Gli amori di Camillo Boccaccino

In Arte

Nelle sale di Brera è in scena una piccola ma preziosa esposizione dedicata al cremonese Camillo Boccaccino (1505-1546) curata da Marco Tanzi: un’occasione per scoprire uno dei più grandi artisti, poco noto ma geniale, del Cinquecento italiano.

Nel ristretto rosario dei massimi artisti del Cinquecento italiano dovrebbe sempre trovare posto il nome di Camillo Boccaccino. Invece l’artista, di cui sopravvive appena un manipolo sceltissimo di opere, tutte di qualità superba, è difficilmente noto a chiunque non abbia aperto gli occhi a Cremona o dintorni: la sua fama fatica a superare le mura della città natale e, al di fuori del mondo degli specialisti, sembra inabissarsi non appena il profilo del Torrazzo scompare dall’orizzonte.

Una fama cremonese e “dinastica”: anche il padre di Camillo, Boccaccio Boccaccino,  era infatti pittore, e pittore di grande qualità – è così raro trovare padre e figlio ugualmente versati, a simili livelli. Boccaccio è il più grande artista a Cremona nel delicato passaggio tra Quattro e Cinquecento: aveva saputo posare gli occhi e fare proprie, al momento giusto,  le esperienze più moderne dei suoi tempi, tra la Milano di Leonardo e Bramantino e la Venezia di Giorgione e Dürer.

Una generazione dopo, per il figlio Camillo, si tratta ora di tenere insieme gli splendori pittorici di Tiziano (il Boccaccino junior trascorre alcuni anni della giovinezza in laguna) e le sublimi eleganze, aristocratiche e alchemiche, di Parmigianino (e poi Dosso Dossi, Pordenone, i modelli raffaelleschi…).

Camillo Boccaccino, Madonna con il Bambino in gloria e i Santi Bartolomeo, Giovanni Battista, Alberto e Gerolamo, 1532, tela, Pinacoteca di Brera (dalla chiesa di San Bartolomeo a Cremona)

Per chi oggi voglia ammirare i prodigi di Camillo le occasioni non sono molte. Una pala d’altare giovanile finita a Praga e una tarda nella Pinacoteca di Cremona, da due chiese cremonesi che non esistono più; le ante d’organo con l’Annunciazione  e i Profeti Davide e Isaia, dipinte per la chiesa di Santa Maria di Campagna a Piacenza, oggi nel locale museo (avevano fatto spendere a Roberto Longhi il nome di Tiziano in persona – e questo basti a dire della qualità sopraffina dell’artista); e, soprattutto, una gita a San Sigismondo, uno dei luoghi incantati della civiltà artistica della Valpadana: una chiesa, poco fuori Cremona, interamente affrescata nel corso del Cinquecento da alcuni dei maggiori artisti cremonesi e non solo, con una gioia visiva e cromatica e una follia decorativa arciprofana che, di lì a poco, dopo il Concilio di Trento e con Carlo Borromeo insediato come Arcivescovo a Milano, non sarà più neppure pensabile in uno spazio religioso.

Qui Camillo Boccaccino ha realizzato, dalla metà degli anni Trenta e fino alla morte, i suoi capolavori: grandi affreschi  con scene sacre sulle pareti del coro e sulla conca absidale e, tutto intorno, parati decorativi con sequele di putti sregolati che faranno scuola. Purtroppo chiesa e convento annesso sono state assegnate, da alcuni anni, a una comunità di suore di clausura e solo due giorni all’anno – il primo maggio e la terza domenica di settembre – si può accedere agli spazi del presbiterio: ma ne vale la pena.

Camillo Boccaccino, Venere e Amore, 1532-1537 circa, tela, Lugano, Collezione Geo Poletti

Per tutte queste ragioni, ancora più meritevole è il “Dialogo” organizzato dalla Pinacoteca di Brera e dedicato proprio a Camillo Boccaccino. La serie delle mostre dossier, lanciata dal direttore James Bradburne, è giunta al sesto appuntamento e questa volta la curatela dell’esposizione – piccola di dimensioni, non certo di qualità – è stata affidata allo studioso che più di tutti, negli ultimi decenni, ha contribuito alla conoscenza delle vicende figurative di Cremona e non solo: Marco Tanzi, affiancato qui da Francesca Debolini.

In una delle sale napoleoniche è così possibile ammirare, eccezionalmente riunite, tre opere di Camillo Boccaccino (e considerata la rarità di cui si diceva, non è cosa frequente). Alla grande pala d’altare proveniente dalla chiesa cremonese di San Bartolomeo, che appartiene alle collezioni permanenti della Pinacoteca, si accompagnano per l’occasione due dipinti di soggetto profano e di collezione privata, entrambi scoperti da Tanzi: una Venere e Amore dalla prestigiosa storia collezionistica antica (vanta anche una menzione in un sonetto di Lomazzo) e un minuscolo e prezioso Cupido che si specchia, non più grande di uno smartphone: è lo stesso Cupido, con la stessa faretra, ma ora è tutto preso a rimirare se stesso.

