Il bambino nella neve: grazie Wlodek

In Letteratura, Weekend

Non ci si chiama fuori da quel che ci tocca in sorte: ebreo polacco e comunista, il giornalista Wlodek Goldkorn ha scritto un romanzo bellissimo sulla propria storia, sull’uso collettivo e la trasmissione della memoria, sull’esercizio difficile di stare nella pelle di chi considera Auschwitz il cimitero della propria famiglia

Il libro più bello e importante che ho letto nell’ultimo anno comincia così:

«Zia Chaitele era cugina di mio padre. Chaitele è il diminutivo di “Chaia”, vita in ebraico. Sapevo che durante la guerra si era nascosta in una foresta. Lei diceva proprio così, nella foresta, senza mai farne il nome. E non parlava di quello che aveva subito.

Ho nutrito molte fantasie su questa storia segreta. Poi me l’ha raccontata mia sorella, che l’aveva saputa dalla mamma. E tra donne se l’erano tenuta per loro.

Era inverno. Chaitele, assieme ai suoi compagni, ebrei, dovette fuggire in fretta dal nascondiglio. Aveva un bambino piccolissimo. Lo abbandonò nella neve.

Lei si salvò».

Il libro più bello e importante che ho letto nell’ultimo anno si intitola Il bambino nella neve , è uscito per Feltrinelli e lo ha scritto Wlodek Goldkorn, per molti anni responsabile culturale dell’Espresso.

Il primo, terribile capitolo (anzi, il capitolo zero) non tragga in inganno. Non c’è ricerca dell’effetto, non c’è corteggiamento del dolore. C’è angoscia, senso del vuoto: da affrontare e combattere senza lasciarsene inghiottire. C’è, in tutto il libro, nobiltà d’animo e riflessione pacata sul come dire l’indicibile, su come fare i conti con il Male e con quella cosa labile che è la memoria.

Il bambino nella neve è la storia di una famiglia di ebrei polacchi, i Goldkorn, che si salvano perché nel 1939 riparano in Unione Sovietica. Una famiglia di ebrei polacchi comunisti («Per i miei genitori e per molti loro amici il comunismo era un modo di vivere – una specie di ideale di fratellanza e giustizia cui essere fedeli, senza però prendere le cose alla lettera, ma anzi con un’ironia dovuta al fatto che le persone non sono perfette e i leader sono spesso ridicoli e non all’altezza del compito») che ritornano in Polonia nel dopoguerra. A Katowice, città di miniere e di aristocrazia operaia, poi a Varsavia.

Il “vuoto”, parola che nel libro ricorre spesso, non è annichilimento metafisico ma esperienza reale: ricominciare a vivere – in una casa dove anche i mobili e le stoviglie sono marchiate con le svastiche – tra le macerie e le assenze. Tre milioni di ebrei polacchi si sono ridotti a 300mila: case distrutte, esistenze cancellate, la geografia della vita degli affetti e delle amicizie diventata deserto. In un dopoguerra che conosce gli ultimi fuochi dei pogrom, la vita riprende qui, tra i fantasmi. Perché altrove non avrebbe senso.

Polacco per scelta, Wlodek Goldkorn, nonostante i polacchi. O meglio, perché non ci si chiama fuori da quel che ci tocca in sorte. Fino all’esilio, dei 300mila superstiti resteranno in Polonia 10mila. Avviene nel 1967, quando Gomulka – si è da poco conclusa la Guerra dei Sei Giorni – paragona Israele alla Germania nazista e invita gli ebrei ad andarsene. «Avevo quindici anni e diventai uno straniero in patria, un nemico interno, una quinta colonna».

Ed ebreo, profondamente ebreo, ma senza miti e retoriche. Senza cedere per esempio alla nostalgia dell’Ostjudentum, senza tessere l’elogio dello shtetl, il villaggio ebraico che abbiamo imparato a conoscere con Joseph Roth, Shalom Aleichem, i fratelli Singer: per Goldkorn simbolo dell’arretratezza, di un passato piccolo e feroce da cui fuggire. E senza sentirsi del tutto a casa in Israele. Dove lo infastidisce l’arroganza dei “sabra”, gli ebrei nati lì che imputano agli ebrei inermi d’Europa il fatto stesso di essere stati vittime della Shoah. C’è un termine agghiacciante, che i sabra adoperano per i superstiti con il marchio del lager tatuato sull’avambraccio: “saponette”. Mentre per i magrolini c’è il termine “Biafra”. «I ragazzotti (i polacchi antisemiti e gli israeliani specialisti nel rintracciare le saponette e i Biafra) sapevano di poter essere identificati con tutti i boia di questa terra, quelli del passato come del futuro? Io credo di sì. E credo che identificarsi con i carnefici faccia piacere».

