Sapessi come è strano i turchi alla Scala di Milano

In Musica

Pubblicazione quanto mai tempestiva quella del nuovo libro di Luca Scarlini “Cose turche”. Quasi un baedeker su tutto quanto fa oriente, soprattutto in musica. Dall’Italiana in Algeri, che in realtà era una signora milanese di nome Frapolli Suini, che ha inventato il turismo sessuale in “Arabia”, al fratello di Donizetti che forse, forse, ma non si sa, si fece musulmano. Conversazione amena con l’Autore che venerdì 15 marzo sarà a Book Pride 2019

Che dire di un bel libro in grande formato, carta spessa, splendidamente illustrato (con disegni a colori di Federico Maggioni), che racconta con sapiente leggerezza di Cose Turche? Chi ha Mozart e Rossini per amici, sa che cosa attendersi: uno sguardo lungo e ben disteso su quel che l’Opera ha inventato, ma non troppo, sulle paure, le morbosità, le attrazioni e le fantasie che il vicino Oriente ha sempre scatenato. Ma anche storie, notizie, curiosità e, magari, verità sul rapporto fra Islam e occidente, esotismo e “valori”, ricchezza nostra (?) e denaro loro.

Illustrazione di Federico Maggioni

C’è tutto questo nel libro che Luca Scarlini ha scritto con la sua forbitissima nonchalance per Jaca Book (180 pagine, 42 euro), ma ora i casi nostri, quelli del Belpaese qui e ora, si sono impegnati a farlo sembrare una profezia.

Luca Scarlini, Milano e l’Italia si stanno prendendo a pugni per questo cercato e temuto ingresso degli “arabi” alla Scala: hai scritto un libro o una predizione?
Mah, più che una predizione la direi banalmente una cronaca. Ci meravigliamo perché viviamo come pesci rossi, in una boccia di vetro, con una memoria storica di due giorni. Noi siamo stati centrali nelle vicende islamiche per quasi trent’anni. A Gerusalemme c’è una moschea in cui compare il fascio littorio, perché Mussolini ne era rimasto affascinato. Anche durante le crociate l’occidente commerciava tranquillamente con l’oriente, mentre gli faceva la guerra.

Storia mai interrotta, questa dell’economia che prende a calci tutto.
Del resto l’intera l’Europa è in vendita. Non è un problema solo italiano. Il Louvre ha fatto un accordo con Abu Dhabi, e le polemiche in Francia non sono state poche. Del resto molte realtà culturali hanno sempre meno soldi pubblici e così ci siamo inventati di andarli a trovare sul mercato, là dove ci sono. Mi è capitato di fare conferenze negli Emirati, a Doha, ed era pieno di occidentali che andavano a pescare soldi.

Il libro inizia in teatro, com’è naturale, ma è solo l’inizio.
Sì, parto da due opere famose, L’Italiana in Algeri e Il Turco in Italia di Rossini, che in realtà sono due fatti di cronaca. Molte storie non erano solo libretti di un’opera buffa, ma fatti realmente accaduti. L’Italiana era una signora milanese, con nome e cognome, anzi doppio cognome, Frapolli Suini, che ha inventato il turismo sessuale in “Arabia” e si è fatta rapire dai pirati in Sardegna facendo vissuta esperienza degli harem di Algeri, che scoprì molto diversi da quello che l’immaginario dei luoghi comuni alimentava. All’epoca se ne parlò sulle gazzette, sui giornali, diffusamente e in modo esplicito. Stranamente, la signora se ne tornò in Italia senza riscatto e carica di ricchezze. Anche il Mustafà dell’opera di Rossini ha lo stesso nome del bey di Algeri. Il mondo dell’opera è poi intrecciato con queste vicende orientali anche in forme che non hanno niente a che vedere con la rappresentazione. Un’opera come Aida, scritta e messa in scena per l’apertura del canale di Suez, ha fatto sì che una valanga di milanesi siano finiti a vivere per anni e anni, felicemente, in territori egiziani. Ricordo che Dalida, per venire a un esempio famoso più vicino a noi, era una signora nata al Cairo, figlia di un violinista dell’Opera che aveva origini calabresi.

