Reilly&Phoenix, gran coppia per il western “calmato” (e premiato, a Venezia) di Audiard

In Cinema

Leone d’Argento 2018 alla regia per “I fratelli Sisters”, che il regista francese di “Il profeta” e “Dheepan” ha tratto dal romanzo di Patrick DeWitt, dirigendolo e sceneggiandolo insieme a Thomas Bidegain. Legati da un passato di violenza, Eli e Charlie, romantico e protettivo il primo, attaccabrighe e infantile il secondo, si sbizzarriscono per due ore a bisticciare, riappacificarsi, soccorrersi, accudirsi e bisticciare di nuovo. Una gran prova di attori (nel cast anche Jake Gyllenhaal, Riz Ahmed e Rutger Hauer) per un’avventura “on the road” con poco di macho e molto di emotivo, tra momenti d’intimità e gag esilaranti. Valorizzata da dialoghi mai banali e da una regia “europea”, sempre originale

“Io e te non ci siamo mai spinti così lontano”
“Nella conversazione, intendi?”
“Ma di che stai parlando? In linea retta! Io e te non ci siamo mai spinti così lontano in linea retta!”.

Basterebbe questo scambio di battute tra i due protagonisti per definire il nuovo “western” del francese Jacques Audiard, a Cannes Gran premio della Giuria 2009 per Il profeta e Palma d’Oro 2015 con Dheepan – Una nuova vita, e vincitore di Premio César e Leone d’Argento alla Mostra di Venezia 2018, per la miglior regia, proprio con questa sua ultima creazione, la prima in lingua inglese. Già, perché smessi cinturone e cappello, I fratelli Sisters a conti fatti più che un mezzogiorno di fuoco è un road movie in piena regola, polveroso e surreale, che strizza l’occhio a Sergio Leone e deve tantissimo ai fratelli Coen di Fratello, Dove Sei? e Il Grinta.

Ma, soprattutto, la pellicola di Audiard ha il merito di rendere una volta per tutte giustizia al talento di John C. Reilly (in questi giorni sugli schermi anche nei panni di Oliver Hardy nel biopic su Stanlio e Olio), uno degli attori più poliedrici e sottovalutati del panorama “indie” hollywoodiano di ieri e di oggi. È proprio lui, finalmente protagonista con il suo rassicurante faccione da eterno bambino, a fare da efficacissimo contraltare alla furia istrionica del solito Joaquin Phoenix (non a caso prossimo Joker sul grande schermo), al quale, ma non è certo una sorpresa, le parti dell’ubriacone iracondo e malinconico riescono come meglio non si potrebbe.

Coppia di pistoleri/killer perennemente in viaggio, comica e ossimorica fin dal cognome, sono soprattutto loro il bello, anzi il meglio, di questo bizzarro Sideways a cavallo dove ogni tanto (anzi spesso) si finisce a chi spara per primo: fratelli di sangue legati da un passato di violenza, romantico e protettivo il primo, attaccabrighe e infantile il secondo, Eli e Charlie si sbizzarriscono per due ore buone di proiezione a bisticciare, riappacificarsi, soccorrersi, accudirsi e bisticciare di nuovo come preadolescenti.  Accanto a loro, oltre a un divertente cameo di Rutger Hauer, ci sono l’usato garantito del detective sognatore Jake Gyllenhaal, altro mago del trasformismo su grandi schermi  e il sempre più convincente Riz Ahmed, attore e rapper di origini pakistane, catapultato in mezzo al Far West negli insoliti panni di uno scienziato e cercatore d’oro in fuga.

Con un cast così, il meglio che ci si potrebbe augurare da un regista è che si faccia da parte e lasci spazio a chi il suo mestiere lo sa già fare eccome. Invece Audiard, autore anche della sceneggiatura dal romanzo Arrivano i Sister del canadese Patrick deWitt, sorprende per la capacità di amalgamare con ironia e delicatezza personaggi e interpretazioni, alternando sapientemente dialoghi mai banali, momenti d’intimità, gag esilaranti e sana azione da western d’altri tempi. Quel che ne esce, complice la scelta coraggiosa di affidare un genere al 100% americano a un regista europeo (e non solo: il film è girato interamente tra Spagna e Romania), è un mix assolutamente originale dalle facce e atmosfere quasi fiabesche, che gioca con i luoghi comuni dell’iconografia classica di frontiera citandoli e/o stravolgendoli a piacimento.

Se Audiard in primis lo ha definito un “western calmato”, né epico né crepuscolare, è lo stesso Reilly a spiegare che “noi diamo per scontato, grazie a film e storie televisive, che il West fosse chiassoso, vivace, irruento. Invece qui c’è un’accessibilità emotiva al posto dell’impenetrabilità da macho dei personaggi del genere western. Si va dal macro al micro, e ritorno”. E chissà che, tra andata, ritorno, e tutto quel che ci sta in mezzo, non si finisca per scoprire che il vero oro non è quello che luccica in fondo a un lago, ma la famiglia (e la calma, appunto) che attende alla fine del viaggio. O quella che si aveva già accanto.

I Fratelli Sisters di Jacques Audiard, con John C. Reilly, Joaquin Phoenix, Jake Gyllenhaal, Riz Ahmed, Rutger Hauer.