Cinzia Spanò e le donne che accendono la luce

In Teatro

Intervista a Cinzia Spanò, ideatrice e protagonista di Tutto quello che volevo, in scena all’Elfo

“Baby Squillo dei Parioli”. Una dicitura oscena, con cui sono diventate note alla cronaca due ragazzine, 14 e 15 anni, che si prostituivano in un appartamento del centro di Roma. Riassunte in un sintagma da titolone e consumate, oltre che da chi ha usato il loro corpo, dalle parole e dall’inchiostro speso da chi ha sentenziato. Tutti, per almeno nel tempo di un cappuccino al bar. E poi dimenticate. Cinzia Spanò, con Tutto quello che volevo, in scena all’Elfo, respinge questo racconto e accende – forse per la prima volta davvero – la luce, anche su cosa è successo dopo il faro della cronaca: una miriade di processi e una sentenza “che è una poesia”, in cui l’abuso si risarcisce in conoscenza. Ma soprattutto, per la prima volta, restituisce forma e volto a due vite. Una ragazza e una giudice, che sfiorandosi hanno cambiato qualcosa. Cultweek l’ha incontrata per provare a capire cosa.

Perché hai scelto di portare in scena Tutto quello che volevo?

Non mi ritengo propriamente un’autrice, ma a volte mi imbatto in storie che meritano di essere raccontate e non sono state ancora scritte. Storie sconosciute e sommerse che però hanno al centro delle donne che non sono eroine come ce le immaginiamo, ma che attraversano dubbi, paure e si trovano di fronte alle scelte, che le portano a un lavoro interiore di ricerca che permette loro di fare un passaggio. Se per La moglie la scelta era quella di vedere la realtà per quella che è, qui si tratta di emettere una sentenza cui nessuno aveva mai nemmeno pensato.

Qual è il rapporto del teatro con la cronaca?

Le storie che vale la pena raccontare sono quelle che permettono di spostare o cambiare il punto di vista. Affrontare un fatto di cronaca così noto, depositato nel nostro immaginario e nel nostro sentire permette ancora di più di evidenziare come la realtà spesso non è quella che noi percepiamo. Noi raccontiamo la storia di una giudice che si è trovata a dover stabilire un risarcimento da parte di uno delle centinaia di clienti. Le intercettazioni hanno registrato circa tremila contatti in due mesi: le poche decine identificate, sono rimasti – tranne uno – anonimi, e lo resteranno per sempre. La giudice Paola Di Nicola si è trovata a giudicare uno di loro. Nella sua sentenza da la sua lettura di come sono andate le cose, a mio parere quella reale, perché ripulita dallo stereotipo. Ci guida nella consapevolezza che ci sono state delle vittime: due ragazze appena uscite dalle scuole medie a cui quindi mancavano gli strumenti per comprendere il danno irreversibile e facevano a se stesse, e sono finite – e lo raccontiamo – passo dopo passo in una allucinante rete di squallore e violenza deprimente e dura. Quello che stupisce è che questi casi si sono quintuplicati, diventando, in tutte le loro declinazioni, un’emergenza sociale, fin dalle medie. Il mondo è diventato più complesso, ma dovrebbero essere per questo più complessi gli strumenti che mettiamo nelle mani dei ragazzi per difendersi.

Di questo caso si è fatta da più parti una lettura ideologica e moralista. Che idea te ne sei fatta?
Quando ho letto la sentenza, ho provato molta vergogna. Perché anche io leggendo la vicenda, pur da esperta di quelle tematiche, ho formulato un giudizio profondamente ingiusto. Le ho immaginate come disinibite, superficiali. Una delle cose che lo spettacolo vuol fare è una denuncia di questa modalità di lettura degli eventi, che io però sento rivolta anche contro me stessa. Siamo tutti talmente immersi nel pregiudizio da confonderci, anche quando pensiamo di avere gli strumenti per leggere la realtà. È stato l’incontro con la sentenza che mi ha spinto a indagare e ad approfondire, dopo aver letto un trafiletto che ne parlava. Ho pensato che, se la sentenza era particolare, doveva esserlo anche la giudice. In effetti anche lei, figlia di un giudice importante, si è accorta che la sua vita e la sua carriera non potevano che essere diversi da quelle del padre. Le avvengono alcuni episodi, che raccontiamo, che la fanno sentire a disagio. Indagando l’origine di questo disagio la ritrova, studiando e approfondendo, nel pregiudizio e nello stereotipo di genere.
Basti pensare che è stata la Costituzione a interdire per decenni alle donne la professione del magistrato, perché venivano considerate troppo emotive per giudicare. Da qui muove il percorso di consapevolezza e pulizia dello sguardo dallo stereotipo che ha profondamente trasformato sia il suo essere giudice che il suo essere donna. Incrociando il suo vissuto con quello di quella che riconosce come la vittima di un adulti senza scrupoli, il suo sguardo è di empatia e attenzione verso una ragazzina impigliata in una vicenda impressionante.

