Il demone della perfezione artistica: Tucci racconta Giacometti

In Cinema

Un istrionico Geoffrey Rush veste i panni del grande pittore e scultore svizzero in “Final portrait” dell’attore/autore newyorchese, qui alla sua quinta regia. Nelle prolungate pose cui si sottopone l’amico James Lord, scrittore americano, per un ritratto che sembra impossibile, va in scena la battaglia drammatica tra Giacometti e la sua implacabile aspirazione all’essenza umana

Alberto Giacometti, grande artista svizzero-italiano, rappresenta in sé un paradosso. Lui, totalmente incurante del denaro, si ritrova ad essere effigiato sulla banconota da 100 franchi del suo paese e una sua scultura, Pointing man, detiene il record nel suo genere, essendo stata battuta all’asta da Christie’s per 140milioni di dollari. Final portrait – L’arte di essere amici, il nuovo film di Stanley Tucci, qui solo regista, affronta un momento particolare della vita di Giacometti, prossima alla fine, a partire dal racconto dello scrittore statunitense James Lord e il singolare rapporto del protagonista con i soldi è un elemento importante della storia.

Parigi, 1964: Lord è amico di Giacometti e mentre sta per rientrare in patria accetta di posare per un ritratto. Qualche ora, un pomeriggio, massimo due. Ma Lord non ha fatto i conti con il demone creativo dello svizzero, ma svizzero-italiano come sottolinea quando irride le banche. L’uomo tanto è grande artisticamente quanto inaffidabile umanamente. Vive miseramente con la moglie e il fratello, anche se dispone di pacchi di denaro disseminati ovunque perché i suoi lavori hanno un enorme valore e lui lo sa e ci gioca. Da qualche anno poi, ha una relazione fissa con una prostituta di cui è succube e che la moglie è costretta ad accettare. È smodato nel bere, nel mangiare, esibisce una sorta di fame di vivere che si sposa perfettamente con un atteggiamento quasi infantile e capriccioso.

Lord vede tutto questo, mentre passeggia e chiacchiera con l’artista lungo i viali del cimitero Père-Lachaise, e posa elegante per vedere il suo ritratto definirsi e poi essere cancellato, perché non perfetto, durante i frequenti scarti d’umore e scatti d’ira del pittore (perché in questo caso dipinge). Le interruzioni sono continue e non c’è modo di venirne a capo: Lord, vestito in modo inappuntabile, è costretto a troppe telefonate per rimandare la partenza verso gli Stati Uniti e rabbonire il suo compagno laggiù, il quale non capisce cosa stia succedendo. Quelle due iniziali orette di posa si trasformano in un piccolo stravagante inferno che sfiora le tre settimane.

Tucci racconta l’ossessione creativa dell’artista verso la perfezione e la curiosità dello scrittore che accetta le contraddizioni della situazione perché in questo modo indaga e scava nella realtà. Per farlo affida Giacometti all’istrionico Geoffrey Rush (Il discorso del re, La migliore offerta) che ormai fagocita i personaggi (reali) che interpreta sovrapponendosi a loro. Del resto il fumantino Giacometti glielo permette, con battute sprezzanti su Picasso e Chagall, solo Cézanne si salva dalla lingua tagliente dello svizzero. Molto più misurato per indole e ruolo è Armie Hammer nei panni di James Lord (l’abbiamo appena visto seducente nel film di Luca Guadagnino Chiamami col tuo nome).

Poi ci sono le due donne, la moglie remissiva Annette, interpretata da Sylvie Testud e la dirompente prostituta Caroline, cui dà vita Clémence Poésy. E tutto si svolge tra l’atelier/abitazione di Giacometti, il bistrot all’angolo e il cimitero. Un frammento parigino ricostruito al computer, con le sculture allungate dell’artista che riempiono la scenografia. La scansione del tempo, l’incubo della fine dell’incubo, i continui rinvii della partenza, contribuiscono a dare ritmo a una storia che potrebbe ruotare all’infinito, un po’ come ha cercato di fare Giacometti con il ritratto, e non per perfidia, ma perché sono quelle pennellate di grigio che tutto cancellano, che permettono di ricominciare, per avvicinarsi all’essenza stessa, all’anima di quello che il suo genio sregolato intende immortalare sulla tela.

Final portrait – L’arte di essere amici, di Stanley Tucci, con Geoffrey Rush, Armie Hammer, Sylvie Testud, Clémence Poésy, James Faulkner, Tony Shalhoub