Un’opera d’arte sotto forma di libro: i 30 anni della Colophon di Egidio Fiorin

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Trent’anni di storia, 122 titoli in catalogo, in mostra al MoMa e in tutto il mondo, collaborazioni con grandi autori e artisti e un legame speciale con Mario Luzi: tutto questo e molto altro è la Colophon, editrice di libri d’artista. Il suo fondatore, Egidio Fiorin, ha un sogno in tasca – un libro dedicato all’ombra – e un altro troppo difficile da realizzare e che continuamente posticipa, un progetto che faccia parlare ebrei e palestinesi

Al terzo titolo è entrata nel catalogo di The artist and the book e nella mostra allestita a New York al MoMa: un inizio avventuroso e temerario. Dieci anni dopo la collezione completa va al Poldi Pezzoli di Milano; il venticinquesimo è a Ca’ Pesaro, a Venezia. Ora conta centoventidue titoli in catalogo. Un elenco lunghissimo di autori e di artisti. E compie trent’anni: è la Colophon di Egidio Fiorin.

Una storia iniziata da una crisi e alimentata come una scommessa creativa, diretta con singolare equilibrio tra desiderio, immaginazione, saldezza d’animo, ostinazione e resistenza attraverso tre decenni che hanno rivoluzionato gusti e vita dell’Italia.

«Funziona così, mi sono detto: se le cose van bene, il 51% è merito mio e il 49 è fortuna; se van male il 90% è responsabilità mia e il 10 sfortuna. È andata bene. Ho rischiato, ho sognato».

Era il 1989, e il primo titolo univa quattro canti di Leopardi ad altrettante incisioni di Walter Valentini: un atto di nascita ufficiale nel pieno della crisi del mercato della grafica.

Nelle case degli italiani le pareti erano contemporanee, ognuno aveva almeno un Guttuso o presunto tale in salotto, gli acquisti erano di massa, ma capitava che certi camion venissero bloccati con mille serigrafie di Cascella: 150 numerate e il resto “prove d’artista”.

«Un po’ sudicio»: così Egidio Fiorin ricorda il mondo della grafica d’arte del tempo tra falsi, contraffazioni, tonnellate di “prove d’artista”. Si mosse infine persino la Biennale per cercare di fare ordine in un mercato profondamente inquinato e ne scaturì la Dichiarazione di Venezia, che fu fondamentale per cominciare a restituire dignità alla cosa.

Nel pieno del torbido, decidere di mettere amore per la poesia al servizio della grafica per produrre qualcosa di bello era dunque piuttosto avventuroso, ma dalla Francia soffiava un’aria ben diversa: i Vollard, i Tériade erano editori che avevano tracciato un solco fertile, e Mourlot li aveva seguiti nella sperimentazione lasciando intravvedere una possibilità di riscatto alla bellezza, alla creatività, al rispetto, alla comunità.

«Si era nel pieno della crisi post ’68. Qualcosa bisognava fare. Vedere quel primo libro fatto in Francia fu fondamentale. Se lo fanno a Parigi, caspita, lo facciamo anche noi, mi dissi».

Pragmatico, Fiorin passa alle vie di fatto. Compensa il fatto di essere a Belluno, dove è nato, con gran pieni di benzina: viaggiare non lo spaventa, anzi. Molte delle idee che diventeranno poi libri gli nascono proprio stando al volante. Leopardi e Valentini, Apollinaire e Licata, Petrarca e Bonalumi: al terzo titolo, alla fiera dell’arte di Bologna i lavori di Colophon vengono notati: «C’era questo signore che girava avanti e indietro tra i libri, e si dannava l’anima, e continuava a dire che avrebbe dovuto rifare tutto, che non era possibile – racconta Fiorin – Voi dovere venire a New York, questi si devono vedere lì, mi disse: era il curatore del catalogo della mostra al MoMa. Io, giuro, stentavo a credere»

Così fu l’esposizione al Moma, anno 1992, battesimo.

Da allora il linguaggio della casa editrice alza il tiro, le copertine diventano contenitori, sculture, il dialogo tra segno e disegno annette anche le partiture e nasce una nuova serie di incursioni nel mondo musicale (Petrassi, Boulez, Schoenberg, Nono), alle litografie si aggiungono acqueforti, collage, puzzle. Mai più di ottanta copie, materiali scelti da artigiani fidati, una rete di collaborazioni ad alto livello.  E i libri d’arte di Colophon cominciano a viaggiare, esposti a Palazzo Strozzi a Firenze, a Stoccolma, in una monografica a Tolone, al Regio di Parma. E poi alla cappella Farnese a Bologna, al Parlamento europeo di Bruxelles, alla Biblioteca del Senato a Roma, Budapest, Napoli, al Louvre, Montpellier, Vienna, Basilea, alla Fondazione Cini.

Le collaborazioni aprono un ventaglio trasversale di creatività: Baj, Bertolucci, Sanguineti, Vedova, Michel Butor, Alda Merini, Giovanni Raboni, Castellani. Durante il conflitto in ex Jugoslavia Fiorin si convince che qualcosa bisogna fare, serve un ragionamento estetico sulle religioni e sulla parola; prova a contattare Mimmo Paladino, la risposta è ‘Venga a Paduli ‘– l’editore gira la macchina, sono ottocento chilometri: il libro che nasce (un dialogo tra i testi di quattro religioni) arriverà fino alla Biblioteca di Sarajevo, e parteciperà della ricostruzione del suo patrimonio.