Porti in teatro un tema delicato in questo momento storico: l’abitudine alla colpevolizzazione della vittima nei casi di stupro. 

Proprio Di Nicola ha raccolto questa consapevolezza in un libro, La mia parola contro la sua. Quando il pregiudizio è più importante del giudizio (Harper Collins), in cui riconosce – partendo da 200 sentenze raccolte in vent’anni – come il giudice si sia spesso fatto guidare dallo stereotipo, che generalmente è contro la donna vittima.

foto © Laila Pozzo

Lo sguardo della giudice apre un tema, la monetizzazione di tutto, dignità inclusa.

Il compito della giudice era decidere quale cifra potesse risarcire la ragazza di quello che le era stato tolto. Lei riconosce che non esiste una cifra che lo quantifichi e anzi comprende che se per la ragazza, che chiamiamo Laura, il denaro e tutto quel che si può comprare di non necessario sono più importanti di quel che lei ha dato in cambio per averlo, quello che lei dovrebbe risarcire è un danno alla dignità della persona. I filosofi ci dicono che oggi il denaro è erogatore simbolico di tutti i valori, il denaro paga la libertà, lo hanno detto anche certi politici. La sentenza ribalta questo paradigma. Di Nicola sancisce che disporre di risarcirla col denaro significherebbe ripetere lo stesso meccanismo di relazione che l’imputato ha stabilito con la vittima, rafforzando l’idea che tutto è monetizzabile. Dice “come può il denaro proveniente dall’imputato, cioè il mezzo con cui lui l’ha resa una merce, rappresentare per quella stessa condotta anche il risarcimento del danno?”. Rafforzerebbe gli stessi meccanismi che hanno agito nella ragazza fino a quel punto, ed è qui che lei si trova a fare il passaggio più importante.

Cioè?

Noi raccontiamo storie personali per scovarne qualcosa che riguardi tutti, e quel che io voglio raccontare è il momento in cui qualcuno si trova a scegliere se fare quello che hanno fatto tutti gli altri prima di lei, oppure seguire il suo sentire e decidere di aprire una nuova strada. Questo momento, che prima o poi ci riguarda tutti, richiede molto coraggio, perché si è profondamente soli. Nel cercare di capire se poteva essere supportata dalla norma si è trovata sola, perché faceva qualcosa che non aveva mai fatto nessuno. È bello sapere che dentro ad uffici di cui non sapremo mai nulla ci sono persone che si trovano a quel crocevia e scelgono di rischiare, di venire attaccati. Scelgono di assumersi una responsabilità e di scegliere, perché il loro sentire gli dice che quello che avevano fatto tutti non era la strada giusta. Questo ha di universale questa storia. Lei ha deciso che l’unico strumento di risarcimento era la conoscenza. Così ha condannato l’imputato ad acquistare dei libri, da Virginia Woolf a Emily Dickinson, ad Anna Frank, e poi Natalia Ginzburg, Sibilla Aleramo. Dice “è nei libri delle donne sulle donne che l’anno preceduta e hanno dovuto pagare a caro prezzo la loro libertà e la loro autonomia di pensiero che la giovanissima potrà trovare, se lo vorrà, degli strumenti per un percorso di consapevolezza che pone al vertice la sua dignità umana”. La sentenza in appello è stata ribaltata, e tre donne giudice hanno monetizzato il risarcimento in tremila euro. Per noi che facciamo cultura e che crediamo che le storie possano cambiare la vita, dare luce a queste storie e non farle finire è fondamentale.

La sentenza condanna l’imputato a regalare libri alla vittima. Conoscenza e cultura. Qual è secondo te, fuori di retorica, il valore dei libri per una 15 enne di oggi?

Io incontro molti ragazzi, anche in questo caso l’Elfo ha organizzato molte scolastiche. Ho voluto che questo spettacolo fosse molto chiaro perché mi interessa far passare i messaggi anche a rischio del didascalico, perché voglio che i ragazzi possano seguirmi. E i ragazzi arrivano a leggere dei messaggi nascosti in fondo alle storie che davvero danno fiducia. Quella è un’età in cui è facilissimo scivolare, ma anche qui, lo stereotipo negativo dell’adolescente va eliminato. Per quanto riguarda la ragazza, non so se avrebbe mai letto i libri che la giudice le regalava, perché è una ragazza con una storia complessa. Un padre assente, un fratellino affetto da gravissimi disturbi e una madre, il solo riferimento che le restava, si è scoperta connivente con chi la sfruttava al punto da esigere i soldi da lei. La rottura che questa ragazza ha subito non si assorbe in pochi anni. Però, questa sentenza segna una tappa. E magari non la rileggerà domani o tra cinque o dieci anni, ma secondo me un giorno, come tutti noi che abbiamo voluto conoscere davvero quello che eravamo, avrà voglia di leggere queste pagine. Ci troverà parole per lei di grande incoraggiamento e forza, perché la giudice non fa che restituirle, con le sue parole, pagina dopo pagina, la sua statura di persona, indipendentemente da quello che le è capitato. O magari non sarà lei a leggere questa sentenza, ma tra i ragazzi che incontreremo verrà utile anche a loro. Abbiamo bisogno rafforzare e moltiplicare i messaggi che ripetono che le cose più importanti che abbiamo le abbiamo già. Credo che nei ragazzi questa storia possa fare germogliare molte riflessioni. I giornali perdono occasioni per affrontare le tematiche da un diverso punto di vista, ma a noi spetta questo compito, e io in questo ho trovato nell’Elfo, nelle tematiche che sviluppano e a cui danno spazio un alleato indispensabile, che ha saputo costruire un pubblico ricettivo alla riflessione.