Ci sono altre esperienze sgradevoli che lo spingono a lasciare Israele. L’autista d’autobus che insegue un bambino arabo spaventato e frena a pochi centimetri da lui: «Cosa volete è un piccolo arabo, meno ce ne saranno, meglio staremo». Il sergente che gli intima di puntare il fucile contro un altro bambino arabo e, al suo rifiuto, minaccia di deferirlo alla corte marziale e lo insulta: gli amici degli arabi come lui, dice, andrebbero cancellati dalla faccia della terra, sono la vergogna del popolo di Israele.

Non vorrei che ci fossero equivoci: Wlodek Goldkorn, come tutte le persone civili, difende il diritto di Israele a esistere come Stato. Ma non si trova a suo agio tra i fanatici, da nessuna parte. E trova sbagliato fare della memoria, segnatamente della memoria della Shoah, un esercizio retorico e consolatorio. Viene in mente Giacomo Debenedetti, nel bellissimo Otto ebrei: «Un aperto e umanissimo scrittore ha bollato la mostruosità delle leggi razziali, osservando che esse colpivano “non le azioni responsabili delle creature umane, ma il delitto di essere nati”… Pace ai nostri morti. Ma i vivi, che non capirono e non capiscono il perché della persecuzione, è giusto che si allarmino oggi di un’indulgenza altrettanto regalata. Questo di chiudere tutti e due gli occhi, di creare eccezioni a vantaggio degli ebrei, non è un modo di riparare dei torti. Riparazione sarebbe rimettere gli ebrei in mezzo alla vita degli altri, nel circolo delle sorti umane, e non già appartarneli, sia pure per motivi benigni. Questa è una antipersecuzione: dunque, fatta delle medesima sostanza psicologica e morale che materiava la persecuzione. Se prima negli ebrei si puniva l’ebreo, oggi al vedere la situazione, non già corretta, ma semplicemente capovolta con sì perfetta simmetria di antitesi, può nascere il dubbio che negli ebrei si perdoni l’ebreo. E il perdono richiama l’idea di una colpa, di un trascorso».

Per Wlodek Goldkorn, l’ho già detto, la memoria è labile, frammentaria, e non può essere ingabbiata nel “mai più” se il mai più viene smentito, ai danni di altri, sotto i nostri occhi. Parlando della viltà dell’Occidente verso Sarajevo, e ricordando una bellissima intervista a Marek Edelman eroe del Ghetto di Varsavia che Goldkorn elegge a maestro di vita e vice-padre, la conclusione è netta: «La memoria va usata, strumentalizzata, giocata politicamente: anche la memoria della Shoah. Ma bisogna saperla usare alla maniera giusta. Giusta eticamente, esteticamente, politicamente. La memoria della Shoah serve a difendere gli oppressi, i derelitti, coloro cui il potere toglie persino la voce. E del resto sarebbe stato Marek a dire e ripetere più tardi, a guerra dei Balcani conclusa e davanti ai barconi dei profughi sul Canale di Sicilia: nessun muro ha mai protetto il ghetto dei ricchi. Penso che si possano paragonare i barconi alle camere a gas, quando è il caso…».

Se la memoria va fatta agire oggi perché aiuti, soccorra, ripari il mondo, Auschwitz e gli altri campi di sterminio vanno desacralizzati. Questo, e molto altro, dicono le pagine lucide e straziate del ritorno in quei luoghi. Per Wlodek Goldkorn sono cimiteri, e Auschwitz è il suo cimitero di famiglia. «Auschwitz sembra un luogo postmoderno, inventato per rappresentare gli orrori del Novecento e per esserne il simbolo. Io, invece, odio Auschwitz, vorrei vederla distrutta, rasa al suolo, ridotta al nulla; perché questo è un luogo maledetto che non dovrebbe e non sarebbe mai dovuto esistere e che non può essere, in alcun modo, riabilitato».

Il libro più bello e vero e importante che ho letto nell’ultimo anno si conclude così:

«L’ebraismo è tempo e non luogo.

L’anno prossimo a Gerusalemme significa l’anno prossimo nel tempo dopo il tempo, l’anno prossimo il Messia.

Ma, ammesso che il Messia verrà, la sua venuta sarà irrilevante.

Eppure dobbiamo fare come se lo aspettassimo».

Ho scritto a Wlodek Goldkorn per ringraziarlo, come è giusto fare quando si riceve un dono.

Qui lo ringrazio pubblicamente, e vi invito a leggere Il bambino nella neve.