Ultima cartolina dalla mostra del cinema di Venezia, ovvero dell’umanità dolente di Ai Weiwei e non solo

In Cinema, Weekend

Tra i misteri dell’ultima mostra del cinema di Venezia che ora si conclude resta lo scarso favore registrato presso i critici (italiani) dall’immensa opera di Ai Weiwei ‘The Human Flow’ che, lontano da qualunque retorica e ancor più da ogni pietismo da tiggi’, racconta con potente respiro di chi è in fuga, di chi è povero, di chi ha fame, di chi è prigioniero sotto ogni cielo

Tre i segreti di Fatima di questa 74ma Mostra del cinema, baciata da molte belle sorprese: primo perché nessuno ha pensato di ricordare Gianluigi Rondi che è stato un’istituzione del Lido; secondo perché molti film in lingua inglese avevano i sottotitoli anche in inglese; terzo cosa è successo nel cuore di tanti colleghi che hanno infierito senza pietà su uno dei film epocali della Mostra, e non solo: Human flow dell’artista cinese Ai Weiwei nato nel ’57 a Pechino e residente a Berlino, dove lavora come cineasta-artista che ama viaggiare in ogni parte del mondo in cui venga offeso il principio della dignità umana e della civile convivenza. Oggi non ha che l’imbarazzo della scelta e in 140’ fa miracoli, di cinema e di umanità, di catartiche e apocalittiche visioni.

Ai Weiwei

Del resto sono molti i film della Mostra che hanno toccato questo tema, dell’immigrazione di Rocco e di milioni di suoi fratelli, anche con ampia facoltà di metaforia fantasy come nel film di Del Toro: tra tutte, la scena dei due ragazzini che non riescono a slegarsi le mani, nellaVilla di Robert Guédiguian, è infilzata nella memoria per sempre. Eppure, nonostante questo viaggio infinito, faticoso, dolente, di Weiwei nei punti caldi del mondo, sia ad alto potenziale biblico, e sia la traduzione della parola carità in ogni lingua, i critici (attenti, solo quelli italiani) hanno sadicamente abbassato i voti, alzato le spalle, sbuffato, arrivando a dare una stellina soltanto, tanto che nella graduatoria del Ciak daily, il film è rimasto all’ultimo posto e non si è più riavuto; va poco meglio nella graduatoria del pubblico, mentre le testate internazionali sono state più grate allo sforzo morale e materiale di questo autore che in prima persona ha visitato 23 paesi di mezzo mondo, ovunque ci fossero i rifugiati, gli emigrati, i prigionieri, gli umiliati e offesi, gli affamati.

L’afflato universale del tema rende questa Storia fatta di piccole storie spesso solo intuite, un affresco di potenza epica omerica, è come l’Iliade più l’Odissea e l’Eineide più la Bibbia. Eppure la voce che girava al Lido era che la presenza del regista stesso in alcune sequenze, assolutamente inoffensiva, fosse, chissà perché, insopportabile: ma allora Michael Moore che c’è dalla prima all’ultima scena dei suoi film lo mettiamo al muro? La prefazione di Weiwei è che dal 1989, quando cadde il Muro a oggi, molti altri muri si sono alzati: erano 11 ed ora sono una ottantina, certo per difetto. Il suo lungo viaggio cinematografico, che spesso usa i droni volanti per calarsi sugli accampamenti dei rifugiati, come in un gioco di un rapace che dall’alto cattura la sua preda, è un percorso a tappe nei luoghi dove i migranti sono “depositati” in attesa di un permesso o di una fuga o di una raffica. Spiega che 65 milioni di persone in movimento per ragioni di guerra e di carestia o di eventi climatici, sono il più grande spostamento antropologico dopo la II guerra mondiale.

Il flow, il flusso, non si ferma, è nei luoghi tipici e topici, ma anche in altre zone fino a poco tempo fa ospitali e ridenti ed oggi pervase dalla rabbia che induce alla costruzione dei muri da varcare, adoperando milioni di poliziotti in più (come quello israeliano che si vede nel mucchio e non per caso). Quindi, tutto ciò che pensate di vedere nel film che Rai distribuirà in sala, c’è: dalla Siria all’Iraq, da Calais all’Afganisthan; e poi Francia, Bangladesh, Germania, Grecia, Iraq, Messico (che ha una sua storia a parte spesso raccontata dal cinema americano) e Turchia, fino a frontiere tornate ad essere austroungariche e al Mediterraneo, alla nostra Lampedusa già raccontata da Francesco Rosi. E ad ogni capitolo appare sullo schermo, come fosse la dedica di una lapide collettiva, un verso, un dettato, una frase, una postilla, un rigo appartenente alla sfera poetica creativa del mondo islamico, una serie di prefazioni meravigliose di scrittori non noti da noi (eccetto il turco Nazim Hikmet).In questo senso Weiwei non riesce, inconsciamente non vuole, realizzare un semplice documentario, ma oltrepassa sempre i muri, con o senza droni atterra nelle zone della poesia e di una mitologia nuova e violenta che si sta costruendo su queste rovine e che inquadra, complici magari cinque ragazze che tentano di parlare come se fossero davvero in un mondo normale.

Qui al Lido abbiamo visto molti documentari, ormai facenti parte del cinema testimone d’accusa di oggi, da Cuba raccontata da tre famiglie, a Jim Carrey mentre girava Kaufman con Milos Forman fino al bellissimo ritratto della Londra anni ’60, con epicentro la carriera di Mr. Ipcress, Michael Caine. Ma The human flow è qualcosa di più e diverso in cui il fattore umano gioca un ruolo essenziale senza sfruttare le probabilità e gli imprevisti della retorica umanitaria e men che mai del pietismo versione servizi del tiggì.

Il documento è stato girato in un anno mai così denso di eventi in 23 paesi, con una potenza visiva che diventa di continuo visionaria, horror: è la disperata ricerca di salvezza da parte di esseri umani che raccontano in realtà tutti e sempre la stessa storia, eppure ciascuna ci appare diversa perché detta, e recepita, con voce ed occhi diversi. Campi affollati, disastrose rotte per mare, il panorama del filo spinato e ogni tanto qualche parvenza di normalità coi panni stesi. Ma sempre con dentro lo sradicamento, il futuro incerto, facendo leva sul coraggio e la resistenza oggi più che mai necessari dopo che i mezzi di soccorso e le associazioni di volontariato sono entrate nell’occhio del ciclone. La società globale, si chiede il regista, riuscirà ad emergere da queste rovine? O la mancanza di tolleranza e fiducia ci porteranno lontano? Lo scimmione di Kubrick intanto ha già lanciato la clava, ma difficilmente diventerà il raziocinio di un nuovo parallelepipedo.