Parli di “figure molto diverse, ma legate entrambe dal bisogno di collocarsi dentro la propria storia per diventare pienamente ciò che sono”, cosa le avvicina, secondo te?

Il fatto che sono donne. Le donne devono prendere consapevolezza di avere una storia diversa da quella degli uomini. Simone De Beauvoir diceva che donne non si nasce, si diventa: tu diventi pienamente donna nel momento in cui ti collochi nella sua storia. La giudice per prima ha capito che diversi suoi atteggiamenti erano sbagliati, perché la spingevano ad assomigliare ad un modello non suo. Io sono femminista, assolutamente lontana dalle contrapposizioni di genere, però l’ignoranza della propria storia limita il percorso. Il punto in comune è che se una ha fatto prima un percorso lungo di studio e fatica, ora passa la propria consapevolezza come testimone a una generazione diversa. La giudice ha scelto dalla propria libreria, non una lista teorica ma quei libri che per lei sono stati importanti. Non è una sentenza che vuole essere provocatoria, è un passaggio da madre a figlia, che passa dall’affidare questa figlia alle madri di noi tutte, che hanno loro stesse aperto un’altra strada, una storia di cui noi siamo figlie e sorelle. Quando siamo soli non lo siamo, abbiamo chi ci ha lasciato delle parole a cui attingere. La parola è lo strumento che per me può far arrivare la parte più intima, più viva e nascosta che ribolle dentro di noi. Ci sono parole che sono incantesimi, e quando sentiamo la vita pulsare qualcosa sta cambiando.

– Come mai hai deciso di farne uno spettacolo fortemente multimediale, anche in collaborazione con l’Accademia di Brera?

La sentenza è intrecciata con la vita della giudice di cui è stata un passaggio fondamentale. Quindi ci siamo serviti dei video per spiegare con più chiarezza quello che raccontiamo, ma soprattutto per far risaltare una componente onirica cui vogliamo dare risalto e per la quale ci siamo affidati a Paolo Turro e agli allievi di Brera, pieni di passione. A loro è affidato un frammento di un sogno.

I sogni sono fatti di simboli…

Sono partita da una lettera di Natalia Ginzburg su Mercurio, di Alba De Cespedes, che parlava del “pozzo delle donne”, uno stato d’animo in cui le donne a volte precipitano. Uno stato d’animo difficile da spiegare che le donne riconoscono: il luogo della confusione, del timore, che risuona senza bisogno di spiegarlo. Il pozzo però è anche quello di Alice, che non la spaventa ma è un passaggio per l’altra dimensione, il mondo interiore, le meraviglie dentro cui ritroviamo noi stessi e da cui quando usciamo ci conosciamo meglio. Per questo il testo è diviso tra una parte concreta e una invece dove la realtà muta in base a come ci sentiamo, come le porte di Alice: segni che per me tracciano un percorso. In tournèe, mentre ci riflettevo, ho scoperto i pozzi sacri della Sardegna, i luoghi dove portavano le offerte alla dea, perché il pozzo è da sempre simbolo di femminilità, tant’è che è costruito secondo il simbolo di Tanit, dea fenicia della maternità.

 

Questo spettacolo ne segue un altro, La moglie, che partiva dalla vita della moglie di Fermi. Qual è il filo che le lega?

Il legame è che si tratta di raccontare due figure femminili, innanzitutto. Ma a unirle è anche il cambio di sguardo, che ha fatto di Los Alamos, la cittadina non segnata sulle mappe, il paradiso. Erano liberi, avevano molti soldi – mai vengono stanziati tanti fondi per la scienza come quando c’è da costruire armi – ma poco a poco è il paradiso che si trasforma in prigione. La realtà cambia ma non è lei a cambiare, ma lo sguardo, perché sei tu che stai cambiando. Anche qui, prima di poter scegliere, ci deve essere il passaggio di consapevolezza in cui le cose non ti appaiono più come tu le hai viste, ma è accaduto qualcosa. Come nel mito di Amore e Psiche, c’è un momento in cui si alza la lampada. Il gesto di illuminare la stanza buia è simbolicamente potentissimo. È una disobbedienza, che però è funzionale alla scoperta di una verità. Chi accende la luce si assume il rischio delle proprie azioni, e lì per me è il coraggio. Che sia tutto a un tratto, come per la moglie, o un lungo percorso, come per la magistrata, a legarle è questo passaggio.