Diario americano: primavera, il triste tempo della palestra

In diarioCult, Weekend

Cronaca impietosa, semiseria di un passaggio stagionale quasi obbligato a tutte le latitudini: l’iscrizione in palestra. Che negli Stati Uniti si accoppia alla visita annuale dal medico, in Italia alla più futile prova costume. Lo scontro generazionale passa anche da qui…

Per noi ipocondriaci, la visita annuale dal dottore è un incubo ricorrente. La mia cade sempre a marzo, ma questa volta sono riuscita a prendere appuntamento all’inizio di aprile. Ci prepariamo mesi prima: beviamo meno, fumiamo meno, mangiamo meno, eliminiamo il formaggio per il colesterolo, misuriamo la pressione ogni due giorni. Qualcuno di noi va anche dal parrucchiere o a comprarsi dei rossetti un po’ carini, per fingere una sanità mentale che non ha mai fatto parte di noi.

Io invece del parrucchiere, a febbraio mi sono iscritta in palestra. A dire il vero non è stata un’idea mia: quando manca così poco al mio appuntamento, vengo assalita da una specie di paralisi fisica ed emotiva e conto i giorni incessantemente, aspettando la mattina fatidica con ansia e cercando (senza riuscirci) a pensare a quando finalmente mi dirà:’ Si rivesta, tutto a posto” e uscirò  dallo studio vincitrice come gli azzurri ai Mondiali dell’82.

La palestra è stata un’idea della mia amica italiana Cristina, che mi ha detto che per 25 dollari al mese ci si poteva iscrivere, ma solo se mi iscrivevo in quei due giorni, poi il prezzo sarebbe risalito al cinquanta. Ho detto occhei, dai, ma con poca convinzione e mi sono iscritta anch’io.

Il giorno dopo, come tutti i giorni, ho portato i miei due cani al parco verso le otto meno un quarto, dove ho incontrato il gruppetto di padroni di cani con cui ormai chiacchiero di tutto, dalla politica alla pallina migliore da comprare. I cani corrono allegri per tre quarti d’ora e io soddisfo il bisogno di avere contatti con altre persone al di fuori di quelle che vivono con me. Alle nove e mezza in punto, mentre mi stavo rollando la mia prima sigaretta, arriva un messaggino. È Cristina. “Arrivi? Io sono già qui!”.  Oddio, fa sul serio, ho detto al cane che mi fissava perché voleva un po’ d’acqua.

Ho frugato nell’armadio delle cose che non servono più e ho trovato la mia borsa verde della palestra, quella che usavo anni fa quando ci andavo tutte le mattine. Era ancora mezza piena: c’erano le bottigliette di shampoo e balsamo, la saponetta alla mimosa che tengo in un contenitore di plastica piccolo per il cibo, le infradito per la doccia, una calza sporca, un accendino e qualche assorbente. Ci ho aggiunto scarpe da ginnastica e pantaloni della tuta e mi sono avviata.

A quell’ora la palestra è quasi vuota: ci sono un po’ di persone più anziane, forse in pensione, e qualche giovane già magro e muscoloso che non capisco perché non se ne vada a fare altro. Le ragazze vanno su quelle macchine infernali per delle mezz’ore senza sudare, con la coda di cavallo perfetta che si muove a ritmo, con la maglietta abbinata ai pantaloni e un’ombra di rossetto. Sono tutte bellissime, si muovono in palestra con una familiarità impressionante, sollevano pesi di trenta chili con l’agilità di una gazzella. La pancia è piatta, il sedere marmoreo e perfetto, la loro routine massacrante e il sorriso Durbans. Molti dei ragazzi, invece, indossano una cintura di cuoio, credo contro l’ernia, e sollevano pesi incommensurabili, che le vene delle braccia e delle gambe si gonfiano in modo innaturale.

Il mio primo giorno in palestra, mi sono messa una maglietta verde pisello con la scritta I LOVE MY PITTBULL, che ha una macchia di unto che non viene più via, i pantaloni della tuta con un buco, minuscolo eppure visibile, sul ginocchio sinistro, calze spaiate e scarpe un po’ sporche, capelli in disordine e una pancia da quarto mese di gravidanza. Cacciando l’imbarazzo, mi sono fiondata sulla prima macchina che ho trovato, senza avere la più pallida idea di come funzionasse. Con la determinazione racimolata negli spogliatoi, mi sono studiata il monitor sulla macchina: chiedeva per quanto tempo volessi usarla (20 minuti), il programma (ho scelto MANUALE, perché posso decidere la velocità) e ho schiacciato il pulsante verde START. I piedi andavano da una parte, le braccia dall’altra, e sono quasi caduta male prima di mettermi al ritmo della macchina. Appena prima di accendere il mio telefono per ascoltare la musica, sul monitor spuntano queste due semplici domande: quanto pesi e quanti anni hai. Non bastava l’umiliazione della ragazzina di fianco a me che fresca come una rosa correva da un’ora? Ho deciso di rispondere barando. A volte mi prendo qualche soddisfazione, modestamente. Dopo sette minuti, ero grondante di sudore. Dopo undici pensavo che sarei morta d’infarto. Dopo sedici avevo la bocca secca e volevo bere, ma avevo il terrore di mollare con le mani quelle specie di bracci che vanno avanti e indietro e cadere, probabilmente ferendomi gravemente. Dopo diciassette minuti avevo perso tipo 35 calorie, pari a un sedicesimo del croissant al cioccolato che mi ero mangiata a colazione. Al ventesimo minuto, per un miracolo, la macchina infernale si è fermata. Sono scesa e avrei voluto baciare il pavimento come il Santo Padre fa in Terra Santa. Ero massacrata, ma viva.

“Adesso andiamo a fare un po’ di esercizi per rafforzare i muscoli: addominali, braccia, schiena”. Era la voce della Cristina, mentre sceglieva dei pesi da sollevare per rafforzare le braccia. Va bene, dico fingendo entusiasmo. Faccio gli addominali e dopo un po’ mi assale un senso di nausea. Le braccia arrancano, la schiena a pezzi. Però facciamo tutto.

Non so come, dopo un’oretta siamo rientrate negli spogliatoi. Mi sono spogliata nuda, ormai senza vergogna per i miei chili in più, e io e Cristina ci siamo fiondate a fare un bagno turco vicino alle docce. Non mi sono coricata per paura di non avere la forza di rialzarmi, ma siamo rimaste lì un bel po’ finalmente a chiacchierare. Poi doccia, crema per il corpo, phon, un po’ di trucco e finalmente a casa.

“Dai, domani ancora!”, fa Cristina.

Da quella volta, andiamo tutti i giorni. Ho perso due etti, ma a questo punto l’importante è che quando vado dalla dottoressa Canty la settimana prossima, potrò dirle che sì, ovvio che vado in palestra, che domande! Pensavo anche di dirle che ho smesso di fumare, tanto per farle capire quanto ci tengo alla salute. Ma non vorrei esagerare.