Due parole con David Bailey

In Arte, Interviste

David Bailey, il fotografo che ha immortalato per sempre il volto di quasi tutte le icone del ‘900, chiacchiera con noi in occasione della sua mostra al PAC di Milano

Incontrare un mito come David Bailey è emozionante. Ce lo immaginiamo ancora come il fotografo della Swinging London che aveva ispirato Blow-Up. Ma il film è del 1966, e la faccia che ricordiamo non è la sua ma quella dell’attore David Hemmings, anche se Michelangelo Antonioni avrebbe voluto proprio Bailey come protagonista. Dopo quasi cinquant’anni come sarà diventato l’irresistibile dandy?

Arriva al PAC per l’inaugurazione della sua mostra, puntualissimo, con un giaccone di maglia rosso, jeans, stivaletti texani con tacco – non è alto -, capelli corti bianchi e una faccia piena di rughe, sorridente, occhi blu che sprizzano curiosità e simpatia. Invecchiato proprio bene. Gentile e timido, ci tiene a dire che la selezione delle foto l’ha fatta lui, organizzandole per temi e scegliendo molti inediti e che le ha ristampate in gelatina d’argento, rivedendo ogni singola immagine.

David Bailey
David Bailey, The Rolling Stones, 1968. © David Bailey

Le foto che faccio sono semplici e dirette e rispecchiano le persone che fotografo e non me. Passo più tempo a parlare con loro che a scattare le foto – e ha lo stesso approccio con star, con aborigeni, con intellettuali e artisti. Lui la chiama “intima distanza”.

La prima sezione della mostra, “Black and White Icons”, raccoglie le foto per cui è più conosciuto. – Sono tutte immagini contro uno sfondo completamente bianco. E’ lo scatto più difficile. Non c’è niente che ti aiuti. Non c’è vento, né una palma sullo sfondo, niente che ti distragga –.

Tra i celebri ritratti di Mike Jagger, Nelson Mandela, Johnny Depp, Jack Nicholson, ce ne sono due di Marianne Faithfull. Uno del 1964, inedito, di lei giovane e incantevole distesa su un prato, l’immagine presa in diagonale, e lei sembra che ci trascini in un trip infinito; nel secondo, del 1999, non sembra proprio la stessa persona: è grassoccia, con le mutande nere ascellari e un reggiseno robusto per contenere le grosse tette, la faccia segnata e sorridente: fa il verso alle modelle di lingerie. Bailey, con occhio da veggente o meglio geniale, ha già visto la futura Marianne del magnifico, ironico film Irina Palm – Il talento di una donna del 2006, la storia di una nonna che si procura i soldi per curare il nipote malato, facendo seghe ai clienti di un locale a Soho.

Ma è nella sezione “East End” che David svela le sue origini, la Londra degli slums: bambini che giocano tra le macerie, pub desolati, disoccupati e casalinghe. Nato lì nel 1938, povero, a scuola va male, è dislessico, ma allora non si sapeva, lo confinano – in una classe per scemi…tutti mi davano dello stupido –, ricorda.
Paradossalmente, per uno che è sempre stato un anticonformista, la svolta avviene col Servizio Militare, quando viene arruolato nella RAF nel ’56. E’ di stanza a Singapore, qui compera la sua prima macchina fotografica, un’imitazione cheap della Rolleiflex, e comincia a fare quello che farà per tutta la vita: ritrarre paesaggi esotici e ragazze, belle e brutte, purché abbiano qualcosa di speciale.

David Bailey
David Bailey, Jerry Hall and Helmut Newton, 1983. © David Bailey

Tornato a Londra nel ’58, comincia la sua folgorante carriera di fotografo di moda per Vogue, che gli permetterà di finanziare tutti i suoi più eccentrici progetti. Rivoluziona la fashion imagery: la modella, da manichino porta-abiti, diventa una donna, esprime personalità e fascino, grazie alla complicità col fotografo. Già che c’è, si fidanza e si sposa con parecchie delle donne che ritrae: tra le altre, Jean Shrimpton, Catherine Deneuve, Catherine Dyer, sua compagna dal 1983, anche se: – non è la bellezza ovvia quella che mi interessa –.

David Bailey
David Bailey, Jean Shrimpton, 1961. © David Bailey

Per concludere, un accenno al Bailey impegnato. Sconvolto dai milioni di morti nella guerra civile in Etiopia e dai milioni di profughi che si rifugiano i Sudan, nel 1984 partecipa a Band Aid, per sensibilizzare l’opinione pubblica sulla fame in Africa. Porta generi alimentari e medicine nei campi. Alla critica, che gli viene mossa da certi medici, che lo fa per farsi pubblicità, cerca – di fargli capire che se non era per gente come me, non gli avrebbero donato le medicine, perché avete bisogno di qualcuno che faccia delle foto per far vedere cosa succede. E voi non ci riuscite da soli –. Quando però inaugura la mostra sul Sudan all’Institute of Contemporary Art di Londra, pensa: – Merda. Le stampe probabilmente costano di più di quanto costerebbe sfamare tutta quella gente per una settimana –.

David Bailey. Stardust, PAC, fino al 2 giugno 2015

Foto: David Bailey, Self-portrait, 2013. © David Bailey