Il Cantico dei Cantici di Latini tra Eros e Thanatos

In Teatro

Insignito del premio Ubu nel 2017 come miglior performer, Roberto Latini riprende a Milano il suo Cantico dei Cantici, spettacolo premiato anche per il miglior progetto sonoro (Ubu 2017 a Gianluca Misiti). In scena al Teatro Litta

(immagine in copertina di Fabio Lovino) 

Si entra in sala Cavallerizza e Roberto Latini ode il pubblico entrare in sala sdraiato su una panchina. Si spengono le luci ed è pronto a dare voce e corpo al Cantico dei Cantici. Uno spettacolo quasi fosse il radiodramma di uno speaker punk dalla solitudine pinteriana. Una testa di manichino imparruccato a fargli compagnia, oltre alla musica e al silenzio, al fumo di sigaretta, a un giglio e a un telefono che non squilla. E a cui nessuno dall’altro capo risponde.

Lo spazio è quello di una cabina radiofonica cui fuori corrisponde una panchina che dondola (amore che a volte culla). A fianco una sorta di palma un po’ rinsecchita e un microfono. La musica si alza in sala quando Latini/Salomone si prepara per andare in onda e indossa le cuffie.

Parla di un amore indagato nelle sue diverse sfaccettature erotiche. Si accenna a Gerusalemme, agli harem, ma i conflitti sono interiori. Ambigui e aggressivi come la cifra stilistica cui Latini ci ha abituato. Le parole all’inizio risuonano dolci e sensuali. Soffiate al microfono con maestria si fanno via via più incalzanti e urlate.

Come sempre negli spettacoli di Latini, tante le citazioni. Riecheggia Jean Cocteau, con La Voix Humaine, ma anche il mito di Orfeo e Euridice che sottogiace al Cantico dei Cantici, se è vero che «forte come l’amore è la morte» .

(foto di Angelo Maggio) 

Uscito dalla “scuderia” dell’attrice, figlia d’arte, Perla Peragallo – una vita insieme a Leo De Berardinis – Latini riprende versi del Cantico dei Cantici quasi fossero il refrain di un lavoratore solitario della notte, accompagnato dalle musiche curate da Gianluca Misiti. Nelle vesti di Salomone/”pirata” della radio l’interprete ripete “non guardarmi, guardami”, gioca con vocaboli come “diletto”, compie attraverso le parole il suo viaggio intimo nell’eros, pronunciato anche fuori dai microfoni, spogliatosi da occhiali e parrucca. L’amore a un certo punto è perso, ma non la sua forza. Un flusso di parole violento si placa nel suo apice conclusivo: “che peccato”.

Come quel peccato pronunciato da Deborah (Elizabeth McGovern) a Noodles (Robert De Niro) in C’era una volta in America, diretto da Sergio Leone, con musiche di Ennio Morricone. Colonna sonora ripresa in scena dal duo Latini-Misiti così come la voce di Deborah riproposta in voice over. Altra citazione, non nuova. Tra i corsi e ricorsi dello spettacolo si ricorda una versione del Cantico dei Cantici interpretata da Roberto Benigni su Deborah’s Theme.

Così come ormai può essere definito un classico un altro rimando cinematografico. Tra le colonne sonore del Cantico dei Cantici diretto da Latini, coglie a sorpresa, ma neanche troppo, il ritmo ipnotico e house di Far l’amore di Bob Sinclar&Raffaella Carrà. L’immaginario a cui può correre la mente è quello evocato in La Grande Bellezza di Paolo Sorrentino. Danze di corpi carichi di erotismo che ballano nella solitudine della notte. Sfatta e adrenalinica.

Nella produzione di Fortebraccio Teatro, ogni metafora è esplicita, ogni oggetto amplifica l’altro mancante. Il microfono, la palma e la testa di manichino sono gli oggetti da abbracciare, con cui danzare e figurare un rapporto. L’amore erotico svincolato dalla poesia dei versi, è indagato in tutte le sue sfaccettature.

Non necessariamente dolce. O forse sì, nel suo sfinimento. Latini usa il corpo, quasi fosse una marionetta per poi incarnare altri personaggi, altri lati dell’essere umano. Dallo speaker nottambulo dandy e punk che danza solitario, androgino e sexy all’ uomo che partecipa con tutto sé stesso alle parole.

Grazie alla sua interpretazione, sembra di vederla quella persona, amata più di ogni altra ed a un certo punto inghiottita, persa, in un altro orizzonte. In un’altra dimensione. Quella che lascia spazio al tormento. In fondo, verrebbe da dire è solo amore.

Un’altra chiusa impattante per la regia di Latini che aveva già inchiodato larga parte del pubblico alle poltrone del Piccolo e che sembra qui continuare quel filo rosso della sua drammaturgia legato alle sfaccettature dell’amore.

Un’altra performance attesa ed applaudita di uno dei più raffinati e colti interpreti del teatro italiano. Un uomo di spettacolo che – si ha l’impressione – gran parte del pubblico milanese sembra scoprire solo ora.

In realtà, sulle scene da almeno venticinque anni, ma a dirla tutta solo quest’anno, per la prima volta approdato a dirigere una produzione del Piccolo Teatro. Anche, ma non solo per questo, Il teatro comico è stato tra gli spettacoli evento delle sale milanesi. Insieme a quelli di Antonio Latella. Passaggi di testimoni.

Cantico dei Cantici, al Teatro Litta fino al 20 maggio