Conversation piece: pittori inglesi, a Roma

In Arte, Interviste

Collezionisti inglesi gabbati dagli antiquari romani? Non più: i pittori inglesi contemporanei ci insegnano a guardare l’arte italiana

Londra, Transition Gallery. È in corso Roman Remains, una mostra che raccoglie le opere dei sei artisti ospiti presso la British School di Roma nel 2014: Ursula Burke, Archie Franks, Daniele Genadry, Mason Kimber, Annika Koops, Cathy Lomax.

Lomax, direttrice di Transition Gallery e del ‘cultural trash magazineGarageland, e Franks, vincitore per il 2015 della prestigiosa Jerwood Painting Fellowship, non sono nuovi al panorama nord-italiano. Di recente hanno esposto per la mostra inaugurale di Yellow, primo artist-run-space italiano dedicato interamente alla pittura e diretto dall’artista Vera Portatadino, con sede a Varese.

Sin dall’inizio del loro soggiorno, agli artisti di Roman Remains è parso naturale filtrare la città eterna attraverso gli occhi di altri due celebri romani d’adozione: Cy Twombly e Philip Guston. Camminando per Piazza del Popolo hanno visto Rauschenberg, de Kooning, Leo Castelli e Palma Bucarelli seduti al Caffè Rosati e, nei frequenti viaggi a Milano, hanno preferito il Museo del Novecento (le opere) alle gallerie più giovani.

Sei anglofoni immersi nei dorati anni Cinquanta italiani, quelli in cui, per citare le parole di Lomax, «reale e irreale erano indivisibili, ed è questo che conta». Cercare continue metamorfosi del reale in irreale ha portato questi artisti a compiere una selezione molto precisa nei confronti dell’arte italiana rinascimentale e barocca; li ha spinti a nutrire amori, passioni, che la dicono lunga sul rapporto tra la pittura italiana d’ogni tempo e quella contemporanea inglese. Questo rapporto viene esplorato a fondo in quelli che Franks chiama «comizi di pittori nerd», di cui qui si riporta uno stralcio.

pittori inglesi
Mason Kimber, Untitled

CL: Galleria Doria Pamphilj, Galleria Borghese, Villa Torlonia… ci hanno dato uno studio e una tela bianca. Si parlava in continuazione di pittura italiana, certo anche a Londra non si scherza…

AF: Morandi! A Londra nei comizi di pittori nerd si parla sempre di Morandi.

CL: Temo però che ancora pochi artisti si spingano a guardare indietro fino al barocco e al Rinascimento.

SS: Nel 2014 alla National Gallery si sono tenute due esposizioni di pittura italiana: Building the Picture: Architecture in Italian Renaissance Painting e Veronese: Magnificence in Renaissance Venice. Penso alla pittura del secondo Novecento inglese, le influenze sicuramente sono da trovare nei veneti per il lavoro di pennello e in un misto di affresco senese e postulati greenberghiani per l’astrazione, giusto?

CL: Mi vengono in mente alcuni pittori. Oliver Bancroft è legato a Paolo Uccello, Luci Eyers a Botticelli; io guardo molto a Botticelli, Beato Angelico e Piero della Francesca. Si può dire però che Siena è fondamentale a Londra, mi viene in mente David Webb, lui si rifà totalmente alla pittura senese, specie al Sassetta…

SS: Il Sassetta! Ancora! La fortuna di Sassetta in Inghilterra non smette mai di stupirmi. Dapprima incontrai una sua glorificazione nei recenti scritti di Timothy Hyman, e poi sentii il suo nome sulle labbra di decine d’altri pittori. L’occhio inglese legge quelle tavole decontestualizzandole dal Quattrocento, nella fattispecie penso che le guardi come se fossero dipinti di pittura metafisica, i suoi paesaggi rocciosi assomigliano a quelli di Paul Nash che -guarda caso- ammise di essere un discepolo di de Chirico.

CL: A Roma tra pittori inglesi si parlava tantissimo di de Chirico. Personalmente lo amo perché trovo che parte del suo lavoro sia orribile. E poi si parlava tanto anche di Morandi, come ha già detto Archie.

AF: Se ne parla tuttora, però con una differenza colossale: mentre di Morandi si discute in pompa magna e in contesti seri, pochi ammettono d’essere cultori di de Chirico.

SS: de Chirico merita d’esser letto al di fuori dei soggetti che ha rappresentato. Mi sembra che molti pittori gli siano grati solo perché ha sdoganato il that’s so ugly come forma di complimento, il che è veramente fastidioso.
Ma voi, che esperienze avete avuto con il contemporaneo a Roma?

pittori inglesi
Archie Franks, Pigeon Fight, 2015, olio su tela

AF: Posso affermare senza alcuna esitazione che l’arte contemporanea proposta a Roma è spazzatura. Un orrore inaspettato. Penso di aver visto una sola buona mostra nel corso dell’intero anno, ed era da Gagosian, che non è esattamente una galleria romana. Ho sentito però che Gavin Brown sta per aprire uno spazio a Trastevere, il programma di quella galleria è sempre appassionante.

CL: Mi è sembrato di vedere ben poca buona pittura contemporanea. Ho visto tutta un’accozzaglia di esperimenti che cercavano di ragionare sulla natura del medium pittura. Per esempio ‘dipinti’ che in realtà erano semplici intelaiature di tessuti trovati in giro. Mi sono rifatta gli occhi con i fiori appassiti di Mafai e i ritratti di donne e scale di Campigli.

SS: Cathy il tuo lavoro è un grande omaggio al cinema. Che rapporto hai avuto con le cineteche romane?

CL: Tutto il mio interesse d’artista si rivolge alla cultura popolare, per questo dipingo movie still, perché il cinema raggiunge tutti. Amo il kitch, mi commuove, è intrigante, alienante. Prendi Douglas Sirk, ha messo in scena i testi di Brecht in Germania, ha fatto le valigie ed è andato a Hollywood. Lì ha diretto una serie di film che sono culminati in Imitation of Life (1959), questi film sono il kitch più estremo, accuse brillanti all’ipocrisia del sogno americano. Per questo motivo, perché io cerco questo, ho guardato Roma attraverso gli occhi di Tennesse Williams, facendo mio quel mix di reale e irreale di cui lui già scriveva prima di Fellini, mi riferisco a The Roman Spring of Mrs. Stone (1950), che ha ispirato l’omonimo film.

SS: Archie, mi hai detto di aver passato giornate interminabili a Palazzo Barberini, davanti a Narciso di Caravaggio. Nel 2013 ho assistito a un talk presso il Central Saint Martins College in cui ben tre artisti britannici dicevano: «Caravaggio non è pittura, è teatro: troppo dramma». Tesi, se tesi si può definire, che dopo il talk si è conclusa a cena con questo intervento: «Caravaggio non è un picture-maker né un object-maker». Che vor dì?

AF: Sai bene che se ci mettiamo a parlare della differenza tra pittore artista e pittore picture-maker possiamo andare avanti per ore. In ogni caso mi dico d’accordo, Caravaggio è teatro, ma per me questo è un pregio.

Archie si alza, impugna una spatola, la usa come fosse una sgorbia, la tela trema. Al muro sono attaccati i pennelli e le fotografie di alcuni quadri: William Nicholson, Dana Schutz e Caravaggio; l’unica fede in pittura è quella nel sincretismo.