Chung incanta la Scala con un Don Carlo a mosaico

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La direzione di Myung-Whun Chung mette in risalto dell’opera verdiana l’affascinante andamento discontinuo che a volte procede per accumulazione, altre per sottrazione

«Nessuno si aspetta l’inquisizione spagnola» dicevano i Monty Python. Nessuno tranne forse chi si sottopone a cinque atti di Don Carlo, magari nella versione modenese di lunghezza wagneriana in scena al Teatro alla Scala in questo periodo. L’opera di Giuseppe Verdi con la tinta più lugubre, quella dei roghi di intrattenimento in piazza, degli Edipi irrisolvibili tra infante, padre e matrigna, dello scontro trono-altare in voci di basso, della libertà di pensiero che scalpita all’ombra dell’Escurial, nonché delle scene più bromantic che si possano vedere in un melodramma dell’ottocento. E tutto questo raccontato con le migliori cure musicali possibili.

La direzione è affidata a Myung-Whun Chung, forse il più grande verdiano di questi anni, soprattutto per come tiene insieme la complessità della partitura senza mai ricorrere a raffinatezze superflue, a mezzi che tentino magari di correggere i passaggi meno felici dell’opera, quelle scene che di nobile possono avere poco. Di certo Chung cura il dettaglio, ma lo fa solo quando serve. Altrimenti procede con disinvoltura seguendo senza imbarazzo qualsiasi marcia convenzionale. Ma se si tratta di puntare il microscopio, di intuire un rubato, di accarezzare una delle frasi sublimi di questo capolavoro, Chung sa incantare con squarci di calda e delicata bellezza.

credit Brescia/Amisano - Teatro alla Scala
credit Brescia/Amisano – Teatro alla Scala

La lettura di Don Carlo da parte di questo immenso direttore non è sinfonica come per Simon Boccanegra della scorsa stagione. È stato lui stesso a dichiararlo: «In Don Carlo non esiste un’unica architettura: non è come Simone in cui la presenza musicale del mare unisce l’opera dall’inizio alla fine». Forse, come scrive Budden, Don Carlo è più un’opera a mosaico: non è omogenea e nemmeno unitaria, a volte procede per accumulazione altre per sottrazione, in continua alternanza di messe a fuoco tra personaggi e sfondo.

Chung è maestro proprio in questo equilibrio, per come disegna l’ambiente più opprimente e asfittico per poi sdilinquirsi un attimo dopo nelle intime angosce dei protagonisti del dramma. È come se in ciascuna delle due situazioni riuscisse a creare le premesse per l’altra: dal dentro al fuori e di nuovo dentro, sempre con la logica inoppugnabile dell’insieme, del procedere drammatico più sgombro dai cliché che si possa sentire. Verrebbe da dire che non si tratta di melodramma, né di grand opéra, o non solo, non del tutto.

Gli stessi dubbi e perplessità di Verdi, che lo spinsero a ripensare l’opera per cinque volte, quel senso di inevitabile perdita che la critica musicale lamenta qualunque sia la versione dell’opera adottata, tutto questo si sente nel Don Carlo di Chung con disincantata onestà. Perché Chung non propone soluzioni, ma espone al pubblico i problemi che legge in partitura: «La verità non si dà sempre intera» dice il direttore.

Una produzione in cui anche il cast è notevole, soprattutto Krassimira Stoyanova, toccante Elisabetta con una voce piccola e flebile a volte in senso etimologico, quasi al limite del magone e del lamento. Complessa la lettura che Ferruccio Furlanetto dà di Filippo II, come ci si aspetta da chi lo ha interpretato per più di trent’anni, con tutte le giuste contraddizioni che sa mettere in luce. Emerge soprattutto il rapporto con il Marchese di Posa, quasi figlio adottivo che rende il re parecchio più orgoglioso rispetto al suo fragile Carlo: è struggente la frase reinserita «Chi rende a me quell’uom», pronunciata sul corpo sacrificato del liberale ante litteram.

credit Brescia/Amisano - Teatro alla Scala
credit Brescia/Amisano – Teatro alla Scala

Interessante debutto di Francesco Meli come Infante e di Simone Piazzola come Posa, suo amico del cuore. Entrambi molto attenti al fraseggio, alla tecnica, e forse per questo un po’ trattenuti, non ancora del tutto inseriti nelle dinamiche psicologiche dei loro personaggi. Ma anche a loro si augurano trenta e più anni di riprese dell’opera, per scovare tutte le sfaccettature di due ruoli quasi più da teatro di prosa, e che però vanno cantati. Deludente Béatrice Uria Monzon (sostituiva Ekaterina Semenchuk malata il 22 gennaio) nel ruolo di Eboli, senza legati e con la voce che quasi scompare nel cantabile di O don fatale. Funziona l’Inquisitore di Eric Halfvarson, anche se non terrorizza come dovrebbe.

Inesistente la regia di Peter Stein, modesta come impianto scenico quando non sfavorisce addirittura i cantanti – soprattutto la Stoyanova nell’aria finale. Le tende nella scena del ballo sono da Pagliacci di stra provincia, così come i praticabili della scena dell’auto da fé. Vaghissimo tentativo di mettere mano nel finale, con la morte di crepacuore dell’Inquisitore alla presenza ectoplasmatica di Carlo V.

Giuseppe Verdi Don Carlo – Teatro alla Scala di Milano – Direttore Myung-Whun Chung –  Regia di Peter Stein (repliche 22, 26, 29 gennaio; 1,4, 8, 12 febbraio)