Carrozzeria Orfeo tra distopia e sentimento

In Teatro

Un nuovo, implacabile ritratto di umanità firmato da Carrozzeria Orfeo

Come incarnare la marginalità oggi? Si potrebbe scegliere un ragazzo musulmano, sfruttato dai caporali e in attesa di permesso di soggiorno. Si potrebbe scegliere un ragazzo gay, magari anche sordo. Oppure un pubblicitario fallito ridotto alla povertà da un divorzio voluto da una moglie disgustata dal suo tradimento con una minorenne. O ancora una donna slava di mezza età divorata del desiderio spasmodico di riavere la figlia che da giovane aveva voluto strappare da sé. O infine persino un ex prete, diventato saggio e cinico capobanda.

La Carrozzeria Orfeo non ha bisogno di scegliere. Costruisce questi personaggi e li porta in scena tutti insieme in quello che appare un campo rom, in cui due scheletri di roulottes, che  Maria Spazzi mette in scena curate e ricchissime di dettagli, sono la sola protezione o pretesa tale al mondo esterno.

Un mondo diviso nettamente tra un dentro e un fuori. Oltre la recinzione c’è la vita, c’è il mondo, c’è la ricchezza. Di qua un luogo dove l’acqua è un miraggio, dove la fame si placa con le latte di cibo per animali e ogni giorno si tenta come si può di «mettere insieme due disperazioni e vedere se ne esce qualcosa di decente». Uno spazio che si vorrebbe un prossimo futuro distopico, e  probabilmente non è né l’uno né l’altro.

É invece piuttosto una scaglia di un presente che ci colpisce perché, per fortuna, non ci tocca. Perché le nostre difficoltà di ogni giorno non ci hanno ancora reso i “brutti sporchi e cattivi”, che Carrozzeria Orfeo ama mettere in scena e che ritrova in questo Cous Cous Klan. La compagnia torna alle zone di conforto che li ha fatti amare, e la sala piena sembra dire che la scelta funziona.

In questo incontro di ultimi che provano a tenersi a galla torna il fuoco di fila ininterrotto di battute, tornano i personaggi grotteschi eppure concretissimi, una costruzione scenica che strizza l’occhio al cinema, torna la felice commistione di registri alternati senza soluzione di continuità.

La risata crassa  lascia spazio ad un velo di commozione – quando lo scambio tra gli interpreti si apre negli incontri tra esseri umani nonostante tutto affamati di sentimenti – e questa a sua volta cede il passo alla riflessione, quando sotto al piano della comicità si allarga lo squarcio da cui si vede bene una società in disfacimento. E allora si può e si deve ridere, quando questa surreale banda sceglie di trafugare il prepuzio di Gesù. Ma qualcosa si può pensare, se questa insolita reliquia deve essere rubata a un cardinale ricettatore e violentatore. La compagnia ne ha per tutti, tra ironia e accuse, – porte sempre con l’assenza di retorica che il teatro concede – e tratteggia un viaggio politicamente scorretto che all’inizio appare una caduta verso il baratro.

Almeno fino a quando a fare un corpo solo di individui ormai arresi giunge un elemento esterno, una ragazza, Nina, vittima a sua volta eppure col desiderio di rovesciare un destino che sembra segnato. Una presenza che si affaccia sul mondo di questi «servi disobbedienti alle leggi del branco..che dopo tanto sbandare è appena giusto che la fortuna li aiuti». Ma è il tempo di un soffio. Quello necessario perché ciascuno di loro intraveda un altrove possibile, che spesso coincide con l’amore. Ma è a questi ultimi antieroi che spetta scrivere il finale, e non è scontato. Devono essere loro a scegliere se sono «destinati a vincere» o se «il male è la via più semplice».

Con Cous Cous Klan la Carrozzeria Orfeo costruisce un testo comico ma solo all’apparenza leggero, che riesce ad essere ancor più drammaturgicamente coeso dei lavori precedenti. Gli interpreti Angela Ciaburri, Alessandro Federico, Pier Luigi Pasino, Massimiliano Setti, Alessandro Tedeschi maneggiano abilmente i personaggi insoliti che la drammaturgia di Gabriele di Luca ha messo loro tra le mani, mentre una “giunonica” Beatrice Schiros spicca come già in Animali da Bar

Ne esce un lavoro che affastella ai limiti dell’eccesso spunti, suggestioni, caratteri. Apre riflessioni lasciandole volutamente sospese. Cous Cous Klan non dà risposte, al contrario, divertendo e pungolando impone allo spettatore domande anche sgradevoli, urticanti, ma cui il presente non può sfuggire. Interpella personalmente ogni individuo perchè scelga da che parte stare. E allora ridere è la scelta più semplice, mentre rispondere è quasi impossibile, perchè chiede di guardarsi dentro. Ma «gli altri saranno anche sgradevoli, ma l’incontro con se stessi è la cosa peggiore che possa capitare». 

Foto di Laila Pozzo 

Cous cous klan, al Teatro dell’Elfo fino al 31 dicembre