Due fedeli compagne che Mattioli ha pensato bene di chiamare Violetta e Isolde, risolvendo così tutte le antitesi dell’opera dell’Ottocento in un musicalissimo paradiso di fusa. In chiusura una lettera divertente e molto toccante in cui l’ormai diciassettenne Isolde autorizza il suo padrone, o meglio il suo suddito, a prendersi in casa altri gatti quando, fra mille anni, avrà raggiungo il “ponte dell’arcobaleno”. Perché solo un pazzo, o al limite un grande allergico, può rinunciare ad avere uno o più felini in giro per casa.