La grande era onirica della scrittura

In Letteratura

Sogni, cadenzati dal ritmo delle fasi amoroso-tossico-farmacologiche della vita, sono al centro del romanzo di esordio di Marta Zura-Puntaroni

A prendere in mano Grande Era Onirica di Marta Zura-Puntaroni la prima cosa che colpisce è l’abbinamento di colori della copertina (sfondo nero, profondo come un pozzo, e qualche pennellata di verde acquamarina) e l’immagine di un essere umano rannicchiato in posizione quasi fetale, nudo e indifeso, sovrastato da un movimento di bolle e spruzzi, come se si stesse tuffando e poi sprofondando nel pozzo nero di quella nera copertina. È con questa immagine che ho dovuto fare i conti iniziando a leggere il libro.

Marta è una giovane studentessa con una vita disordinata e molti sogni nel cassetto. Sogni (il più delle volte, veri e propri incubi) cadenzati dal ritmo delle fasi amoroso-tossico-farmacologiche della sua esistenza. E così, tra Siena, le Marche e Parigi, conosciamo le grandi ere oniriche della sua giovinezza. L’era del Martini, del Fevarin, delle Davidoff, del Tavor. Sprazzi, per così dire, di riflessioni, sogni, paure, incubi, decisioni, secondo l’autrice scherzosamente (ma non troppo e non sempre) veicolati o comunque strettamente intrecciati al principio tossico assunto o al momento esistenziale vissuto dalla protagonista. La grande era onirica del Martini, dunque; o la grande era onirica del Tavor. In un intrecciarsi di ricordi e di esperienze sentimentali e psicoanalitiche, veniamo quindi catapultati (talvolta, anche nostro malgrado) in uno spazio virtuale di condivisione dei suoi dolori e delle sue incertezze, come fossimo l’ultimo analista dal quale è in cura. Non possiamo allontanarci troppo. Non possiamo distrarci. Perché – Marta – sembra stia parlando proprio a noi. Ecco che quasi subito compare il Primo, l’amore simbolo della gioventù e dell’unicità delle prime esperienze; poi facciamo la conoscenza dell’Altro, il maschio esperto/maturo/vissuto/insegnante che domina con i suoi fallimenti e il suo disincanto la parte centrale del romanzo; e ancora il Poeta, fanciullo per certi versi efebico e inconsistente, che tra Martini, vestiti alla moda e discorsi eleganti accarezza gli anni più promettenti della vita universitaria dell’autrice senza mai graffiare, senza mai arrivare all’osso di Marta. Poi c’imbattiamo in controfigure di amici, luoghi e situazioni che servono solo da ponte tra le sofferte riflessioni dell’autrice e i dialoghi intimi con gli altri veri protagonisti del romanzo, e cioè gli psicoanalisti. In ultimo, ma non certo per ordine di importanza, conosciamo anche il padre di Marta, spigoloso, duro e tremendamente esigente.

Ecco, questa è più o meno la storia, accompagnata da un uso a mio avviso disturbante della punteggiatura (in particolare, della lineetta), un uso quasi un po’ strafottente che, confesso, m’irritava ogni volta che c’inciampavo dentro. Ma poi la lettura riprendeva il suo corso spedito e baldanzoso e mi accorgevo che non mi stavo annoiando, tutt’altro. Al di là delle scelte lessicali a tratti un po’ troppo allineate a certi cliché della nostra epoca, al di là di certe ingenuità nelle tematiche scelte (un po’ mainstream, per così dire), il libro reggeva alla voracità narrativa dell’io lettore. E poi è così importante verificare i dettagli, riassumere l’intreccio (troppo debole, a mio avviso, nella seconda parte del libro), focalizzarsi sulle scelte lessicali non sempre condivisibili, se le pagine scorrono tra le nostre mani senza troppi sussulti e incidenti di percorso? Grande Era Onirica non è – come si dice, sulla carta – il genere di romanzo che mi appassiona. Eppure Zura-Puntaroni non mi pare un’esordiente come tanti altri. Perché potrebbe essere un’esordiente che – per certi versi – non ha fallito la sua mossa. La prima parte del romanzo, infatti, è avvincente. Interessante. Fresca. Spedita. Ma soprattutto, ha qualcosa di vero. La spontaneità, forse. Il desiderio di raccontare sinceramente qualcosa di sé. Un pregio difficile da scovare, tra i giovani e non solo, ma un pregio che mi sembra fondamentale. Perché la lingua, la trama, gli intrecci si possono migliorare, affinare, approfondire, ma la voce interiore, se non si ha l’ardire di farla venire fuori subito, è difficile che a un certo punto squarci la gola e venga alla luce. Scrivere è anche questo. Deve essere anche questo. Comici, dunque, un’altra grande era onirica. Quella della scrittura.