Festa per l’ultimo dell’anno

In Teatro

Francesco Brandi, attore e drammaturgo di grandissimo talento, porta sulle scene del Parenti un testo che definire “attuale” è riduttivo. «Buon anno, ragazzi» è un apologo straziante sulla precarietà di una e infinite generazioni

Fa male, un testo come Buon anno, ragazzi. Al Teatro Parenti lo anticipano subito: nel corso dello spettacolo sarà sparato un colpo di pistola a salve. L’angoscia e la suggestione, dunque, sono due elementi che vengono subito imposti come propedeutici alla visione dello spettacolo.

Presto detto: il calvario morale di Giacomo (Francesco Brandi) è direttamente proporzionale all’odio che prova verso l’ex compagna attrice (Camilla Semino Favro), all’insofferenza che nutre verso i genitori (Daniela Piperno e Miro Landoni) e il migliore amico tossico (Sebastiano Bottari), al risentimento verso un mondo che lo obbliga a un destino da precario, nella vita come nell’animo.

Un’irresolutezza che si mescola a un solido soliloquio depressivo: è la notte di Capodanno e il nostro, alle prese con l’ennesimo romanzo cominciato e mai finito, si confronta di nuovo con la girandola dei mostri che gli hanno lacerato l’autobiografia del quotidiano. La compagna torna per salutare la bimba che hanno avuto insieme e che poi ha abbandonato, l’amico trascina con sé un reflusso tossico di spessore, mamma e papà sono alle prese con un battibecco che dura da trent’anni.

Giacomo, in tutto questo, si confronta con la mediocrità: quando eravamo al liceo io ero bravo a scrivere e tu a recitare, ammette alla sua ex, ma una volta finito ci siamo resi conto che non tutti erano analfabeti e inespressivi come i nostri compagni di scuola.

Forse è racchiuso qui, in questo nucleo amaro e condiviso, il fallimento dei nostri tempi: non siamo speciali, nonostante chiunque si sia affannato a ricordarcelo. I nostri talenti sono anche quelli degli altri, fa emergere Brandi in un copione che funziona come una bomba a orologeria: certi passaggi sono perfetti, scritti come fossero dinamite, in grado di ficcare il germe dell’agitazione e dello sconvolgimento verso un’intera generazione di trentenni paranoici, narcisi, ego-riferiti. Quelli che vanno a teatro, per intenderci.

Brandi, attore straordinario e scrittore di acuta profondità,  ci ripaga con la moneta più pesante e “legittima”: quella della verità sbattuta in viso. Puoi sentirti talentuoso quanto vuoi, ma se la vita vuole fartela pagare il conto te lo presenta salato. Eccome. Ed è così che i cinque mostri, i protagonisti dello spettacolo diretto da Raphael T. Vogel (che riprende il sodalizio con Brandi dopo Per Strada), si ritrovano ad accogliere lo spettro della morte. Che si presenta con l’anno nuovo, nella forma di una pistola che (forse) sparerà. Toglierà la vita a qualcuno?

Poco importa. Gradualmente, la regia di Vogel e la drammaturgia di Brandi scarnificano ogni aspettativa, ogni fulcro dei personaggi: li vedi per come sono, miseri, contraddittori e patetici. Rivelano la verità, m quando ormai è troppo tardi, quando anche un abbraccio di tuo padre  non è già più niente di eccezionale. Buon anno, ragazzi non è un’opera sulla crisi dei nostri tempi. È un titolo, tra i più riusciti peraltro, sulla crisi della crisi dei nostri tempi. Una scatola cinese di angosce che non sono mai fini a loro stesse, inutilmente borghesi (nonostante l’ambientazione della pièce) o di stampo mucciniano.

Non resiste più la paura del «che ne sarà di noi?», semplicemente perché il destino ha già predisposto le sue carte, e fanno talmente schifo che è anche inutile perder tempo per rimescolarle. Fa male, Buon, anno, ragazzi: vederlo, per una certa generazione, è forse un obbligo. Forse, appunto. L’identificazione, a voler appiattire il discorso a una monade egocentrica, può essere più dolorosa di una coltellata.