Melodramma o metateatro? il ritorno di Ernani alla Scala

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Incerta la regia di Sven-Erich Bechtolf a cui forse è mancato il coraggio di fare ’“Ernani a Nasso”, sorprende la direzione di Ádám Fischer che conduce con vigore e intensità drammatica

Trentasei anni senza Ernani, alla Scala, sono davvero troppi. L’ultima volta con Muti, Ronconi e Frigerio (1982, qui sotto), la penultima con Votto, De Lullo e Pizzi (1969). Tra l’altro due sette dicembre: non si dica che è un’opera da riscoprire o da rivalutare, ora che la Scala si è rimessa in pari con quella che, insieme al Macbeth, è senza dubbio l’opera giovanile più importante di Verdi. E più bella. 

Ma qualche problema c’è stato in questa produzione. Il fuoco dell’ispirazione musicale, delle passioni dei personaggi e del romanticismo sfrenato e incontrollabile avrebbe imbarazzato il regista tedesco Sven-Erich Bechtolf: a Darmstadt certe cose non si fanno. O almeno così si sentiva dire in foyer. Musicologi scandalizzati per la scelta del regista di rileggere l’opera con la lente del teatro nel teatro: una compagnia di cantanti mette in scena un Ernani ottocentesco, fondali dipinti e pose irrigidite in proscenio per una recita d’altri tempi. Cosa c’entra con Verdi? L’opera italiana va presa sul serio fino all’ultima cabaletta, fino all’ultimo respiro dei cantanti.

Invece il problema di questa regia è che, tolte la prima e l’ultima scena, di metateatro non c’è traccia, a parte qualche sedia, un sipario dipinto e due poverette messe a ballare il can-can, quasi subito prese a male parole da due o tre loggionisti spazientiti – bastava solo un po’ meno Vedova allegra e sarebbe andata liscia. Insomma è come se a Bechtolf fosse mancato il coraggio di farci l’“Ernani a Nasso” che (forse) aveva in mente, e che poteva diventare occasione di confronti stimolanti: può la categoria del melodramma, con i suoi codici d’onore e patti di morte, essere risolta, anzi dissolta nello straniamento? Hanno senso degli Ernani, Elvira, Carlo e Silva in cerca d’autore? 

Per ora non abbiamo la risposta, ma perché nessuno ci ha fatto la domanda. Ed è un peccato, visto che le uniche scene su cui Bechtolf pare abbia lavorato sul serio sono bellissime. Sia l’inizio da Arlecchino di Strehler, con le candele da accendere durante il preludio, sia il finale, con la scenografia che si alza e i tecnici di palcoscenico paralizzati e commossi per la tragedia che si consuma davanti ai loro occhi. Per il resto si tratta di una regia finto ottocentesca, con la stessa verve che ci si può aspettare da una regia ottocentesca: nessuna. Sono comunque magnifiche le scene di Julian Crouch, non altrettanto si può dire dei costumi di Kevin Pollard.

Per questo ritorno di Ernani, la Scala sfodera un cast per cui vale la pena prenotare treni, aerei e traghetti. In ordine crescente di godimento: Luca Salsi, Francesco Meli, Ildar Abdrazakov. Ma anche Ailyn Perez, vittima di fischi – pochi e ingiusti –, per giunta contro ogni logica da loggione scaligero, che la salva in Traviata e la sacrifica in Ernani. La Perez avrà pure qualche problema nelle note più gravi, ma ha un’ottima coloratura ed esce a testa alta in molte scene che farebbero tremare chiunque, a cominciare da “Tutto sprezzo che d’Ernani”. Salsi è senz’altro un cantante tecnicamente ineccepibile: è esemplare per esempio in tutto il terzo atto – vedi le raffinatezze in “O sommo Carlo”. Ma in altri momenti dà l’impressione di aver messo il pilota automatico: rispetto ad altre parti verdiane davvero coinvolgenti – per esempio il recente Rodrigo al Comunale di Bologna –, il suo Carlo V, almeno la sera della prima, è sembrato più rigido. Meli ha iniziato il suo canto da «masnadiero» con qualche incertezza, subito risolta mentre l’opera montava, per culminare in un duetto finale in cui, insieme ad Abdrazakov, sembra siano state risollevate le sorti del repertorio verdiano dei prossimi anni. Ed è appunto il basso russo il trionfatore della serata. Rispetto ai suoi compagni di scena, Abdrazakov ha sicuramente una dizione che lascia a desiderare, ma la morbidezza della voce, la musicalità di ogni sua frase, oltre all’autorevolezza palpabile del suo Silva lo mettono tra gli interpreti più preziosi di oggi.

Grande sorpresa la direzione di Ádám Fischer. Il direttore ungherese alza il volume drammatico dell’orchestra fin dalle prime note e conduce il discorso musicale con intensità e vigore, senza mai cedere ai ricatti della partitura, restando stilisticamente impeccabile e stimolando con slanci fantasiosi sia l’idillio degli amanti sia l’affanno dei conflitti. Folgorante il coro della Scala, non solo in “Si ridesti il Leon di Castiglia”, ma anche nei frenetici tempi di mezzo che affollano l’opera, come “Fu esplorata del castello”.

Teatro alla Scala, Giuseppe Verdi Ernani. Dirige Ádám Fischer, regia di Sven-Erich Bechtolf (repliche 6, 9, 13, 18, 22, 25 ottobre)

Immagine di copertina © Brescia/Amisano