Camillo Boccaccino, Amore si specchia nello scudo, 1532-1537 circa, tela incollata su tavola, collezione privata.

Una campionatura affascinante di tipologie: dalla pala d’altare al quadro da camera, alla preziosità, quasi miniaturizzata, da gabinetto di collezionista. Ovunque le qualità e i tratti distintivi dell’artista: figure sfinate, sinuose ed eteree, elegantissime, bagliori di luce sui metalli o sui tessuti, bordure a frange dorate, cieli corruschi e tempestosi su paesaggi di vegetazione romantica.

A chiudere l’esposizione sta un altro Venere e Amore: l’autore questa volta è il bolognese, naturalizzato milanese, Giulio Cesare Procaccini (1574-1625). Sono passati circa settant’anni e Procaccini offre una rivisitazione dello stesso tema, ancora sul filo di un erotismo alluso ma palpabile (e non manca un dettaglio per feticisti: la firma dell’autore è nascosta tra i peli dell’ascella). Ritornano alcuni riferimenti culturali (a partire da Parmigianino), riletti però dalla sensibilità di una generazione nuova, che conosce ormai le seduzioni pittoriche di Rubens.

Una veduta del “Dialogo”; a destra Giulio Cesare Procaccini, Venere e Amore, 1615-1620, tavola, collezione privata (Francia).

Prima di chiudere, corre l’obbligo di spendere qualche parola ancora sulle vicende di Brera. L’inaugurazione della mostra su Boccaccino ha coinciso infatti con la presentazione al pubblico di una ulteriore tappa nel progetto di riallestimento complessivo della Pinacoteca: questa volta è toccato ai quattro saloni napoleonici e al cosiddetto Corridoio Albini, fino a tempi recenti dedicato all’infelicissima presentazione delle collezioni novecentesche, destinate ora a traslocare in Palazzo Citterio (se mai l’agognato progetto della Grande Brera dovesse giungere in porto, dopo decenni di travagliata navigazione).

Il “Corridoio Albini” in una foto del 1950

Una volta di più, il direttore James Bradburne si è affidato, per il riallestimento, a studiosi di comprovata competenza (lo stesso Marco Tanzi in prima fila) e il risultato è ammirabile: una selezione delle opere esposte meglio tarata sul piano della qualità e finalmente aggiornata sulle gerarchie di valore che gli studi degli ultimi decenni hanno ridisegnato. Pareti meno affollate e più godibili, una disposizione nelle sale che permette confronti sensati che “costruiscono” storia.  Cartellini uniformi e pensati con criterio. Lo spazio del corridoio Albini (il nome fa riferimento a uno storico e meraviglioso allestimento curato, dopo la guerra, da Franco Albini e poi scempiato nei decenni) restituito a nuova vita. Un bel tono di verde alle pareti, un generale senso di ordine ed eleganza che di colpo permette di apprezzare la qualità degli spazi del museo, con le alte zoccolature marmoree, le colonne possenti a scandire i passaggi tra le sale: sono sempre state lì ma sembra di scoprirle per la prima volta.

Una veduta del nuovo allestimento con parete “cremonese”; da sinistra a destra: due dipinti di Giulio Campi, Camillo Boccaccino, Antonio Campi, Vincenzo Campi

Ora rimangono da riallestire le ultime sale del percorso – quelle dell’Ottocento – e la sala che accoglie il laboratorio di restauro. Poi il rinnovamento del museo potrà dirsi completo. Non sono mancati incidenti di percorso: basta evocare il “Dialogo” intorno a Caravaggio, di cui tanto si è discusso, con l’esposizione impropria,  nelle sale del museo pubblico, di un quadro sul mercato che aspirava a una – impossibile – autografia caravaggesca. E qualcosa certamente si potrebbe e si potrà sistemare, correggere, migliorare: è normale per un museo di tali dimensioni che dovrebbe essere un organismo vivo, in costante evoluzione.

Non si può non riconoscere però che nello spazio di tre anni  (si è insediato nel luglio 2015: qui l’avevamo intervistato) Bradburne ha saputo rinnovare drasticamente, dopo decenni di immobilità, un museo che ora sostiene senza problemi il posto che gli spetta, tra le grandi pinacoteche d’Europa. Pregi e vantaggi della nuova direzione autonoma, sancita per alcuni grandi musei italiani con la riforma voluta del ministro Franceschini.

Qui il discorso dovrebbe però  inevitabilmente allargarsi a mettere sul piatto anche prezzi e difetti della riforma, che certo non mancano, a partire dalla rottura del vincolo secolare che legava i musei alla tutela del territorio: con tutto ciò che ne consegue, anche in termini di ridistribuzione delle risorse. Per ora fermiamoci qui.

 

Sesto Dialogo. “Attorno agli amori. Camillo Boccaccino sacro e profano”, a cura di M. Tanzi, F. Debolini, Pinacoteca di Brera, fino al 1 luglio.