“Non ha età il segreto che racconta di noi”, Mimmo Paladino

L’omaggio ad Abbado viene su in due ore, su stimolo di Duilio Courir: «Claudio è gravissimo, dovremmo fare qualcosa da amici, mi disse. Tempo un giro di telefonate, avevamo i nomi. Mancava una cornice. Fu Arnaldo Pomodoro a chiudere la partita: ‘Per Claudio faccio io’, ricordo bene l’affetto di quelle parole. Ecco, la partecipazione è stata per tutti questi anni alla base di questo lavoro».

Poi c’è Mario Luzi, quasi un padre spirituale per la storia della casa editrice. A  Luzi Colophon dedica cinque libri d’artista e un omaggio in forma monografica:  «Conoscevo le sue poesie – racconta Egidio Fiorin – così gli ho scritto. Mi rispose di passare da lui, quando avessi avuto modo: quarantotto ore dopo ero a Firenze. Reciprocità, umanità: di lui manca quel modo di rapportarsi con sincerità e leggerezza profonda».

La notte viene col canto, accompagnata da quattro incisioni di Walter Valentini, data 1992.Vola alta, parola è di due anni dopo, ed è l’omaggio di un manipolo di artisti al poeta: Guccione, Paladino, Bonalumi, Dorazio, Licata, Valentini, Maraniello, Galli, Zigaina, Scialoja, Castellani e Vedova, con le prefazioni di Liliana Cavani e di Massimo Cacciari. Allo stesso anno data Essere è non dimenticare, 4 poesie in versione originale e traduzioni con grafiche di Carlo Mattioli e introduzione di Cesare Garboli. Nel 2004 è la volta di È libera, è pulsante, una enneade poetica che annovera anche tre inediti: l’accoppiata artistica appaia Luzi ad Agostino Bonalumi, che realizza un contenitore scultura. Quella vivida sostanza rilancia ancora, nel 2007, e le dodici poesie di Luzi vengono anche tradotte e accompagnate da un collage e una scultura di Mauro Staccioli. Nel 2005, infine, Luzi compare nell’antologia a cura di Stefano Verdino Paesaggio immaginario con fotografie di Franco Fontana. Talmente forte è la presenza del poeta che arriva fino al novantesimo, festeggiato insieme: «Un lungo viaggio, un grande onore umano».

© Enrico Baj

Se i legami che riesce a creare sono l’arte dei libri, dopo trent’anni di attività, cos’è infine un libro d’artista per Egidio Fiorin? «Un’opera d’arte sotto forma di libro. Mi rendo conto che detta così può sembrare banale, ma il fatto è che, per come la vedo io, il libro resta una delle invenzioni più grandi nella storia dell’umanità. Per dirla con Galileo, gli uomini hanno fatto cose straordinarie, però la cosa più straordinaria sono quei ventuno segnuzzi che consentono a me di dialogare con chi sta dall’altra parte del mondo; una modernità che ha cinquecento anni non è poca cosa. Ma c’è di più. Il libro d’artista mira a suscitare le parti più nascoste, recondite, della razionalità e dei sentimenti di una persona: racchiude immagini, parole, suono, forme. È un’opera stereofonica, insomma: stimola tutti i sensi. Perché usiamo certe carte piuttosto che altre? Ma perché sono vive: la Amatruda di Amalfi, in puro cotone, è un piacere, ha una sensualità straordinaria. E non è un caso che quando i libri sono esposti di primo acchito si abbia voglia di toccarli. Porto sempre con me dei pezzi di carta apposta, perché è un peccato perdere il contatto tra sensi e opera: si può leggere una scultura ad occhi chiusi, ascoltare la musica della parola, leggere il suono di una partitura. Il libro d’artista è questo: un tramite. Multisensoriale».

Viene da chiedersi se esista un progetto più ambizioso rispetto a quelli con cui si è confrontato fino ad oggi. C’è un libro che è un sogno ancora non realizzato, il più difficile, o temerario? «Un libro dedicato all’ombra. Il fatto solo di pensare di farlo è già non andare più lungo la costa, ma in mezzo all’Oceano. È una sensazione vitale, una cosa che ho capito davanti a un lavoro di Pino Spagnulo: si era negli anni Settanta, e per lo spettacolo Scontri generali per la Biennale di Venezia Spagnulo progettò una specie di ring, dentro al quale avvenivano delle lotte terribili, ma quando tutto sembrava destinato allo zero gli attori smontavano il ring e ne facevano una zattera, si mettevano nel mare grande verso l’isola di utopia, e quando la raggiungevano era un altro ring con altre lotte, ma di nuovo quelli riprendevano l’acqua, verso un altro luogo. Quello che ho imparato è questo: inutile aspettare che finisca il temporale, l’importante è imparare a danzare sotto la pioggia: sennò si vive male.

Il libro d’artista è il risultato di queste riflessioni: un’opera, un oggetto, un tramite che aiuti a danzare sotto la pioggia. Vivo meglio quando ho fatto un libro. E quando vedo il sorriso dei miei amici bibliofili».

E un libro che ancora non ha fatto, c’è«Sì, c’è. Ci penso da moltissimo tempo perché è una delle situazioni che più mi addolorano e mi amareggiano, ed è lo scontro tra palestinesi ed ebrei. Non riesco a chiudere l’idea di questo libro: vorrei tre testi di esponenti della cultura ebraica e tre testi di esponenti della cultura islamica che descrivessero una giornata del 2029, immaginando che tre o quattro anni prima ci sia stata la pace. Ma tanto è complicata la situazione, tra torti diritti e sangue speso da entrambe le parti, che l’immaginazione non riesce a starci dietro, e io continuo a postdatare i termini: era il 2009, poi il ’19, poi il ’29. Continuando a riguardare indietro è difficile, e in questi primi venticinque anni il cerchio non si è chiuso. Spero nei prossimi venticinque. Poi, posso pure andare in pensione».

 

Immagine di copertina: LA NOTTE VIENE COL CANTO, Valentini-Luzi