C’è sempre un motivo che ricorre ossessivo: la migrazione.
Ogni giorno ci sorprendiamo per qualcosa che è sempre stato, anche perché le due sponde del Mediterraneo dipendono l’una dell’altra, soprattutto in momenti storici particolarmente importanti o critici. Penso al Risorgimento: in un momento in cui si profilavano le repressioni, crollavano le speranze e le condizioni di vita, la gente non andava in Francia, ma in Turchia. Penso anche al tempo dei Magic Bus anni Sessanta: la gente andava in Marocco per cercare paradisi artificiali o per fuggire un modo di vita che non condividevano. Oggi il flusso in cerca di lavoro viene in senso opposto, con i problemi di convivenza che porta con sé.

La donna è sempre stata al centro di questo confronto-scontro.
“Perché abbiamo sempre avuto questa immaginazione molto vivida dell’harem, quasi simbolica. L’harem non era un paradiso erotico delle signore ma anche un luogo di relazioni e di trame politiche. Molte signore godevano di un potere anche molto esteso, non solo dentro all’harem. E per riflesso, anche le loro figlie potevano accedere a posizioni di potere, anche se si trattava di conquiste ottenute non in piazza. Alcune furono in grado di poter veramente cambiare le cose. Cecilia Baffo Nȗr Bânȗ, una delle sultane più famose, era una veneziana, figlia di un doge, cresciuta nelle isole greche: agì con polso d’acciaio e impose un proprio governo a Costantinopoli.

Illustrazione di Federico Maggioni

Qualcosa che alimenta l’attrazione irresistibile fra le due sponde?
La cucina. Se vado in Turchia, in Marocco, in Sicilia e a Genova, gli elementi in comune sono molti di più di quelli che separano.

Duecento anni prima di Angela Merkel, ci fu già un tallone tedesco sul collo del Peloponneso: nel 1830 la Grecia non era  una repubblica, ma una monarchia, e a capo venne messo un bavarese.
È la fatale connessione tra Germania e Grecia, che si prolungherà fino a Hitler. Monaco si riempirà di templi greci a vanvera, mentre Atene diventerà residenza di bavaresi.

Tutto già visto. Ma nel libro racconti anche una storia che è un emblema clamoroso delle contraddizioni e degli intrecci di questi nostri mondi: Giuseppe Donizetti
Sì, il fratello di Gaetano. Sapeva di non avere chances in Italia e in Europa, e nel 1828 giunse sul Bosforo come Istruttore Imperiale delle Musiche Ottomane, chiamato a scrivere pezzi celebrativi e di circostanza, marce militari. Suo padre era terrorizzato dall’idea che potesse diventare musulmano e lo confessò a Gaetano, che lo chiamava il mio Fratello Turco, con ironia e invidia: Giuseppe guadagnava molto più di lui. La conversione non avvenne, ma non ne siamo certi.

Un Donizetti musulmano!
Già. E non solo: dopo l’attacco del 1911 in Libia, l’esercito ottomano marciava contro quello italiano suonando le marce scritte da Giuseppe Donizetti anni prima.

E per tornare al punto di partenza: Wagner sovvenzionato dai Turchi!
Certo. La Sublime Porta diede soldi a Wagner per realizzare la sua utopia teatrale a Bayreuth. Del resto, Abdülmecid II era malato di musica occidentale, al punto che le sue quattro figlie suonavano il pianoforte e componevano. E Liszt andava molto volentieri a Costantinopoli, con cachet da capogiro. Perché la Turchia allora era come Doha oggi, un magnifico bancomat”.
Ieri, Cose turche. Oggi: Mamma! Gli arabi alla Scala.

 

Book Pride 2019: ogni desiderio